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Social media e diritti

30 maggio 2018 -
Social media e diritti

Di Marina Pietrangelo

 

Indice

1. Sulle libertà dopo i social media: una premessa, a scanso di equivoci

2. I social media: spazi sociali interni al diritto positivo o spazi giuridici negativi

3. Sulla fragilità del diritto positivo dinnanzi ai social media

4. Prospettive. Sul diritto delle persone ad autodeterminarsi (anche) in Rete

 

1. Sulle libertà dopo i social media: una premessa, a scanso di equivoci[1]

Le invenzioni umane sono sempre più sorprendenti. Stupiscono l’uomo stesso che le crea; e come sempre accade, talvolta deviano dall’idea originaria. Nascono da buone intuizioni, occasionali o conclusive di lunghi pensamenti. In alcuni casi, l’invenzione è il risultato di ricerche che perseguono un obiettivo dichiarato; in altri, si tratta di studi che evolvono senza tracce predefinite o costrizioni applicative. L’invenzione può essere interna ad un procedimento che mira a soddisfare interessi pubblici; oppure tende alla soddisfazione di interessi particolari o commerciali. 

Questo schema è certamente sommario; esso tuttavia, pur nella semplificazione estrema, mi agevola nell’introdurre altrettanto semplicisticamente un pro memoria sulla differenza tra l’invenzione-Internet e l’invenzione-social media. Nonostante la diffusa tendenza a raccoglierli nella classe dei “nuovi mezzi” funzionali all’esercizio di certe libertà democratiche, si tratta invece, a mio avviso, di beni con caratteri del tutto diversi, molto distanti tra loro per percorso di scoperta e utilizzo. Ritengo, infatti, che solo la rete Internet (o certe sue applicazioni come il Web) – e forse solo in teoria – può essere riguardata come “metafora dei nuovi spazi democratici”, per il suo potenziale espansivo sui margini di esercizio di certe libertà, anzitutto la libertà di espressione. Secondo certa letteratura, questa traccia condurrebbe finanche a considerare Internet come bene d’interesse pubblico o, come taluno ritiene, bene comune. Non altrettanto può osservarsi per i social media, i quali a ben vedere crescono e si diffondono entro recinti particolari e come prodotti commerciali. Tanto che proprio la connotazione originaria di questi ultimi parrebbe esprimere il limite maggiore, e forse invalicabile, alla loro equiparazione alla rete Internet, come invece qualcuno auspica, forse con l’intento di arginarne gli eccessi.

La storia dei social media è breve e densa, e a tutti nota. Così che appare quasi scontato ricordare che essi non solo non offrono sevizi gratuiti, ma che – al contrario – l’accesso al servizio ha un costo elevatissimo, seppure non dichiarato né concordato (dettaglio quest’ultimo che peraltro dovrebbe già preannunciare conseguenze gravi sul piano del diritto positivo). D’altro canto, se Facebook, Twitter, Instagram o Google sono prodotti commerciali, essi inevitabilmente costano, alla stessa maniera di altri beni o servizi.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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