Indigeni artici della Russia: le innovazioni del 2020 alla legge sulle garanzie dei diritti aborigeni

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In Russia gli appartenenti ai popoli indigeni del Nord (artici e sub-artici) dispongono di diritti e benefici “addizionali” rispetto alla rimanente popolazione. Il problema è sempre stato quello di connettere i diritti riconosciuti a livello federale con i singoli membri delle comunità indigene.

Nel 1932 era stato introdotto nella Russia sovietica il sistema dei c.d. passaporti interni[i]. Esso era utile per fornire, tra l’altro, la prova dell’appartenenza ai gruppi indigeni. Senonché, il sistema originario è stato soppresso nel 2002, nel senso che l’informazione sulla nazionalità[ii], ovvero sull’identità etnica, non è più contenuta nel passaporto interno.

Le leggi federali, che riguardano gli aborigeni, sono naturalmente rimaste in vigore, ma non è facile per gli indigeni provare il loro status, la loro identità etnica. Ne è derivato, per esempio, che indigeni cacciatori dell’Artico russo sono stati sanzionati come bracconieri, ovvero che pescatori aborigeni hanno ricevuto multe per avere esercitato la pesca in periodi non consentiti, o per avere ecceduto le quote massime previste. Questo perché, nei rispettivi casi, cacciatori e pescatori non sono riusciti a fornire la prova della loro condizione etnica.

Per ovviare a tale situazione, il Parlamento federale ha approvato nel gennaio 2020 alcuni emendamenti alla legge federale sulle garanzie dei diritti dei piccoli popoli indigeni della Federazione Russa, risalente al 1999. La legge de qua è stata firmata dal Presidente Putin il 6 febbraio 2020 ed è entrata in vigore il 7 maggio dello stesso anno. Il provvedimento normativo, di rango primario, istituisce il registro degli appartenenti ai piccoli popoli indigeni, tra cui sono comprese le comunità aborigene dell’Artico russo[iii].

Il procedimento di adozione degli emendamenti legislativi non ha visto in alcun modo il coinvolgimento degli esponenti delle comunità aborigene, la qual cosa pare essere in violazione della stessa legge sulle garanzie dei diritti degli indigeni, che prevede (quantomeno) la consultazione preventiva dei gruppi indigeni, nelle materie che riguardano i loro interessi.

La legge stabilisce dunque che il registro, e le relative liste di indigeni “registrati”, siano approvati dal Governo federale russo, su proposta dell’Agenzia federale per gli affari etnici.

L’iscrizione nel registro avviene a seguito di richiesta che deve essere presentata dalla persona che assume di essere indigena. La prova della “indigenità” viene fornita mediante la produzione di (ben) dodici tipi di documenti, elencati nella legge. Si va dal certificato di residenza in un territorio di tradizionale insediamento della comunità indigena, alla prova di condurre uno «stile di vita tradizionale», ad attestazioni amministrative concernenti i legami personali e le discendenze familiari. Possono essere prodotte anche sentenze giudiziarie dalle quali si desumano gli elementi suddetti, al fine di comprovare l’appartenenza alla comunità indigena. Gli organi amministrativi che ricevono le domande possono naturalmente rigettarle, in assenza dei requisiti, e possono anche chiedere ulteriori informazioni sia alle autorità federali e/o locali, sia anche alle associazioni degli indigeni.

Non sembra proprio, però, che la legge in esame abbia risolto ogni problema.

Una prima criticità è rappresentata dal fatto che gli indigeni sono stati, nel corso della storia sovietica, soggetti a ripetuti processi di sedentarizzazione forzata, nonché a spostamenti coercitivi di massa. Il risultato è che molti indigeni artici vivono ora al di fuori dei territori di «tradizionale insediamento»Immagine rimossa. , e quindi non possono chiedere l’iscrizione al registro previsto dagli emendamenti legislativi del 2020. Anche a prescindere dalle dislocazioni forzate del passato, vi sono poi giovani indigeni che si spostano volontariamente nelle città, per avere condizioni di vita (ritenute) migliori, e dunque anch’essi non avranno i requisiti per l’iscrizione al (nuovo) registro. In disparte il fatto che la lista dei «territori di tradizionale insediamento indigeno», compilata a partire dal 2009 da parte delle autorità federali, sembra omettere non pochi luoghi in cui, invece, gli indigeni vivono da tempo immemorabile.

Una seconda criticità ha riguardo al fatto che le attività classificate come tradizionali dei piccoli popoli indigeni del Nord sono limitate a tredici tipologie (individuate a cura del Governo federale). Esse si riferiscono, in particolare, a: allevamento di bestiame, lavorazione dei relativi prodotti, apicoltura, pesca, caccia, agricoltura, artigianato, realizzazione di abitazioni tradizionali. Beninteso, sono queste certamente attività tradizionali degli indigeni. Tuttavia, vi sono ormai molti indigeni che esercitano professioni quali medico, insegnante, assistente sociale, bibliotecario. Costoro, quindi, non possono chiedere l’iscrizione al registro degli indigeni. Talvolta si tratta di persone direttamente impegnate nella conservazione della cultura indigena, come avviene per esempio per gli insegnanti delle lingue aborigene. E cosa pensare degli artisti indigeni, che parimenti salvaguardano la cultura tradizionale indigena? In definitiva, gli emendamenti legislativi avvalorano una certa immagine stereotipata degli indigeni, considerati “arretrati” e quasi “primitivi”, ovvero “sopravvivenze” del passato, mentre invece ovviamente vi sono indigeni che – come appena ricordato – sono pienamente integrati e talvolta protagonisti dello sviluppo socioeconomico.

La terza criticità consiste nell’iter burocratico piuttosto complesso previsto dagli emendamenti legislativi del 2020 per ottenere l’iscrizione nel registro degli indigeni. Bisogna, al riguardo, (opportunamente) distinguere. Le persone, tendenzialmente anziane, che già disponevano in epoca sovietica del passaporto interno, non avranno particolari problemi a chiedere l’iscrizione, poiché tale documento contiene i dati essenziali richiesti dalla legge. Ma lo stesso non può certamente dirsi per le persone più giovani, o che comunque non erano in possesso del passaporto interno. In questi casi, l’interessato deve raccogliere la documentazione rilevante, reperibile presso archivi pubblici o parrocchiali, uffici giudiziari, ovvero nei casi più fortunati esibendo il passaporto interno dei genitori. In ogni caso, la richiesta è soltanto individuale, senza alcuna possibilità di riconoscimenti collettivi, ossia per (interi) nuclei familiari.

Insomma, a uno sguardo d’insieme sugli emendamenti legislativi del 2020 in materia di tutela dei piccoli popoli indigeni del Nord della Russia, verrebbe (purtroppo) da dire che sono stati fatti due passi avanti, e tre indietro[iv].

 

[i] Il sistema sovietico di passaporti interni e permessi di residenza urbana è analizzato da G. Kessler, The passport system and state control over population flows in the Soviet Union, 1932-1940, in Cahiers du Monde russe, 2001, n. 2-4, p. 477 ss.

[ii] Sui riferimenti alle nazionalità, v. C. Filippini, La reintroduzione dei termini «minoranze nazionali» negli ordinamenti della Federazione di Russia e dell’Ucraina in prospettiva comparata, in Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni e Società, 2020, n. 1, p. 6 ss.

[iii] Cfr. sulla Rete Internet lo scritto di G. Fondahl, V. Filippova, A. Savvinova, Introducing a Registry of Indigenous Persons in Russia: Rationale and Challenges, in Espace populations sociétés, 2020, n. 1-2, https://doi.org/10.4000/eps.9582.

[iv] Le (mie) previsioni erano pessimistiche anche (molti) anni fa; v. M. Mazza, La protezione dei popoli indigeni nella Russia del Nord, in Diritto pubblico comparato ed europeo, 2003, p. 1850 ss., e hanno trovato (purtroppo) successive conferme: cfr. M. Mazza, I Saami della Russia settentrionale: una condizione giuridica (ancora) difficile, in Filodiritto, 26 marzo 2020 (www.filodiritto.com).