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Il Code of Practice on Disinformation dell’UE: tentativi in fieri di contrasto alle fake news

06 febbraio 2019 -
Il Code of Practice on Disinformation dell’UE: tentativi in fieri di contrasto alle fake news

Gli impegni (c.d. “commitments”) che si legano ai suddetti fini concernono i vari campi dell’attività delle Internet platforms. In sintesi si auspica che nel campo dello “Scrutiny of ad placements” si disincentivi la creazione di disinformazione, impendendone la monetizzazione e promuovendo la “corretta” informazione mediante marchi di affidabilità di qualità, tramite collaborazioni dirette con fact checkerso aiutando l’allocazione ottimale delle pubblicità sui siti dalla buona reputazione o comunque ritenuti affidabili. Nel settore del “Political advertising and issue-based advertising” si auspica di rendere consapevole l’utente delle informazioni cosiddette targettizate e che, contestualmente, le Internet platforms si impegnino ad assicurare una particolare protezione del discorso pubblico nei periodi elettorali, mediante la garanzia della conoscibilità della natura politica di alcuni contenuti proposti e financo della provenienza dei contenuti sponsorizzati. Per quanto riguarda, invece, la “Integrity of services” si ritiene necessaria una regolamentazione dell’uso dei bots e dell’AI nell’ambito della diffusione di informazione. Inoltre, in relazione all’“Empowering consumers”, si richiede che le Internet Platforms non cedano a richieste provenienti da governi o autorità politiche per la rimozione di contenuti leciti tacciati di essere “falsi”, ma le si sollecitano a favorire informazioni affidabili e disvelare l’identità dei diffusori delle informazioni, incentivando anche la ricezione di informazioni diversificate e incrementando un pensiero critico nei propri utenti. A questo impegno si affianca, infine, l’“Empowering the research community” che impegna i firmatari a non impedire e anzi a favorire le attività di ricerca sulla disinformazione online.

Oltre allo sviluppo di policies che siano coerenti con i commitments esposti, il Codice richiede la preparazione di report annuali che registrino le strategie intraprese dai firmatari e i risultati ottenuti: i reports devono esplicare i livelli di trasparenza raggiunti, oltre che i vari obiettivi nei singoli campi di intervento. Il Codice incoraggia, con la stessa cadenza, incontri fra le parti con la possibilità di incrementare le strategie attuate o discuterne di nuove. In questa dinamica le Internet platforms s’impegnano anche a cooperare con la Commissione UE, rendendo fruibili informazioni su richiesta, informandola sulle nuove adesioni o su eventuali ritiri, rendendosi disponibili a rispondere alle domande o a partecipare alle consultazioni della Commissione, discutendo le valutazioni e i reports effettuati e invitando la Commissione agli incontri di cui sopra.

L’Annex II delinea come punto di partenza le attuali migliori pratiche poste in essere da alcuni dei firmatari del Codice (Facebook, Twitter, Youtube, Google, Mozilla etc.).

Nel complesso novero di approcci alla tutela della democrazia e dei suoi valori online (digital governance, digital ethics o digital regulation[12]) il Codice appare ascrivibile alla categoria della autoregolamentazione, anche se in parte eterodiretta. Senza pervenire alla forza discreta ma intrusiva del c.d. Codice di condotta per lottare contro le forme illegali di incitamento all’odio online dell’Unione Europea[13], lo strumento in esame traccia tuttavia precise linee d’azione e illustra diverse buone pratiche che i soggetti privati risultano liberi di attuare e/o implementare.

Il Codice, come strumento di soft law, esplicita che esso non si sovrappone in alcun modo alle legislazioni vigenti (proponendone una diversa interpretazione o rimpiazzandole)[14]. La previsione è molto simile a quella prefigurata dalla Commissione per il Codice “anti-hate speech”[15], ma in maniera similare a quest’ultimo, che finisce per delegare alle Internet platforms forme di bilanciamento della libertà di espressione online[16], una deriva analoga potrebbe configurarsi anche per questo nuovo strumento.

Il “Codice” sembra, inoltre, delegare interamente alle Internet platforms i tentativi di regolamentare e contrastare la diffusione della disinformazione online, rinunciando a qualsiasi tipo di controllo sulla sua efficienza e correttezza. Da questo punto di vista, un’attività pervasiva delle Commissione in relazione alle richieste di informazioni, alle interrogazioni e allo studio dei reports, potrebbe in futuro essere prodromica a una azione normativa, che possa limitare l’arbitrio nella lotta alle fake news da parte dei suddetti soggetti privati. La fiducia nel paradigma delle Good Samaritan platforms[17] tipica del sistema statunitense sembra, infatti, aver attecchito in questo campo, a cui si affianca, in parallelo, una diffidenza verso le autorità governative e il conseguente contestuale invito rivolto alle Internet platforms a non cedere a richieste arbitrarie da parte degli stati.

Se appare sicuramente giustificato o comprensibile il timore che dietro il contrasto alle fake news si possano celare tendenze autoritarie, appare allo stesso tempo opinabile affidarsi in toto alle Internet platforms. A tale proposito torna in mente il paragrafo “Autoregolazione versus regolazione: è possibile trovare un equilibrio?” di un saggio di Giovanni Pitruzzella[18]. In tale scritto l’Autore si poneva la suddetta domanda: «Ma è possibile affidare ad un manipolo di compagnie multinazionali, ciascuna dotata di un enorme potere economico e di un’incredibilmente vasta capacità di influenza, il monopolio in ordine al controllo dell’informazione sulla rete (una sorta di censura privata)?». «Agli interventi che fanno leva soltanto sull’autoregolazione delle tech companies ed agli interventi di terze parti, pure private, si dovrebbe affiancare, in una logica collaborativa e sussidiaria, un insieme di regole che specifichino meglio quali sono gli obblighi nella rete, le responsabilità delle piattaforme, e che prevedano, in caso di conflitto, un rapido intervento di istituzioni terze rispetto alle parti. Seguendo questa seconda prospettiva, avevo ipotizzato […] l’introduzione di Istituzioni specializzate, terze e indipendenti (giudici o autorità indipendenti) che, sulla base di principi predefiniti, intervengano successivamente, su richiesta di parte e in tempi rapidi»[19]. E forse una partnership pubblico-privata appare la soluzione più auspicabile anche per poter riflettere su una evoluzione del Codice che possa assicurare una corretta informazione e, contestualmente, il pluralismo informativo, scongiurando i rischi della privatizzazione della censura.

 

Redatto il 30 gennaio 2019



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