Il nostro tennis è Rino Tommasi e Gianni Clerici

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Ho provato a scrivere l’incipit di questo pezzo decine di volte, fallendo miseramente in un misto di frustrazione e maturando infine una considerazione capitale per poter scrivere di Rino Tommasi e Gianni Clerici: il senso totale di inadeguatezza. Qualsiasi parola, qualsiasi ragionamento risulterebbe un esercizio di stile semplicemente inutile.

Verrebbe meno anche quel manifesto professionale che i due grandi Maestri hanno diffuso nella loro sterminata produzione letteraria sulle colonne di Gazzetta (Rino per oltre 30 anni), Repubblica (Gianni con un sodalizio quarantennale), e attraverso quelle voci diffuse dagli speaker delle nostre televisioni. Nessuna narrazione può permettersi il lusso di adombrare i protagonisti. Ecco che allora forse solo la spontaneità può redimere un fallimento annunciato.

La verità è che Rino Tommasi e Gianni Clerici non sono stati solo la voce del tennis, sarebbe questa un’astrazione banale e irrispettosa. Sono stati due amici, due compagni di viaggio che ci hanno accompagnato per mano attraverso la storia del tennis.

Sono entrati nelle nostre case e non ne sono più usciti. Sono diventati il profumo della moka nel primo mattino, il gesto familiare con cui si sfoglia il quotidiano locale al bar. Rino Tommasi e Gianni Clerici sono il plaid sul divano in una serata fredda davanti alla televisione, l’odore dell’erba bagnata dopo un acquazzone estivo; sono quel rumore secco che, chissà come, ci stupisce ogni volta e che attendiamo con ansia nello ‘stappare’ un tubo di palline da tennis pressurizzato, nonostante in fondo sia sempre lo stesso gesto meccanico.

Gianni Clerici e Rino Tommasi sono semplicemente tutto questo: niente più e niente meno di ciò che desideri e ritieni indispensabile di fronte a una partita di tennis.

Rino lo statista, il matematico. Rino, la prima voce. Una vita dedica allo studio dei numeri che semplicemente nascondono una maniacale dedizione verso la propria professione, equamente ripartita tra tennis e pugilato. Una memoria di ferro che nemmeno oggi, quasi novantenne, lo tradisce. Ma come lui stesso ha sempre detto «i computer sanno fare di conto, ma non conoscono il tennis»; non poteva certo cadere nello stesso tranello da lui ordito, così ecco che proprio dietro alla passione per i numeri alberga il genio istrionico di un veronese all’apparenza duro e scontroso.

Proprio a Tommasi la lingua italiana è in debito inestinguibile per alcuni neologismi immortali. La voleè alta di rovescio dorsale, marchio di fabbrica di Adriano Panatta, diviene presto “Veronica”, non tanto in onore di una bella donna ma del gesto sinuoso mutuato dai toreros nell’arena. I colpi finali a campo aperto assurgono al divino come “benedizioni”. Non mancano espressioni affondate nelle radici di un’italianità colta e superba, come il modo unico con cui descriveva giocatori tecnicamente rivedibili: «chiamato a giocare di fino rivela le sue umili origini».

Piccole perle inestimabili nella storia del commento e paragonabili solo – in ambito calcistico – al dizionario autogeno di Giuan Brera, grande estimatore e amico della strana coppia che di Rino disse, sintetizzando come solo lui sapeva fare:

“Stimo Rino Tommasi, uno dei più 'culti' giornalisti sportivi in assoluto, un cervello essenzialmente matematico però capace di digressioni etico-fantastiche quali consente uno sport come il pugilato. Io lo chiamo professore senza la minima ombra di esagerazione scherzosa”.

Tra le tante gemme la più preziosa è sicuramente il mitico “circoletto rosso”, nato in pieno stile Tommasi per una ragione di carattere pratico. Alla fine delle dirette nei taccuini vergati con logica e rigore dal buon Rino, per agevolare il lavoro della redazione (spesso Elena Pero, che ne ha ora raccolto l’eredità) evidenziava con un cerchietto in penna rossa i punti più belli, in modo da essere facilmente identificabili nella ricerca degli highlights.

Così, nella vulgata confidenziale e intima delle telecronache Tommasi-Clerici, circoletto rosso diviene sinonimo di colpo spettacolare, bello e decisivo, in una locuzione ormai storica. Un vezzeggiativo che assurge al superlativo, un controsenso in termini che dispiega le ali verso l’eccellenza, la «semi-divinità» (per dirla alla Clerici).

I soprannomi invece sono il terreno di conquista del sodale Gianni, eppure proprio al compagno di mille avventure Rino lascia in eredità forse il più bell'epiteto: il Dottor Divago.

Gianni, lo Scriba, come lo chiamavano in redazione. Gianni, la seconda voce. Sempre chino a inchiostrare pagine di sport o a far ticchettare incessantemente l’Olivetti; dal lago di Como ostentava con orgoglio l'appartenenza a quella Lombardia che diventava polarizzante nelle epiche conversazioni in dialetto stretto con Brera. Si è sempre considerato più scrittore che narratore, e non a caso un certo Italo Calvino di lui disse:

“Uno scrittore prestato allo sport”.

Forse per non disattendere le aspettative di Calvino, Clerici è stato davvero letterato sopraffino, con una produzione fatta di 26 libri, solo in parte incentrati sul suo sport di elezione. Puro e libertario, non ha mai mostrato alcun tipo di interesse corporativo; non è mai stato iscritto all'Ordine dei Giornalisti né a nessun altro, perché non gli piacevano le lobby. Sprezzante anche nella consapevolezza della sua opera, ha affermato più volte di non ritenersi un giornalista di serie B in quanto columnist sportivo, anzi, per lui l'unico vero metro di giudizio era rimanere soddisfatti della propria opera.

Personalità snob e ironica, ha reso la sua voce spontanea e stridula l’unica personificazione possibile per lo sport dai gesti bianchi. Dotato di un’irriverente superiorità ed eleganza, unita all’intelligenza inarrivabile di chi non ha mai fatto pesare il suo lignaggio culturale nella cronaca delle partite, è riuscito anzi con i suoi siparietti, divertenti e acuti, ad avvicinare ancor di più il pubblico allo sport. Un chiaro segno di acume, proprio di chi non ha mai avuto bisogno di fare bella mostra delle proprie capacità.

Anzi, forse la chiave autoironica è stata il filo conduttore della carriera passata in cabina di commento. Unico italiano, insieme a Nicola Pietrangeli, a essere ammesso nella Hall of Fame del tennis a Newport, ancora sostiene che debba essere stato un “errore da parte di chi si occupa di queste faccende. Come tennista

«sono stato il giocatore più battuto nella storia del tennis, mi sono fermato sempre al primo turno nei grandi tornei».

Come scrittore dubita invece che gli americani abbiano letto i suoi libri. Ammette però che l'onorificenza sia dovuta a quel "500 anni di tennis", che lui fa passare come opera compilativa mentre, ad oggi, risulta ancora essere il testo storico più completo sul gioco della racchetta a livello mondiale.

Dicevamo dei soprannomi di Gianni, irriverenti e immortali, soprattutto quelli delle signore, le sue “dame”: innamorato platonico di molte principesse in bianco che stimolavano la sua immaginazione ribelle, ecco allora in rassegna Lolita Kournikova, la Diva Suzanne Lenglen, la Divina Lea Pericoli, Giunone Davenport, la Venere d’Ebano Venus Williams, la Dea Calì Monica Seles. E la lista sarebbe davvero interminabile, in un elenco soverchiante di creatività.

Si erano conosciuti sui campi da tennis Gianni e Rino, ma il sodalizio professionale iniziò nel 1981 a Cologno Monzese. L'emergente rete televisiva Canale 5 di Silvio Berlusconi, dopo aver acquisito i diritti di molti sport americani (il calcio era esclusiva RAI), ne affidò la gestione proprio a Rino Tommasi, massimo esperto di sport d'oltreoceano a quel tempo.

E così Tommasi, oltre a strutturare in modo innovativo la redazione, importò in Italia per prima anche la telecronaca a doppia voce tipica del racconto a stelle e strisce. Iniziando con il tennis e con Gianni Clerici come partner, l’esperimento sancì una rivoluzione copernicana nel modo di raccontare lo sport.

A dire il vero la voce di Clerici non piaceva particolarmente al patron di Fininvest, che ne chiese più volte la sostituzione. Rino però è persona ostinata, e disposta a tutto pur di difendere le proprie idee (non a caso Gianni ne esportò il soprannome internazionale di “Rhino”). La spuntò lui, e sappiamo com'è andata a finire. Oltre 155 finali del Grande Slam, ma soprattutto una scuola di telecronaca che non è mai stata eguagliata né efficacemente emulata.

Rino Tommasi aveva dettato le linee guida a tutta la sua squadra, una line-up che contava anche di Ubaldo Scanagatta, del compianto Robertino Lombardi e dei giovani apprendisti Elena Pero e Massimo Marianella. Un parterre de roi che aveva come obiettivo quello di parlare di sport in tv esattamente come tra amici al bar. Certo, il loro bar è sempre stato un caffè Settecentesco pregno di idee e creatività, più simile a un salotto culturale che a una tavola calda, ma che ha centrato l’obiettivo principale: rimanere naturali.

Non c’è mai stata la ricerca spasmodica nella costruzione dei personaggi, a cui sfortunatamente oggi assistiamo di continuo, ma la spontaneità della naturalezza che ha reso tutto più autentico e piacevole. Anche l’illustre New York Times nel 2002 dedicò loro una colonna, ricordando gli episodi più esilaranti in cabina di commento e definendoli spassosissimi, tanto che a loro cospetto John McEnroe sembrava un personaggio appena vivace.

Gianni Clerici and Rino Tommasi, Italy's bawdy TV duo, make John McEnroe look like a limp linguine (The New York Times, 16 Settembre 2002).

Eppure la narrazione non era frutto di una scelta casuale ma di una proposizione consapevole e studiata, basata sull’assunto fondamentale di non sovrapporsi mai alla bellezza del gioco.

“La gente non è stupida, vuole godere quanto noi della bellezza di un gesto” (G. Clerici)

La cronaca deve riempire solo i momenti morti del gioco, perché niente è più splendido di quello, diceva Gianni. E in verità sempre questo hanno fatto, votati all’intrattenimento culturale quasi più che al commento.

Ma Clerici e Tommasi sono giornalisti sopraffini, nonostante il carattere scanzonato delle loro telecronache. Rino era in grado di scrivere il pezzo di una partita per soddisfare le deadline della Gazzetta e contestualmente commentarne un’altra. Gianni poteva dimenticare il punteggio, perfino chi avesse vinto l’incontro, ma come dice Rino saprà sempre perché è successo.

È forse tutta qui la magia della “strana coppia” del tennis italiano: un binomio diametralmente opposto che proprio per questa ragione ha saputo completarsi e integrarsi, dando luogo ad un’amicizia eterna senza mai scadere nel litigio o nella rivalità. Verrebbe da chiamarlo quasi 'doppio misto', se non sapessimo di fare un torto a Rino, per il quale quella strana configurazione di tennis aveva senso

“soltanto quando l’uomo e la donna sono stati insieme dopo il match per concepire un bambino tennista!”

Anche la loro etica professionale è stata un faro in un mondo che gradualmente ha perso credibilità tra l'imbarazzo generale. Basti ricordare un episodio, svelato recentemente dallo stesso Scriba, in occasione del mezzo secolo di Agassi. Dopo una delle loro interminabili dirette da Melbourne, come da tradizione si erano rifugiati in un ristorantino italiano che teneva la cucina aperta fino a tardi solo per loro.

Quel giorno però al piano soppalcato del ristorante c’erano eccezionalmente altri due avventori. Andre Agassi e Steffi Graff mangiavano insieme al lume di candela scambiandosi baci appassionati da novelli innamorati. Il mondo ancora non era a conoscenza della liaison e Gianni, nel dubbio se scrivere quello scoop sensazionale, chiese consiglio a Rino il quale rispose:

“Io non lo scriverei, sarebbe giornalismo da sciacalli”.

Non fu scritta una riga anche perché, altrimenti, sarebbero tornati a mangiare in quel ristorante?

Etica, pacatezza e competenza, una laica trinità che dovrebbe essere la stella polare del giornalismo sportivo italiano e che invece ne percorre il solco solo nelle cabine del tennis. Un peccato non aver esportato quella narrazione così adatta e consapevole anche al calcio, lasciando campo aperto agli strilloni e agli iperbolici.

Purtroppo la verità è che Tommasi-Clerici sono un prodotto originario del Made in Italy più alto, un oggetto unico, artigianale e irripetibile. Un riferimento inarrivabile ab origine e come tale, probabilmente, nemmeno più vero riferimento. Ma questa consapevolezza non ci toglie ancora la speranza di sentire, non appena le prime immagini aprono il collegamento con i centrali di mezzo mondo, la loro unica sigla, mutuata dal pezzo di Renzo Arbore, e sintesi perfetta della loro essenza:

«Oh Bongo bongo bongo
stare bene solo al Congo

non mi muovo no no!
Bingo bango bengo
molte scuse ma non vengo
io rimango qui.

No bono sigarette, scarpe strette

Signorine, magre così

Molto meglio anello al naso
Ma stare qui».

Purtroppo, dietro al microfono, oggi non ci sono più e il tennis è diventato un luogo più freddo. Forse semplicemente è diventato uno sport, a differenza di prima. Non è più il caldo contagioso di un caminetto che scoppietta in un salone rustico.

 

Gianni, Rino, ci mancate immensamente.