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Contro la retorica dell’anonimato sul web. A prima lettura del Disegno di Legge Pagano

05 dicembre 2018 -
Contro la retorica dell’anonimato sul web. A prima lettura del Disegno di Legge Pagano

Queste osservazioni devono tenere in conto un altro aspetto ricorrente tra le argomentazioni di coloro che rivendicano una tutela ad hoc per i diritti in Internet (tra cui l’anonimato), vale a dire la necessità di predisporre un sistema di tutele da opporre non solo nei confronti dei potei pubblici ma anche dei nuovi attori privati metaforicamente indicati come “oligarchi del web”. In questa direzione si muovono, per esempio, le numerose carte dei diritti di Internet (Internet bill of rights) promosse nell’ultimo decennio, tra cui la già ricordata Dichiarazione dei diritti in Internet. Ebbene, se la preoccupazione dominante è che tali soggetti possano condizionare l’esercizio della libertà di espressione in rete, essa non può che dirsi infondata. Il principio su cui si regge il funzionamento delle piattaforme che ospitano contenuti condivisi dagli utenti, infatti, è l’assenza di un’attività e dunque di una responsabilità di tipo editoriale. Se tale attività sussistesse, gli intermediari che gestiscono le nuove “agorà virtuali” in cui si snoda l’esercizio della libertà di pensiero dovrebbero rispondere per i contenuti ivi pubblicati da terzi. Se ne evince come i “giganti del web” abbiano tutt’altro interesse che indulgere in forme di censura privata che ne trasformerebbero la fisionomia in quella di editori, con le conseguenze del caso. Emerge così come l’impostazione di coloro che hanno indicato nell’anonimato un presupposto di esercizio della libertà di espressione sul web sia stata verosimilmente condizionata da un pregiudizio: quello per cui a essere non virtuoso sarebbe perlopiù l’atteggiamento degli stati e dei giganti del web verso la libertà degli utenti, anziché l’esercizio di quest’ultima.

Da quali pericoli occorre dunque difendere la libertà di espressione sul web rispetto al suo esercizio nel mondo reale?

La stessa prospettiva emerge da altra angolazione: se si consentisse agli individui di esercitare la propria libertà di pensiero sul web in forma anonima, contrariamente a quanto avviene nel mondo reale, Internet finirebbe per assurgere a veicolo di impunità, in grado di assicurare una sostanziale immunità dalle conseguenze di condotte illecite, al punto di rappresentare una zona franca.

Questi argomenti sembrano confortare l’idea che l’anonimato non possa, a meno di situazioni eccezionali (cui potrebbero corrispondere tutele altrettanto eccezionali), vedersi riconosciuta protezione sul web. Anche a voler prescindere dall’interpretazione letterale del dettato costituzionale (che fa leva sull’articolo 21 e sulla necessaria predicabilità soggettiva di un pensiero, qualificato come “proprio”), pur convincente e sostenuta in dottrina, ragioni di politica del diritto e di opportunità sembrano suffragare queste conclusioni.

Del resto, l’articolo 21 della Costituzione offre più di un indizio a sostegno di un esercizio “a volto scoperto” della libertà di manifestazione del pensiero. Non soltanto, infatti, il primo comma sembra postulare una imprescindibile riconducibilità soggettiva dell’uso della parola, dello scritto o di ogni altro mezzo di diffusione; anche il comma 3 e il comma 5 depongono a favore di questa ricostruzione, laddove stabiliscono che la legge, rispettivamente, prescriva l’indicazione dei responsabili per le pubblicazioni a mezzo stampa e possa richiedere di rendere noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Se tali sono i motivi ispiratori confluiti nella norma cardine sull’esercizio della libertà di espressione, non pare francamente potersi ravvisare alcunché di illiberale nel pretendere dagli utenti una rinuncia “relativa” all’anonimato sul web.

Le considerazioni ora svolte cercano di spiegare perché la proposta contenuta nel disegno di legge in commento pare a chi scrive iscriversi in una direzione condivisibile rispetto al contrasto di attività illecite sul web. Queste riflessioni, in particolare, paiono utili per sgombrare il campo da ogni argomentazione che faccia leva in modo preconcetto sull’esistenza di un diritto all’anonimato.

Discorso diverso può ovviamente svolgersi per il merito specifico della proposta, sulla quale è possibile comunque anticipare alcune considerazioni, nella speranza che possa svilupparsi un dibattito proficuo nel prossimo futuro e sgombro dalla consueta retorica anarcoide che bolla quale paternalistico e anti-liberatorio ogni e qualsiasi intervento del legislatore sul web.

Anzitutto, il disegno di legge getta il proverbiale sasso nello stagno, provando a indicare un problema, ossia le difficoltà connesse all’accertamento dell’identità degli autori di condotte illecite sui social network. Non si vuole affermare che l’acquisizione di un documento di identità, come proposto, possa risultare un rimedio a prova di ogni elusione; tuttavia, pare un primo segnale nell’ottica di contrastare la proliferazione dei cosiddetti troll o di account fondati sul mascheramento di identità. Andrà, in quanto tale, confrontato con i rimedi che l’ordinamento pone a disposizione dell’autorità giudiziaria, al fine di misurare la sua concreta efficacia. Pare tuttavia che il tema non sia peregrino, come testimonia, pur su un altro versante, la recente proposta della Commissione europea di un regolamento per la circolazione di prove elettroniche mediante ordini di produzione e conservazione europei. È bene sottolineare che la previsione di un meccanismo di identificazione non serve a fini di giustizia privata ma intende agevolare la tutela giurisdizionale dei diritti (costituzionalmente tutelata) degli utenti, quando la rilevanza di determinate condotte online trascenda e travalichi i confini della mera contrarietà ai termini e alle condizioni d’uso dei social network.



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