Quando il protocollo si fa storia: l’annotazione nel registro del Comune di Udine del 1918

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Quando il protocollo si fa storia: l’annotazione nel registro del Comune di Udine del 1918

 

1. Il protocollo: non solo burocrazia

Il registro di protocollo è, nella propria funzione tecnica, uno strumento preciso e impersonale: numeri sequenziali, date, corrispondenti, oggetti, descrizione di allegati, classificazioni. È la memoria sintetica del soggetto produttore e il testimone formale del flusso documentale quotidiano.

Eppure, proprio perché è tenuto ogni giorno da persone reali presenti nel mondo reale, il registro di protocollo finisce inevitabilmente per assorbire qualcosa di più della funzione giuridico-probatoria che gli è propria. Spesso è percepito come una sequenza di scritture giornaliere finalizzate a tracciare la quotidianità degli uffici. Tuttavia, questa visione riduttiva trascura la natura profonda del protocollo come luogo di attestazione della memoria istituzionale.

La storia dell’archivistica è intrisa di passaggi in cui un registro burocratico si trasforma in un documento storico di straordinaria immediatezza. Non attraverso le forme prestabilite, i formulari, le convenzioni, ma attraverso tracce laterali, marginali, a volte involontarie, che chi lo teneva vi ha adagiato, anche in modo estemporaneo, un’annotazione a margine, una data sottolineata con forza insolita, un’interruzione nella scrittura che tradisce l’emozione del momento.

Anche i copisti medioevali amavano farlo durante e al termine di una trascrizione, lasciando prove di penna, battute salaci nelle carte di guardia o, più semplicemente, un explicit feliciter in coda al lavoro (“ho concluso felicemente la trascrizione del codice”).

Il registro di protocollo, dunque, sembrerebbe l’emblema della burocrazia più asettica. Eppure, la storia può irrompere tra le fincature prestampate, trasformando uno strumento amministrativo apparentemente freddo in una testimonianza umana di straordinaria intensità. Esso, infatti, prima dell’introduzione dell’informatica, si veniva formando in maniera rigorosamente burocratica, compilato a volte anche con una scrittura dai guizzi rapidi, quasi geroglifica, in maniera comprensibile soltanto alla cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Annotazioni, acronimi, abbreviature si susseguivano in un incalzare degli eventi e dei giorni che scorrono inesorabilmente. Invece, le registrazioni conducono dritte alla storia di un soggetto produttore, ai suoi percorsi documentali anche tortuosi, alla memoria ufficiale di quanto accaduto in un periodo determinato.

 

2. L’annotazione di Pietro Blasoni del 1918

E, a volte, il protocollo si fa storia nello stesso attimo in cui è scritto. In quello del Comune di Udine, sotto l’ultima registrazione del 28 ottobre 1918, si trova annotato, di pugno dell’archivista: «La liberazione del nostro benedetto Friuli è iniziata e procede gloriosamente annientando per sempre l’odiatissimo e finalmente domato nostro perpetuo nemico. W l’Italia grade, W l’esercito, W il forte Friuli. Pietro Blasoni».

Il testo si conclude, quasi a cesellare un momento contestualmente drammatico e gioioso, con un ghirigoro sulla sottoscrizione e sull’intera frase, come possiamo osservare nell’immagine seguente.

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Non reca la data cronica, ma abbiamo il termine post quem dell’ultima registrazione del 28 ottobre. Dunque, è facilmente databile intorno al 4 novembre 1918, quando l’Italia uscì vittoriosa dalla 1a Guerra mondiale e Udine vide la ritirata del nemico.

Si tratta di una nota in calce, quasi un explicit di protocollo, che vale più di mille documenti. Una traccia che non aveva nulla di burocratico e, anzi, trasudava di umanità: la gioia incontenibile di un uomo in uno dei momenti più intensi della storia del Friuli, senza riuscire a trattenere la penna sulle carte prestampate del registro.

Quella nota olografa, fuori da qualsiasi schema procedurale, oggi assurge a testimonianza eloquente della storia racchiusa nell’archivio comunale di Udine.

Sono tracce preziose proprio perché non erano destinate volontariamente alla posterità, né furono scritte applicando un regolamento. Blasoni non stava scrivendo un libro per i cittadini, ma annotando un registro ufficiale: stava esultando, in quel modo istintivo e irrefrenabile con cui un uomo esprime la gioia quando la storia bussa alla porta.

Si trovava in servizio, davanti alla scrivania. La spontaneità di quel gesto è la sua autenticità più profonda. Non è un atto amministrativo. Non è un provvedimento. Non è classificabile secondo il titolario. Eppure, è un documento archivistico nel senso più profondo del termine: testimonia un momento, un uomo, un sentimento collettivo cristallizzato nell’unico strumento che Blasoni aveva a portata di mano in quell’istante: il registro di protocollo del suo Comune e del suo Friuli.

 

3. Un archivista ed economo

Chi era quel protocollista patriota? Pietro Blasoni (classe 1866), fu assunto dal Comune di Udine nel 1890 come “Protocollista-archivista”, passando successivamente a “Dirigente dell’Ufficio d’ordine-Economo municipale”.

Ricevette diversi encomi per il suo servizio, tra i quali il 17 aprile 1917 un premio per la «fattiva e straordinaria opera svolta durante la guerra in tutti gli innumerevoli incarichi affidatigli demandati anche da disposizioni governative».

Tra l’altro salvò la cassa comunale riparandosi a Bologna prima e a Firenze poi. Infatti, dal suo fascicolo, apprendiamo che «Nell’esodo, portò in salvo i denari della Cassa Economato e tutte le pezze giustificative, versando l’importo nella sede provvisoria di Bologna. Stabilitosi in Comune a Firenze, cooperò con gli altri pochi colleghi al disimpegno dell’Ufficio. Appena venuta la liberazione e ritornati in sede, con lavoro improbo fu provvisto al riordino per il regolare funzionamento di tutti gli uffici comunali» (Archivio del Comune di Udine, Fascicolo di persona di Pietro Blasoni, b. 5141).

Non a caso, il dorso parlante e l’etichetta sul piatto del registro di protocollo (vedi immagine qui sotto), recano proprio la dicitura «Comune di Udine, con sede provvisoria Bologna e Firenze, Protocollo generale 1917-1918».

Questa è una dimostrazione formidabile di quanta importanza la macchina burocratica rivolgesse al registro di protocollo, che seguiva gli spostamenti coatti dell’amministrazione comunale per sfuggire all’invasore austriaco.

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Nel 2018 si tenne una mostra, intitolata Una città dentro la guerra. Udine 1914-1918, presso il Museo etnografico di Udine (Palazzo Giacomelli), anche con riferimenti orali a questo importantissimo registro protocollare.

 

4. Il confine tra funzione e testimonianza storica

C’è una riflessione archivistica suggerita da questa testimonianza. Il documento amministrativo nasce per esercitare una funzione prevista da una norma: registrare, classificare, attestare, decidere. Ma, nel fluire della vita amministrativa, soprattutto nella prospettiva della conservazione storica, acquista un secondo strato di significato al di là della funzione originaria.

La nota di Pietro Blasoni non registrò un atto amministrativo. Non istruì un procedimento, non concluse una pratica, non attestò alcun diritto. Eppure, il suo valore storico è incomparabilmente superiore a quello di centinaia di registrazioni formalmente ineccepibili che la circondano nel medesimo registro. Perché è autentica come le altre, ma in una dimensione e in una prospettiva differenti. È vera come lo è il grido di gioia di una persona che ha appena vissuto qualcosa di irripetibile, riuscendo a trasformare una carta del registro di protocollo in una pagina del proprio diario personale, in grado di assurgere a traccia documentale della collettività friulana.

Questo è il più bel paradosso evolutivo dell’archivio: nasce per conservare prove formali come atto di fede privilegiata, ma finisce per conservare l’umanità del Friuli devastato, ma radioso per la libertà raggiunta. Quando scrive il nostro benedetto Friuli parla a nome di una comunità, quando invoca l’Italia, l’esercito e il forte Friuli, Blasoni sta scrivendo a nome di tutti i friulani che hanno attraversato quattro anni di guerra, di occupazione e di paura.

Queste parole non appartengono alla fredda lingua della burocrazia. Sono invece l’espressione diretta dell’entusiasmo e della speranza che accompagnarono gli ultimi mesi della Grande guerra, quando il Friuli usciva dalla drammatica esperienza dell’occupazione austro-tedesca seguita alla disfatta di Caporetto. Sta parlando a nome del Comune, della città di Udine, mentre aveva visto passare l’esercito nemico, ma anche dei colleghi con cui condivideva gli uffici in esilio.

Il registro di protocollo del Comune di Udine, in quel momento, smetteva per un istante di essere l’atto pubblico di un ufficio e diventava la voce di una comunità. Questo è ciò che la conservazione permanente del documento significa in termini concreti: non la tutela di un supporto materiale, ma l’amplificatore della voce unanime di un popolo. Un istante che si proietta nel futuro.

Per chi studia storia locale, storia sociale, storia delle istituzioni, i registri di protocollo sono fonti di straordinaria ricchezza, spesso punto di partenza obbligato per qualsiasi ricerca. Ognuno di noi dovrebbe ricordare la storia celata dietro a ogni numero: la persona che lo ha scritto, in un giorno preciso, in un momento definibile della storia, che va oltre quel numero. Pietro Blasoni lasciò il segno olografo il 4 novembre 1918. E, un secolo dopo, quel segno ci parla ancora della grande umanità del popolo friulano.

N.B. Le immagini sono pubblicate su autorizzazione del Comune di Udine, che ringrazio nelle persone del Segretario Generale dott.ssa Francesca Finco e dell’Archivista dott.ssa Michela Giorgiutti la quale, nel corso di una visita guidata degli studenti di Archivistica dell’Università degli Studi di Udine, ha illustrato questo straordinario tassello di storia locale, divenuta ormai patrimonio nazionale.