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Marchi individuali in conflitto con denominazioni di origine e menzioni tradizionali in materia di vini

11 settembre 2018 -
Marchi individuali in conflitto con denominazioni di origine e menzioni tradizionali in materia di vini

Tra la fine del 2017 e la prima metà del 2018 sono state pubblicate due decisioni che hanno importanti implicazioni sul rapporto tra marchio comunitario e denominazioni d’origine in materia di vini.

La prima è di natura giudiziale ed ha interessato la Sezione Impresa del Tribunale di Venezia (sentenza n. 2283/2017). Pronuncia che ha riguardato la contrarietà rispetto alla menzione tradizionale e denominazione d’origine “Amarone della Valpolicella” dell’espressione “Amarone d’Arte” contenuta nella più articolata denominazione sociale e nel marchio nazionale individuale del soggetto terzo (società consortile a responsabilità limitata) registrante.

Il divieto di utilizzare anche parte della denominazione protetta, “Amarone”, ha comportato l’inibitoria all’uso del predetto elemento distintivo nella denominazione sociale della menzionata società consortile(1) oltre alla nullità del relativo marchio in sede nazionale. Il marchio (“Famiglie dell’Amarone d’Arte” con una particolare caratterizzazione grafica della lettera “A”), pur essendo utilizzato da una parte dei componenti della filiera della denominazione d’origine, è stato ritenuto decettivo in quanto contrario al disciplinare di produzione(2).

La normativa nazionale in tema di denominazione di origine e menzioni tradizionali (art. 44 L. 238/2016 e, prima ancora, l’art. 4 D.Lgs. 61/2010), ritenuta non in contrasto con la corrispondente normativa europea (Reg. UE n. 1308/2013) ancorché rispetto ad essa sia più rigorosa ma come tale non censurabile, prevede che per i prodotti vitivinicoli l’uso delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche protette debba avvenire anche nel rispetto del disciplinare di produzione che, quindi, diventa fonte regolamentare per la valutazione di liceità di un segno distintivo.

La rilevanza del disciplinare di produzione ha ripercussioni anche in ambito concorrenziale «Ciascun produttore nell’ambito di leale attività concorrenziale ben può promuovere i propri marchi “industriali” e/o presentarsi come migliore rispetto ad altri produttori ma non può fare ciò “intaccando” la DOCG […]»(3).

Il marchio nazionale contenente l’espressione “Amarone d’Arte” per il Tribunale di Venezia è stato considerato nullo perché contrario a quanto previsto nel relativo disciplinare di produzione che vieta qualsiasi specificazione diversa da quelle in esso previste, con conseguente inibitoria (gravante sulla società consortile a r.l. e sui soci di quest’ultima) all’uso del citato marchio (assistita dalla previsione di una penale ex art. 124, c. 2, Codice della Proprietà Industriale – C.P.I.) e ordine di rimozione del predetto segno grafico dai rispettivi prodotti destinati alla commercializzazione.

Tuttavia, se a livello nazionale la portata di tale decisione ha efficacia retroattiva ed erga omnes, a livello europeo, l’E.U.I.P.O. (Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale) in sede di opposizione (n. B2369307) ha ritenuto il predetto segno lecito e, dunque, registrabile(4) anche per la classe n. 33 della Classificazione di Nizza (bevande alcoliche).

Escluso che le menzioni tradizionali per i vini costituiscano diritti di proprietà industriale in quanto non presentano alcuna caratteristica di titolarità e, in quanto tale, hanno una natura pubblica, l’indagine si è spostata sui profili riguardanti la sola DOP “Amarone della Valpolicella”.

Il “Regolamento sui vini” (Reg. UE n. 1308/2013) rispetto alle denominazione di origine enfatizza e, dunque, tutela la componente territoriale del marchio collettivo protetto, esattamente come prevedeva il precedente regolamento europeo n. 1234/2007 (sostituito e abrogato da quello in commento). La protezione della DOP “Amarone della Valpolicella” in ambito europeo riguarda, ai fini comparatistici e di identità del segno, la sola componente territoriale protetta, “Valpolicella”, e non l’indicazione del tipo di vino, “Amarone”, per cui non rileva che sia altresì “menzione tradizionale” a cui è assegnato altro ruolo e funzione. I segni, quindi, secondo l’E.U.I.P.O. sono diversi.

Si pone quindi un delicato tema sul rapporto tra un marchio comunitario ed una denominazione d’origine che vanta diritti anteriori in base alla normativa nazionale italiana e dell’Unione Europea. Tema molto interessante considerato che il marchio dell’Unione è valido in tutto il territorio dell’Unione europea e coesiste con i marchi nazionali ragion per cui non può esserci un contrasto: un marchio non può essere con riferimento ad uno stesso territorio contemporaneamente lecito e illecito. É dunque logico supporre che laddove le parti non riescano a trovare un accordo, diventerà necessario ricorrere al Tribunale dei marchi dell’Unione europea e, infine, alla Corte di Giustizia europea nel caso in cui il conflitto perduri.

In questo caso potrebbe essere riconfermato l’orientamento già espresso in passato(5) secondo cui il sistema di tutela dell’Unione Europea relativo alla protezione delle indicazioni geografiche per prodotti agricoli e alimentari (tra cui rientrano il vino e le bevande spiritose) riveste natura esauriente e prevalente sulla protezione nazionale accordata a tali prodotti; quindi se a livello europeo è stato scongiurato il rischio di nullità del marchio individuale per contrarietà ad una DOP anche il giudice nazionale sarebbe tenuto ad uniformarsi quale diretta conseguenza del principio appena espresso. Tuttavia il Tribunale di Venezia, nel caso in commento, ha già escluso l’ipotesi di conflitto tra la normativa nazionale, ritenuta più rigorosa, rispetto a quella europea; senza dimenticare che nel caso di specie il conflitto non è tra marchi collettivi ma tra un marchio collettivo e un marchio individuale. 



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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