Bonifacio
Bonifacio
Dietro la schiena curva, le mani si stringevano come a dargli la forza nella salita di rue Saint-Dominique. Con quelle strade pendenti ci aveva fatto l’abitudine fin da giovane, da quando aveva lasciato la Sardegna per la rocca di Bonifacio, da quando, insomma, aveva sposato Clotilde.
Avevano solo 19 anni, ma da quell’estate del 1953 non si erano mai lasciati, fino a che il covid si era portato via la sua bella Clotilde, lasciandolo solo e lento nella sua città. Ogni tanto ripensava al suo arrivo sull’isola: da Santa Teresa era partito con una barchetta a vela di soli 6 metri e mezzo con la quale aveva sfidato il maestrale corso; era arrivato per pescare scorfani, triglie, gronghi, gallinelle e farci qualche soldo al grande mercato del pesce di Ajaccio da maggio a settembre. Le due scogliere e le torri di roccia calcarea modellati dal vento e dal mare lo avevano terrorizzato e stregato al contempo, mentre sfidava i venti con la sua navicella nei pressi della cittadella di Bonifacio. Una volta approdato al porto, si era buttato a terra sulla banchina di legno, stremato da quella lotta e, nel cadere addormentato, aveva avuto la sensazione di essere abbracciato da quelle rocce, consolato, infine protetto.
Quando si svegliò, era giorno pieno e una figura vestita di bianco lo guardava. Teneva gli occhi pesanti ancora socchiusi, faticava a vedere chiaramente in controluce, ma la veste bianca sembrava un continuum della roccia calcarea, sembrava quasi la personificazione femminile di una di quelle torri di pietra: era una ragazza bellissima e disegnata stupendamente nel suo abito di lino fresco, era la sua Clotilde.
Da quell’estate del 1953, per Antonio, Clotilde e Bonifacio divennero un’endiadi; quel luogo sarebbe stato il teatro della sua vita, una scenografia che non aveva mai sentito il bisogno di lasciare, nemmeno ora che aveva 92 anni, che aveva la schiena piegata, che aveva le dita deformate dall’artrosi, perché con gli occhi del pescatore sognatore si era lasciato irretire dall’amore per vivere la vita che voleva.
Ogni giorno, dopo la pesca e la vendita al mercato, saliva le ripidissime scale della loro abitazione in rue Saint-Dominique, le saliva a due a due perché voleva fare l’amore con sua moglie Clotilde, perché era bello stare con lei, raccontarle la giornata in barca, ascoltarla a sua volta, poi passeggiare in centro con lei, la domenica fare colazione alla Patisserie Sorba e godere del pain au chocolat intinto nel cappuccino. Si sentiva un gran signore con il cuore gonfio di gioia perché la vita gli aveva donato un amore lieto e nessuna sovrastruttura o finzione lo aveva mai blandito e distolto da questa coscienza. Avevano trascorso così 66 anni sempre insieme, amandosi e rispettandosi ogni istante. Il buon Dio non aveva mandato loro dei figli e sì che li avrebbero voluti, oh quanto li avevano desiderati! Ma accolsero quel che arrivava, come fanno i pescatori in mare.
Nel 2020 Clotilde si era spenta come una candela bianca e profumata tra le sue braccia e Antonio avrebbe voluto spegnersi con lei, non desiderava altro che fondersi con lei in un’altra dimensione, ma il buon Dio aveva altri piani e non gli restò che affidarsi a quella vita come sempre aveva fatto. Il tempo si era dilatato e con il tempo anche lui era diventato lento in ogni azione e alla lentezza corrispondeva un’intensa consapevolezza; lo sguardo invece manteneva quella vivacità giovanile e le sue pupille azzurre più del mare si mescolavano ai ricordi ogni volta che si fermava a guardare l’orizzonte. Gli ultimi sette anni aveva percorso ogni giorno adagio adagio le vie di Bonifacio, con le mani dietro la schiena curva; di tanto in tanto si sedeva sulle panchine e raccontava ad amici e turisti le storie del mare, l’amore di Clotilde e poi la sera andava a sedersi in prima fila nella chiesetta di Jean Baptiste a pregare per lei e per lui. Una sera d’agosto il libeccio non dava tregua e l’umidità rendeva impossibili quelle salite. Antonio si prese un gelato e si accomodò sulla panchina di fronte alla chiesa a osservare i turisti: bambini urlanti, coppie eleganti, ragazzi forti, commercianti spazientiti e donne esigenti. Amava osservare la gente e studiare le dinamiche, ipotizzare dialoghi, immaginare storie. Un uomo sui cinquanta, bell’orologio, vestito di lino, gli si sedette accanto, sopraffatto dal caldo e da una disperazione che non riusciva più a celare.
“Che cosa succede?” gli chiese candidamente.
L’uomo inizialmente stupito da quella confidenza, si lasciò pescare dagli occhi di Antonio, dalla sua dolcezza: “Ho buttato via quel che valeva e ora mi sento vuoto, solo. Non so che senso abbia la mia vita, non lo so e copro la mia disperazione con i soldi… solo che ora non mi basta più e vorrei farla finita”. Non mentiva, il suo sguardo era vitreo e spento, era arrivato al capolinea.
Antonio gli prese la mano senza temere alcuna reazione e sapiente puntò gli occhi in quelli dello sconosciuto: “Ama. Ama senza riserve. Ama i tuoi figli, tua moglie, gli amici. Ama i tuoi luoghi, le tue fragilità, la tua povertà e offri quello che sei, non scandalizzarti dei tuoi limiti, sii grato ogni giorno. Apri il tuo cuore e cerca chi è in un viaggio di verità, allontanati dagli altri. Sii te stesso e non avere paura di cambiare, non avere paura di questa splendida vita, ma accoglila sempre, ti stupirà”.
Per un lungo istante l’aria parve immobile, sospesa e poi, improvvisamente girò di maestrale. Il nuovo vento protesse quell’incontro. Antonio sorrise e piegò la testa da un lato come se accogliesse una carezza, poi chiuse gli occhi in attesa di fondersi con la sua Clotilde in un’altra dimensione, perché ora Dio lo voleva.