Canta che ti passa

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Canta che ti passa

 

Il sudore le imperlava la schiena, nonostante l’aria condizionata fosse accesa e lei stesse quasi immobile nel letto. Era l’effetto noto della tachipirina, un fuoco veloce che accendeva la vita a costo di un caldo tropicale per lasciare poi le membra ristorate, ma fiacche.

Quello stato febbrile durava da oltre un mese e non si era riusciti ancora a venirne a capo. Le malelingue dicevano che non aveva voglia di lavorare e che, pur di stare a casa in panciolle, avrebbe fatto carte false, i vicini di casa pensavano fosse solo una donna di mezza età scorbutica e frustrata, mentre lei sapeva che quella stasi era un passaggio obbligato, certificato dai medici sì, ma forse imposto dalla mente che tanto poteva. Da bambina una prozia psichiatra le aveva raccontato di persone il cui dolore trovava rifugio nel corpo, fino a manifestarsi nella paralisi di un arto. Quell’idea l’aveva sempre spaventata.

Anche lei faceva fatica a muovere le gambe, ma non riusciva a spiegarsi quella febbre costante.

Forse allora era la sua mente che la forzava, per chissà quale trauma, a permanere in quella condizione febbricitante, onirica e sballata, in cui ogni sensazione la sovrastava, i pensieri diventavano ripetitivi e con essi le paure. Svegliandosi di notte, si trovava a “consapevolizzare” il suo corpo per appurarne la presenza e la mobilità, si diceva mentalmente: “Piede destro, muovilo, piede sinistro, muovilo…” e così via fino al torace, solo allora si tranquillizzava con la mano sul petto.

Ad occhi aperti ripercorreva i tratti salienti della sua vita e le venivano in mente alcune situazioni in cui avrebbe dovuto agire, o almeno reagire, smettendola di rimanere inerte e passiva come se tutto fosse ineluttabile, ma proprio questi pensieri di un’azione mancata la torturavano e la facevano aderire sempre più staticamente al letto. Si era anche rimessa a pregare, non che ci credesse più, d’altronde, aveva forse funzionato una sola volta quella schiera di preghiere? Mai. Le cose non erano mai andate come sperava, mai. Come quando il giorno della sua laurea, Michele le aveva detto, dopo la lode: “Non ti amo più, so che non è il momento giusto, ma ho tenuto duro tutti questi mesi, per non farti interrompere la preparazione della tesi… perdonami” e se n’era andato, senza cercarla più. O come quella volta che, a un passo dalla promozione, il titolare aveva assegnato un traguardo che doveva essere suo a una perfetta sconosciuta. E ne aveva tante altre da raccontare, solo che adesso era troppo stanca in quel letto per poterle ricordare tutte. Aveva pregato, tutte le volte, aveva pregato, tra le lacrime, nella disperazione e mai, mai era andata come sperava. Ora però non aveva nulla da fare e quella corona del rosario l’avevano trovata le sue mani nervose tastando sotto il cuscino; sgranarlo tra le dita e  ripetere quelle stesse parole fino a che le si sfaldavano sulle labbra, la cullava al sonno. In quello scorrere piatto delle giornate, stava quasi perdendo il ricordo di alcune sensazioni come lo stare all’aria aperta, stava quasi dimenticando l’andirivieni della gente e persino il suo volto; prese allora uno specchio dal cassetto accanto e si guardò negli occhi, cercando di conoscersi a più non posso, ma il sole che entrava prepotente dai vetri fece chiudere le sue pupille ferite.

Erano le dieci, mise giù i piedi, poi si fece forza sulle ginocchia e si mise eretta. Avanzò lentamente fino alla finestra, aprì le ante e gustò avidamente l’aria, meravigliandosi della bellezza di quegli alberi frondosi da sempre scudo davanti alla sua finestra. La lasciò socchiusa per ascoltare il mondo fuori e per permettere al sole di sfiorarla.

Tornò nel suo letto, coprendosi, non si sentiva bene, le ossa le facevano male e sapeva già quando la temperatura del suo corpo si sarebbe alzata; nella sua malattia aveva trovato dei punti fermi che le davano sicurezza e in quella certezza morbosa, trovava una qualche pace. Fece un sospiro come a sancire la sua perpetua infermità e lasciò cadere la testa all'indietro quasi sperando in un annullamento di tutto il suo essere. Ma il sole di giugno non glielo permetteva, era entrato per riscaldare le sue braccia e le sue mani stese sul copriletto; dall’alto del cuscino le guardò illuminate come se non le appartenessero. Compresa in quel rito silenzioso, una voce la catturò. Qualcuno lì fuori stava cantando.

Un ragazzo aveva approfittato dell’ombra degli alberi e si era seduto proprio davanti alla sua finestra e cantava con una voce profonda e certa, lo faceva con naturalezza, raccoglieva qualcosa che aveva dentro e lo portava fuori. Dalla sua posizione Viola cercava di carpire tutto, di assaggiare tutto, come fosse una cesta traboccante di ciliegie mature, non riusciva a resistere. Si alzò velocemente senza pensare alla sua malattia, per spiarlo da dietro le tende: era solo con le sue cuffie e non gliene importava nulla di quel che la gente avrebbe pensato né di come avrebbe cantato, lo faceva di tutto cuore e con forza, interpretava i pezzi più diversi con intensità, la voce si modulava a seconda del brano e non tentennava per paure o imbarazzi, ma  si affinava  con lo scaldarsi. Lui stette lì per mezz’ora e lei con lui. Quando se ne andò soddisfatto, Viola si trovò spiazzata da quell’incontro che metteva a nudo le sue scuse, le sue ritrosie, i suoi tentennamenti. Lì, in piedi, dietro alle tende, aveva goduto della libertà sfacciata e semplice di un ragazzo che testimoniava un amore limpido a sé e all’istante. Fece due passi indietro, sentiva ora chiaramente il ritmo del suo battito più prepotente che mai, una base sulla quale avrebbe cantato anche lei. Strinse i pugni e si accorse che il rosario era impigliato tra le sue dita, in fondo non serviva niente di più di quel che già c’era per essere protagonista della propria vita.