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La net neutrality è uno stregatto venuto dall’inferno. Note a margine della recente decisione della FCC per “ripristinare la libertà di internet”

21 febbraio 2018 -

Di Federico Ponte

 

«Quando le attuali regole saranno abolite, la neutralità della rete somiglierà a uno stregatto: saremo in un mondo in cui la regolazione si dissolve nell’oscurità e tutto ciò che resta sarà il sorriso sdentato di un fornitore di banda larga e le sue confortanti parole: “abbiamo tutti gli incentivi per fare la cosa giusta”. Ma ciò che presto avranno, saranno gli incentivi a fare la cosa giusta per loro

Con queste parole Mignon Clyburn, commissario della Federal Communications Commission in quota democratici, argomenta la sua dissenting opinion alla decisione assunta il 14 dicembre dalla FCC, che pone un altro importante tassello sulla vicenda della neutralità della rete statunitense.

Fin da prima della sua elezione il Presidente Donald Trump ha lasciato intendere quale sarebbe stata la sua politica in tema di comunicazioni elettroniche. I nomi scelti per il transition’s team incaricato di supervisionare il passaggio della FCC dal controllo democratico a quello repubblicano erano idonei a fugare ogni dubbio: Jeffrey Eisenach, già consulente Verizon, Roslyn Layton e Mark Jamison (noto per non ritenere utile un ente come la FCC).

I tre hanno inoltre in comune partecipazione all’American Enterprise Institute (considerato un think tank del libero mercato). Ne consegue che la nomina di Ajit Pai, da sempre critico riguardo alle regole sulla neutralità della rete, a Presidente della FCC non è stata una sorpresa.

Per la verità, il Presidente degli Stati Uniti non si era mai espresso chiaramente sulla net neutrality. Tra i pochi interventi sul tema è però noto un tweet del 2014 in cui, criticando la politica appoggiata da Obama, afferma che “Net neutrality is the Fairness Doctrine”.

Che cos’è la fairness doctrine? Se in generale la policy rievoca l’idea di pluralismo informativo, nel dettaglio essa si presenta come una realtà più complessa, imponendo alle emittenti televisive e radiofoniche di dedicare parte della programmazione a questioni di pubblico interesse e di dare spazio a opinioni contrastanti.

Entrata in vigore nel 1949, e ritenuta legittima dalla Corte Suprema in Red Lion Broadcasting Co. V. FCC, 395 U.S. 367 (1969) la dottrina fu per buona parte abbandonata nel 1987 a seguito di una decisione della stessa FCC, confortata dalla pronuncia Syracuse Peace Council v. FCC, 867 F.2d 654 (D.C. Cir. 1989), in cui la Corte la Corte d’appello federale per il distretto della Columbia confermò che la doctrine era una commission policy della FCC non imposta dalla legge (nel qual caso per l’abbandono sarebbe stata necessaria una pronuncia del Congresso). Successi tentativi di reintrodurre per via legislativa la dottrina sono stati fermati dai veti di D. Regan (1987) e George H.W. Bush (1991).



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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