Il salvataggio di Zhara, "soldato Jane" afgana

Nonostante Di Maio
Zhara, "soldato Jane"
Zhara, "soldato Jane"

di Lorenza Formicola

Il “soldato Jane”, così l’avevano ribattezza i due giornalisti italiani Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto.

Un po’ per mantenerne l’anonimato, un po’ per celebrare uno dei pochi e coraggiosi simboli di quanti non si sono piegati ai talebani. Zhara, il suo vero nome. Il resto lo omettiamo per ragioni di sicurezza. Una storia incredibile quanto eccezionale, ed è quella “eccezione” che l’ha portata a fare forse il passo più importante della sua vita e ad essere salva in Italia. 

Zhara era un soldato donna dell’esercito a Herat. E come donna aveva avuto un ruolo particolare proprio come rappresentante di genere lì e nell’esercito. Per anni ha collaborato con le truppe italiane. Quando i Talebani hanno preso il potere a Kabul è finita presto nella loro black list. A Kabul, quest’estate, era riuscita ad intercettare il giornalista italiano Biloslavo, inviato nel Paese degli aquiloni. È da quel momento che inizia una storia a lieto fine. “La nostra situazione è disperata, se voi italiani non riuscirete a farci uscire dal Paese finirà male: ci taglieranno la testa”, aveva detto a Biloslavo. Lei, simbolo della collaborazione tra il popolo afgano e le missioni internazionali di pace, emblema dei vent’anni di contrasto ai Talebani, da giorni si stava nascondendo con il marito e i fratelli, pure loro militari. Ma soprattutto con i due figli piccoli di 9 anni e 8 mesi. Le era già stata bruciata la casa.

Fortunatamente quell’appello non cade nel vuoto. Il primo passo che Zhara e la famiglia riescono a fare è quello di superare il confine. Anche qui, il merito va ai giornalisti italiani. Garantiscono loro, con l’ambasciata italiana a Islamabad. Le autorità la fanno passare. “Siamo in Pakistan. Ma ci sentiamo al sicuro solo in Italia”, è il messaggio che arriva il 27 settembre a Biloslavo. L’iter per il visto necessita di un invito di una Ong che si occupi dell’accoglienza. Secondo il racconto dei due giornalisti, Biloslavo e Carnieletto, grandi e famose organizzazioni umanitarie si sono defilate. Ad aprire le braccia c’è un’associazione cattolica del veronese, guidata da un  sacerdote. Missione compiuta. 

Ma solo grazie ad una minuscola associazione di volontariato cattolico, un paio di politici, due giornalisti e l’ambasciata di Islamabad. “Del governo non c’è traccia. I corridoi umanitari di cui Di Maio ha imbottito i suoi proclami? Non li abbiamo riconosciuti. Le vie istituzionali del ministero degli Affari Esteri? Se ci fossero state, questa signora e la sua famiglia non avrebbero dovuto trovare vie un po’ raffazzonate. Alle parole del nostro Ministro degli Esteri non è seguito alcun impegno. Anzi. Davanti ad una crisi pericolosa sotto tanti punti di vista, abbiamo dovuto persino sentir parlare di un fantomatico dialogo con i talebani”, racconta alla Nuova Bussola Quotidiana il deputato leghista Vito Comencini, uno dei protagonisti di questa storia. 

Da Herat a Verona, poco più di 5 mila chilometri in linea d’aria. È la strada che separa vita e morte. E che ha portato ad un lieto fine. Herat per più di 15 anni è stata la principale base italiana nel Paese, ora tutto è ancora così come l’hanno lasciato i militari italiani a inizio giugno. Tant’è che i Talebani hanno chiosato: “Avete solo sprecato un mucchio di soldi”. Perché non solo la base è abbandonata, ma non tutti gli ex assistenti afgani sono riusciti a mettersi in salvo con le loro famiglie. E cos’è successo dopo la caduta della provincia che per 18 anni è stata sotto il controllo dell’Italia è una storia di caos, ritardi e viaggi disperati.

Però pochi giorni fa il soldato Jane, è atterrato a Milano Malpensa. Sono andati a recuperarla, a proprie spese, con un pulmino, il deputato leghista Comencini, il consigliere comunale Andrea Bacciga. Accolta, poi, dal sindaco Federico Sboarina. È il Comune veronese che ha messo a disposizione un appartamento per la quarantena obbligatoria, poi ci penserà l’associazione cattolica ad occuparsi di loro. A commuovere tutti sono, però, soprattutto, gli sguardi felici di quei bambini il cui destino è cambiato per sempre.

Ma Zhara non è l’unica ad essere stata abbandonata da Di Maio. Sebbene per settimane abbiamo sentito ripetere la storia dei corridoi umanitari, “i meglio organizzati ed efficienti al mondo”. Secondo Biloslavo i corridoi sono inesistenti: continuano a lasciare indietro almeno 250 interpreti e collaboratori. Il calcolo è approssimativo. Quegli stessi uomini e donne che in questi vent’anni di guerra hanno collaborato con gli italiani. Qualcuno è rimasto sotto il regime dei Talebani, altri sono salvi. Hanno venduto elettrodomestici, beni vari e le case e sono partiti da Herat per Kabul a metà agosto. All’aeroporto hanno dovuto aspettare a lungo la “linea della morte”. Tanti hanno perso mogli e figli. Altri ce l’hanno fatta, ma pochi sono quelli che hanno potuto superare la folla. Secondo alcune testimonianze, c’è anche chi ce l’aveva fatta, ma è stato ignorato dalle forze Italiane. 

Dal 26 agosto - dopo l’attentato dello Stato islamico all’aeroporto di Kabul - tante speranze di libertà sono evaporate. Gli interpreti hanno ripiegato in una vita di anonimato e vivono nel terrore di essere identificati come interpreti italiani. Ogni giorno che passa è un giorno in più in cui rischiano che i Talebani gli taglino la gola. Zhara, suo marito e suoi figli, invece, ce l’hanno fatta. Sono in buone mani, salvi. In Italia.