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Antigone o dello splendore della disobbedienza: quando il diritto non coincide con la morale

È il conflitto imperituro tra diritto e morale: norme e “imperativi” della coscienza non sempre collimano
conflitto tra diritto e morale
conflitto tra diritto e morale

Antigone o dello splendore della disobbedienza: quando il diritto non coincide con la morale


Prendi tua figlia, portala a Siracusa, siediti sui gradoni del teatro greco e insegnale lo splendore della disubbidienza. È rischioso ma è più rischioso non farlo mai

(G. Romagnoli - Cercasi Antigone per la rivoluzione)

 

Che c’azzecca Antigone con la rivoluzione?

C’azzecca, eccome se c’azzecca.

Davvero difficile scrivere dell’Antigone senza scadere nella banalità. Davvero difficile scriverne senza ripetersi.

Partiamo dal nome, che la dice lunga; tradotto letteralmente dal greco antico: “Nata contro”.

Tutta l’essenza del suo tragico destino

È una storia di ribellione che ha più di duemila anni, raccontata da drammaturghi del V secolo a.C., scrittori nostrani come Alfieri e stranieri come Brecht, filosofi del calibro di Hegel, pittori (pur se etichettati) “minori”, registi anticonformisti.

Una storia da inserire alla rubrica “attualità”, che, con tutto il suo impatto di strazio deflagrante, non cessa e non cesserà mai di affascinare.

Eccola, breve ripassino.

Antigone decide di dare degna sepoltura al fratello Polinice (defunto nell’assedio di Tebe), nonostante il tiranno Creonte ne abbia imposto il divieto poiché nemico della patria; colta sul fatto, viene arrestata e condannata a morte; in attesa dell’esecuzione, si suicida; pentitosi tardivamente dell’errore ormai irreparabile, Creonte viene travolto da una serie di sciagure (per la serie “occhio al karma”) e si maledice per il resto della sua grama vita.

È il conflitto imperituro tra diritto e morale: norme e “imperativi” della coscienza non sempre collimano; spesso le leggi scritte degli uomini (nomos) contengono nel loro nucleo primigenio i principi divini/etici/naturali (physis); ma altrettanto spesso se ne discostano, vanno oltre, troppo oltre, fino a cozzarci.

Cercasti giustizia, trovasti la legge canta De Gregori. Nulla che renda meglio l’idea.

Antigone è colei che – appunto – va dritta a muso duro verso ciò che è giusto, a costo di rimetterci la pelle. Consapevolmente a costo di rimetterci la pelle.

È un’eretica (nella stupenda accezione del “siate eretici” di don Ciotti) che sceglie il coraggio di avere più coraggio; rispondendo esclusivamente al potente richiamo della sua inner voice – unico “foro” al quale sente di dovere il redde rationem, infrange e osteggia, con rigore kantiano, la miope ortodossia.

Il ragionamento fila liscissimo. Non fa una piega. Credere-disobbedire-combattere.

In questa battaglia solitaria, che è ben conscia di perdere già fin dall’inizio, da vittima diventa eroina. Lei, così esile e scarmigliata, diventa (con un hysteron proteron) la Giovanna d’Arco in cui tutti – ma soprattutto tutte – un po’ ci riconosciamo nei nostri piccoli e grandi dilemmi quotidiani.

Antigone, una di noi.

Sconfina poi dall’individualità alla collettività, assurgendo a vessillo del dissenso motivato (giustificato, cioè, dalla compresenza di diverse “vedute” in teoria legittime eppure tra loro inconciliabili). Trasformandosi ora in lotta ora in resistenza. Qui però il discorso si inquina di politica, con le scontate storture/strumentalizzazioni del caso. E perde d’interesse.

Molto meglio rimanere nel campo di quella fonte inesauribile d’ispirazione che è la tragedia greca, ancora ad oggi d’inarrivabile grandeur. O forse no.

Perché l’Antigone più bella (Sofocle non me ne voglia) è quella del racconto della Yourcenar in “Fuochi”, cui scippo – rea confessa – la chiusura sublime: “Il pendolo del mondo è il cuore di Antigone”.