L'audace tango di Mr. Tallongo

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L'audace tango di Mr. Tallongo

 

Abstract              

The Pall Mall Gazette, 18 April 1894

“The Roman Bank scandal, in its grotesque proportions, resembles the Panama affair in France, but without the judicial courage that followed in Paris. The accused, Tanlongo and others, will probably escape, not for want of guilt but for want of evidence. Italy, it seems, is still learning to distinguish between political favour and financial integrity.”

Lo scandalo della Banca Romana, per le sue proporzioni grottesche, ricorda l’Affare di Panama in Francia, ma senza il coraggio giudiziario che seguì a Parigi. Gli imputati, Tanlongo e gli altri, probabilmente si salveranno non per mancanza di colpa, ma per mancanza di prove. L’Italia, pare, sta ancora imparando a distinguere tra favore politico e integrità finanziaria.

 

Premessa breve: il contesto europeo

La Francia del 1892 è scossa dallo scandalo del Canale di Panama. In sintesi, una compagnia privata raccoglie capitali per scavare il canale; fallisce rovinosamente; per salvarsi, compra il silenzio e il favore di parlamentari, ministri, giornalisti. Il bilancio giudiziario conta molte assoluzioni, pochissime condanne, responsabilità politiche eminenti, responsabilità penali evanescenti. Con sensibilità contemporanea possiamo sostenere che Panama fu un sistema e non un crimine.

 

In medias res

Verbale di arresto di Bernardo Tanlongo – 19 gennaio 1893

Luogo: Roma, sede della Banca Romana
Data: 19 gennaio 1893, ore 7 del mattino
Ufficiale di polizia giudiziaria: Intendente di Pubblica Sicurezza
Imputato: Bernardo Tanlongo, Governatore della Banca Romana

Atto:
L’Intendente, unitamente a due ufficiali ausiliari, procede all’arresto del Sig. Bernardo Tanlongo, in esecuzione dell’ordine di custodia cautelare disposto dall’Autorità Giudiziaria competente.

Si legge nel verbale:

«Io, sottoscritto Intendente, alle ore sette del mattino, mi sono recato presso la residenza e gli uffici del Sig. Bernardo Tanlongo, dove ho notificato al medesimo l’ordine di arresto per le gravi irregolarità contabili e emissioni di biglietti di banca oltre i limiti consentiti dalla legge. Il Sig. Tanlongo, preso atto della comunicazione, ha dichiarato di collaborare pienamente con le autorità e ha consegnato spontaneamente documenti di contabilità interna. L’arrestato è stato quindi condotto presso la Questura di Roma per l’espletamento delle formalità di rito.»

Note operative:

  • Documenti sequestrati in allegato, comprendenti estratti contabili e serie di banconote duplicate.
  • Arresto eseguito senza resistenza.
  • Verbale firmato dall’Intendente e dai due ufficiali ausiliari, e controfirmato dal Tanlongo.

 

I fatti

Dopo 30 anni dall'unità, sei banche centrali, eredi di quelle degli stati preunitari, avevano ancora facoltà di emettere carta moneta, sia pur intitolata al Regno d'Italia. Trattavasi di : Banca Romana, Banca Nazionale di Torino, Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banca Nazionale Toscana, Banca Toscana di Credito. Tali istituti godevano di una vera e propria autonomia di emissione, con governatori propri e controlli da parte del ministero del Tesoro e di quello delle Finanze. Intanto, Roma, divenuta capitale, entrava in un periodo di crescita edilizia inedita e vasta. Un milieu del genere vide la crisi del settore, che a sua volta scatenò una serie di fallimenti bancari. La Banca Romana aveva retto nel 1887-88 ma la concessione di prestiti, veicolata da esponenti politici a favore di imprese amiche, aveva creato una voragine tra le sue riserve aurifere e la quantità di banconote emesse. Tanlongo, governatore, si muoveva con abilità corruttiva tra governo, parlamento, funzionari, giornalisti ed editori. Nel giugno del 1889 il governo Crispi dispose una ispezione.

Le irregolarità della Banca Romana furono presto palesi per gli ispettori: Tanlongo aveva emesso biglietti di banca per 113 milioni di lire, a fronte dei 60 milioni autorizzati (sui quali possedeva le relative riserve auree), incluse banconote false, con numero di serie doppio per 40 milioni. il 20 gennaio 1893, dopo una mancata inchiesta parlamentare cui si era opposto Giolitti da ministro del Tesoro (egli aveva promosso invece un’inchiesta della Corte dei Conti che accertò le irregolarità), il governatore Tanlongo e il direttore Lazzaroni vennero arrestati. Dal carcere denunciarono di aver erogato numerose somme a 22 parlamentari e a vari presidenti del consiglio tra cui Crispi e lo stesso Giolitti. Il processo si concluse nel 1894 con una generale assoluzione, per evitare che lo scandalo ponesse in una grave crisi istituzionale il Paese.

 

Istruttoria

Esami testimoniali – Impiegati della Banca Romana, febbraio 1893

Testimone: Mario Fabbri, cassiere
Data: 10 febbraio 1893
Atto: dichiarazione resa davanti alla Commissione d’Inchiesta

Domanda: Signor Fabbri, può descrivere le procedure per l’emissione di banconote?

Risposta: «Le serie di banconote venivano annotate nei registri, ma talvolta si procedeva alla duplicazione senza alcuna annotazione ufficiale. L’ordine veniva talvolta impartito verbalmente dai direttori, senza documentazione scritta.»

Domanda: È a conoscenza di prestiti a parlamentari o funzionari pubblici?

Risposta: «Sì, alcuni presti furono concessi su richiesta dei direttori, ma non vi erano sempre garanzie adeguate. Talvolta si facevano affidamenti sulla parola dei richiedenti.»

Domanda: Come giudica la correttezza contabile della Banca Romana?

Risposta: «Molte operazioni risultano poco trasparenti. Vi erano discrepanze nei registri e nei conti, ma la responsabilità principale era dei direttori.»

L’ispezione del 1889-90 condotta dagli ispettori Giuseppe Alvisi e Gustavo Biagini evidenziò appunto che: la banca aveva emesso 113 milioni di lire nonostante un limite (autorizzato) di circa 60 milioni; figuravano banconote a serie duplicata per circa 40 milioni. La Relazione del 15 gennaio 1893 del funzionario Martuscelli, rincarando la dose, segnalò “vuoto nei biglietti di scorta … tentativi di porre in circolazione serie duplicate … sofferenze antiche messe in attivo … utili fittizi”.

 

Codice Zanardelli: fattispecie imputabili

In via preliminare, ricordiamo che la Banca Romana è un istituto privato: il direttore Tallongo quindi non è pubblico ufficiale e, nel suo caso, non risulta imputabile il delitto di peculato. Nel caso in esame, il bene giuridico leso risulta essere costituito dalla Fede pubblica. Tale espressione concerne la fiducia collettiva nell'autenticità e veridicità di segni, documenti, monete, titoli,scritture che consentono alla vita giuridica ed economica di funzionare. La lesione si consuma quando il falso precede il danno concreto; difatti è sufficiente che la verità documentale venga incrinata. Il codice punisce, sub artt 256 ss,  la contraffazione, l'alterazione, la messa in circolazione consapevole di monete o titoli aventi fede pubblica: non ogni irregolarità rappresenta un falso, ma solo ciò che simula un valore legale inesistente. Ed ecco perchè le emissioni irregolari della Banca romana “faticano” ad integrare il falso penale: erano biglietti “veri”, ma emessi male. Per il falso, occorre un atto che attesti come vero ciò che non è, o che occulti il vero con artificio. A tal riguardo, però, occorrono un atto qualificabile come pubblico, un autore con funzione pubblica ed il dolo specifico di falsificazione. Per le scritture private, infine, sussiste rilevanza solo se usate come pubbliche, o destinate ad ingannare la collettività. I registri bancari della Banca Romana, però, erano veri registri, non falsi in senso stretto.

Dunque, non sussistono un falso materiale chiaro, un atto pubblico inequivocabile, un autore la cui condotta sia dolosamente diretta all'artificio e al raggiro.

In conclusione, il falso risulta materiale (contraffazione), documentale (atto pubblico mendace), doloso; ne deriva che, in assenza di questi elementi, le assoluzioni siano giuridicamente corrette.

Con il nuovo codice del 1930, invece, in un istituto di natura pubblicistica, il falso ideologico, il reato di pericolo e il concorso morale avrebbero consentito le condanne.

 

Esito finale

Ricapitolando quanto sopra:

l'emissione irregolare di banconote è meramente amministrativa, giacchè non sono contraffatte, né materialmente false o create al di fuori del circuito legale;

i registri contabili, sia pur veritieri, sono “opachi” e manipolati, ma non risultano né invenzione né falso materiale;

l'autore è dirigente di un istituto di diritto privato, quindi non riveste la qualifica di pubblico ufficiale né redige atti pubblici;

la collusione politica non implica automaticamente alcuna prova di inganno doloso verso la collettività.

Concludendo al riguardo, sussiste una vera e propria discrasia tra diritto penale e e fatto politico-finanziario: quindi, l'assoluzione non indica pressione ambientale, bensì fedeltà al codice.

Premesso ciò, la prova si dimostrò, altresì, imprecisa: i documenti fondamentali riguardanti contabilità e sofferenze risultarono scomparsi o illeggibili. Nella motivazione della sentenza d’assoluzione si accertò che «la sottrazione dei documenti c'è stata, ma non è possibile risalire agli autori».

Il processo penale si concluse il 28 luglio 1894 con una sentenza che assolse tutti gli imputati

Le motivazioni dell’assoluzione indicano chiaramente che: «non ci sono prove sufficienti» e che «documenti importanti sono scomparsi» ovvero non sono stati prodotti.

Ps : la Banca d'Italia nacque nel 1893, divenne unico istituto autorizzato all'emissione di banconote nel 1926 ed assunse la forma di istituto di diritto pubblico con la legge bancaria del 1936.

 

Epilogo: “pioggia sporca”

nel suo Buen Ritiro atemporale sull'isola di Ogigia, Marco Tullio Cicerone ha seguito in tempo reale la vicenda e, discorrendo con la ninfa Calipso, rileva, ore rotundo, quanto segue:

“il diritto penale guarda alle responsabilità personali, non sa processare i sistemi. Nel caso Panama, i documenti compromettenti scompaiono, le decisioni sono collettive, il dolo si dissolve. Nel caso Banca Romana i faldoni mancano, le firme sono indirette e Tanlongo non è il motore bensì un ingranaggio. Il giudice chiede: chi ha voluto, chi ha firmato, chi ha tratto profitto diretto. Lo scandalo risponde: “ - tutti e nessuno”. E allora il processo deve assolvere. Condannare Tanlongo avrebbe mentito sulla natura del fatto; assolverlo dice la verità, anche se trattasi di verità insopportabile: lo Stato ha usato una banca come uno strumento, poi ha chiesto al giudice di punire lo strumento.

Panama e Banca Romana insegnano la medesima lezione: quando la politica entra nel bilancio, il processo penale entra in crisi. La morale pubblica difatti pretende condanne, ma il diritto, se vuole mantenersi onesto, concede assoluzioni. Difatti, quando le colpe sono di tutti, la condanna di uno solo sarebbe il vero delitto contro la fede pubblica”

Si ringrazia Giacomo Corsi per aver compulsato la documentazione on line dell'archivio della Camera