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Contro la retorica dell’anonimato sul web. A prima lettura del Disegno di Legge Pagano

05 dicembre 2018 -
Contro la retorica dell’anonimato sul web. A prima lettura del Disegno di Legge Pagano

Di Marco Bassini

 

Il mestiere di scrivere senza firma frutta magari denaro, ma non onore.

Poiché negli attacchi il signor Anonimo è senz’altro il signor Mascalzone, e si può scommettere cento contro uno che chi non vuol dire il suo nome ha intenzione di truffare il pubblico.

Arthur SchopenhauerParerga e paralipomena, 1851

 

Lo scorso 24 ottobre è stata presentata una proposta di legge al Senato della Repubblica (atto n. 895 Senato) che mira a imporre un obbligo di identificazione degli utenti di social network. Si tratta di una proposta che merita attenzione non solo da parte dei giuristi, e che è destinata a riaccendere il dibattito sull’esistenza di un diritto all’anonimato sul web. Il disegno di riforma si inserisce nel contesto di una serie di iniziative registratesi negli ultimi mesi volte a contrastare il fenomeno della disinformazione in Internet. Iniziative che, tuttavia, come nel caso della proposta di legge “Gambaro” (disegno di legge n. 2688), hanno spesso tradito una scarsa dimestichezza con i principi che governano il funzionamento della rete e la responsabilità degli intermediari. La proposta di legge a firma del Senatore Pagano, invece, pare differenziarsi da questa maldestra linea di intervento, mantenendo intatti i principi (di derivazione europea) sul ruolo delle piattaforme. L’obiettivo della proposta è evitare che il web divenga una zona franca per la realizzazione di condotte illecite, in particolare in relazione a comportamenti che costituiscono diffamazione e incitamento o istigazione all’odio. Il disegno di riforma rappresenta una novità degna di nota perché tocca una corda assai delicata senza però dilatare l’area di responsabilità degli intermediari del web e alterare l’equilibrio nel rapporto tra utenti e piattaforme.

Il disegno di legge, infatti, si propone di modificare il decreto legislativo n. 70/2003 (noto anche come “Decreto E-Commerce”), che ha recepito in Italia la direttiva 2000/31/CE (nota anche come “Direttiva E-Commerce”), mediante l’inserimento di una nuova disposizione, l’articolo 16-bis. Tale norma si colloca “a ridosso” delle regole sulla responsabilità dei fornitori di servizi Internet, e costituisce un nuovo obbligo in capo agli hosting provider, vale a dire i prestatori di servizi di memorizzazione permanente: quello, in particolare, di esigere dagli utenti che effettueranno dal 1° gennaio 2020 la registrazione sui social network la presentazione di un documento di identità. La proposta non pare priva di senso in un’epoca in cui l’esercizio della libertà di espressione in rete trascende spesso in comportamenti diffamatori, talvolta non privi di una rilevanza anche penale. E in uno scenario in cui tecniche come l’utilizzo di pseudonimi o il camuffamento della propria identità consentono ai responsabili di condotte illecite di sottrarsi alle relative conseguenze, rendendo difficoltoso per l’autorità giudiziaria risalire agli effettivi colpevoli.

Se si condivide l’assunto per cui l’anonimato non può costituire un ostacolo al perseguimento di reati e condotte comunque illecite, vi sono buone ragioni per guardare con attenzione alla proposta di legge in commento e al suo auspicabile iter di discussione nelle sedi parlamentari. E ciò non tanto perché il rimedio proposto possa rappresentare la soluzione di ogni male (sarebbe ardito crederlo) quanto piuttosto perché intercetta un punto nevralgico di quella che appare una battaglia di civiltà contro il ricorso all’anonimato come scudo contro la responsabilità.

In tempi recenti e meno recenti, il dibattito ha visto pronunciarsi diversi giuristi, su tutti il prof. Rodotà, che profetizzava il ricorso all’anonimato come precondizione per l’esercizio indisturbato e nella sua pienezza della libertà di manifestazione del pensiero da parte degli utenti. Non è un caso che la Dichiarazione dei diritti in Internet licenziata dal Parlamento italiano nel 2015, ideale lascito di Rodotà (che presiedette la Commissione deputata alla sua redazione), menzioni proprio il diritto all’anonimato all’articolo 10. Queste riflessioni hanno fatto breccia nei cosiddetti “attivisti della rete” per divenirne oggetto di una speculazione assai strumentale volta a trasformare il diritto all’anonimato quale salvacondotto di ogni manifestazione di pensiero, finanche illecita.

Nonostante la posizione incline al riconoscimento dell’anonimato come diritto sia stata finemente argomentata, essa non sembra trovare ancoraggio nell’ordinamento e soprattutto pare superata dagli sviluppi che hanno caratterizzato il funzionamento del web.

Anzitutto, non si può negare che in epoche del passato l’anonimato abbia costituto una condizione per esprimere liberamente le proprie idee e opinioni contro l’oppressione dei governanti: tutt’altro che casuale che la pubblicazione di importanti opere letterarie sia avvenuta sotto l’uso di uno pseudonimo, onde sfuggire alla mannaia della censura. Deve tuttavia porsi in questione se il contesto dello stato costituzionale moderno ripeta le caratteristiche illiberali proprie di quelle esperienze così da giustificare l’uso dell’anonimato per manifestare il proprio pensiero. A chi scrive pare che a questo interrogativo debba offrirsi una risposta negativa, per una molteplicità di ragioni: prima fra tutte, perché lo stato stesso si fa garante del diritto individuale di esprimersi liberamente e senza soffrire interferenze pubbliche. Lo stesso diritto conosce poi ampia e variegata protezione a livello sovranazionale, non soltanto europeo. Se, dunque, la tutela della libera espressione è assicurata contro ogni arbitrio, vi è da domandarsi se l’avvento del web abbia prodotto mutamenti in grado di revocare in dubbio questo principio. Ancora una volta, il quesito non sembra meritare una risposta affermativa: a un’osservazione empirica, infatti, l’invenzione di Internet ha, al contrario, ampliato lo spazio pubblico per l’esercizio della libertà di pensiero, al punto forse da facilitarne l’abuso da parte degli utenti anziché alimentare derive censorie da parte dei governanti.



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