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Il Code of Practice on Disinformation dell’UE: tentativi in fieri di contrasto alle fake news

06 febbraio 2019 -
Il Code of Practice on Disinformation dell’UE: tentativi in fieri di contrasto alle fake news

Di Matteo Monti

 

Il problema delle fake news e dell’impatto dirompente che stanno assumendo all’interno delle democrazie occidentali[1] non è sfuggito all’Unione Europea, che dopo aver sponsorizzato il report denominato “A multi-dimensional approach to disinformation”,[2] ha emanato la comunicazione “Tackling online disinformation: a European approach”[3], di cui il Code of Practice on Disinformation[4] è diretta propagazione.

Partendo dagli obiettivi della comunicazione succitata, il Codice riunisce su base volontaria alcuni dei più importanti attori del mondo digitale (si veda l’Annex I “Signatories”) e tenta di delineare una serie di principi comuni che possano orientare l’azione di questi soggetti privati nel contrasto alla diffusione di fake news: a ogni sottoscrittore è rimessa l’applicazione dei principi contenuti nel Codice nel modo più consono al proprio “strumento”[5]. Vi è, inoltre, piena libertà per ogni firmatario di ritirare la propria adesione al Codice o ad ogni suo specifico impegno, mediante notifica alla Commissione e agli altri firmatari. Parimenti, vi è piena libertà per nuovi attori di aderirvi e ogni modifica del Codice deve essere approvata all’unanimità.

Il Codice illustra, innanzitutto e in linea con i precedenti interventi europei, una definizione di fake news che contribuisce a dissipare alcune problematiche che dalla stessa potrebbero sorgere. Nella complessa intersezione di definizioni e concetti[6], il Codice ha l’indubbio merito di chiarire che cos’è una fake news[7]: ossia una informazione “verificabilmente falsa o fuorviante” (“verifiably false or misleading information”), creata, presentata e diffusa per motivi economici o con l’obiettivo di disinformare. Si tratta dunque di una definizione che sembra incentrata sul concetto di “notizia”, che viene arricchita dall’esclusione di fattispecie salvaguardate dalle disposizioni costituzionali ed eurounitarie tutelanti la libertà d’espressione. Il concetto si lega, infatti, nella visione datane a una definizione ritagliata “in negativo”, escludendo che possano essere considerate fake news: la satira, gli errori giornalistici o le comunicazioni politiche[8]. Proprio su queste ultime tipologie di pensiero e di espressione il discorso si fa più scivoloso e si può apprezzare appieno il discrimen compiuto dal Codice: il “falso” nella comunicazione politica rientra appieno in quel concetto di libertà di manifestazione del pensiero che è proprio di ogni ordinamento democratico occidentale[9], mentre il falso come informazione no. Se, infatti, appare legittimo agire sui mezzi di comunicazione che online non si conformano – nella veste delle Internet Platforms – alle regole etiche e deontologiche del giornalismo e della stampa, al contrario è necessario prestare particolare attenzione a non incentivare indirettamente forme di “censura privata” sul pensiero politico. Questo a maggior ragione in considerazione della pervasività delle Internet platforms nell’ecosistema dell’informazione[10] e della comunicazione politica. La definizione di fake news è, infine, ulteriormente arricchita “in positivo” da un elemento di “pericolosità” che si estrinseca in concetti piuttosto generici quali “threats to democratic political and policy making processes as well as public goods such as the protection of EU citizens’ health, the environment or security”. Il richiamo alla comunicazione “Tackling online disinformation” della Commissione sembra rendere necessaria una sua lettura al fine di consentire un’interpretazione autentica di questo passaggio.

Le finalità (c.d. “purposes”) a cui è etiologicamente orientato il Codice sono specificamente definite e vengono di seguito elencate: i) la lotta alla disinformazione; ii) il miglioramento dei meccanismi di controllo nell’assegnazione delle pubblicità; iii) la trasparenza sulla targetizzazione degli utenti a cui sono rivolti i contenuti informativi; iv) la promozione di policies anti misrepresentation; v) la chiusura degli accounts falsi e la regolamentazione dell’attività dei bots; vi) l’attenzione rinnovata agli sforzi contro i diffusori di fake news; vii) investimenti in tecnologie per favorire la ricerca e l’indicizzazione delle informazioni affidabili, senza tuttavia cedere a pressioni governative o censure basate sulla mera “falsità” dei contenuti; viii) la garanzia della trasparenza delle informazioni ricevute dagli utenti in relazione alla loro affidabilità e all’identità delle fonti da cui provengono; ix) il disincentivo della disinformazione rispetto all’informazione affidabile; x) l’aumento delle possibilità e della capacità degli utenti di trovare informazioni con diversi orientamenti e punti di vista; xi) il favor per le attività di “fact checking”.

Le suddette finalità non appaiono, però, sempre coerenti fra loro rispetto alle soluzioni a cui potrebbero condurre e come specificato dal Codice non sono ostative allo sviluppo di policiesdifferenti[11].



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