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Profili fiscali in tema di quote latte

13 giugno 2016 -

Abstract

Nella nota si analizza la recente pronuncia della Corte di Cassazione, che, con la sentenza n. 10471 del 20 maggio 2016, ha espresso considerazioni di rilievo in tema di quote latte e fiscalità connessa. L’Autore ricostruisce, altresì, la storia giurisprudenziale recente relativa alla tematica in oggetto

Testo dell’articolo

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 10471 del 20.05.2016 ha espresso considerazioni di rilievo in tema di quote latte.

L’Agenzia delle Entrate aveva nel caso di specie contestato ad una società semplice l’evasione dell’Iva e dell’Irap in relazione alla produzione ed alla vendite di latte da questa compiute, irrogando le relative sanzioni.

In particolare, l’ufficio aveva ritenuto che i contratti di compravendita di vacche lattifere e di soccida, intercorsi tra la contribuente e un’altra società, e per effetto dei quali quest’ultima, acquistate le vacche dalla società semplice, le aveva conferite nel contratto di soccida, schermassero, con meccanismo elusivo, la produzione e vendita di quote latte in violazione del contingentamento di quote.

La società semplice aveva impugnato l’avviso, senza successo in primo grado, mentre la Commissione Tributaria Regionale, accogliendone il successivo appello, aveva sostenuto che la produzione e la vendita di latte, per la loro natura agricola, comportassero di per sé l’applicazione del regime stabilito dall'art. 34 del d.P.R. 633 del 1972, in tema di regime Iva speciale per i produttori agricoli.

Avverso questa sentenza proponeva allora ricorso l’Agenzia delle Entrate, lamentando la violazione dell’art. 34 del d.P.R. 633/72, in combinazione con gli art. 17, 21 e 28 del medesimo decreto, laddove il giudice d’appello aveva ritenuto applicabile il regime stabilito dal citato art. 34, benché le operazioni compiute non fossero state fatturate, né comunque registrate dalla contribuente.

Nel testo applicabile all'epoca dei fatti, il primo comma dell'art. 34 del d.P.R. 633/72 stabiliva infatti che “per le cessioni di prodotti agricoli e ittici compresi nella prima parte dell'allegata tabella A) effettuate dai produttori agricoli, la detrazione prevista nell'articolo 19 è forfettizzata in misura pari all'importo risultante dall'applicazione, all'ammontare imponibile delle operazioni stesse, delle percentuali di compensazione stabilite, per gruppi di prodotti, con decreto del Ministro delle finanze di concerto con il Ministro per le politiche Agricole”.

La compensazione forfettaria con la posta attiva data dall’importo oggetto di detrazione postulava quindi la determinazione di quella passiva da compensare, data dall'imposta da assolvere, come fatturata e registrata.

Anche considerato che persino per i produttori agricoli, che, avendo realizzato nell’anno solare precedente un volume di affari non superiore a cinque milioni di lire, costituito per almeno due terzi da cessioni di prodotti agricoli, erano esonerati dal versamento dell'imposta e da tutti gli obblighi documentali e contabili, restava comunque fermo “l’obbligo di numerare e conservare le fatture e le bollette doganali a norma dell'articolo 39” del d.P.R. 633/72.

Laddove poi il precedente quinto comma stabiliva, e stabilisce, l’obbligo di registrazione distinta e d’indicazione separata in sede di dichiarazione periodica ed annuale delle operazioni imponibili diverse dalle cessioni di prodotti agricoli: il che, ad avviso della ricorrente Agenzia, implicava che anche per le cessioni di prodotti agricoli occorrevano registrazione e dichiarazione.



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