La scuola è di tutti

scuola e burqa
scuola e burqa

La scuola è di tutti

 

Il Governo ha approvato il Decreto legge  scuola, dando attuazione alle annunciate norme sul limite degli stranieri nelle classi e vietando burqa o niqab in classe. Le  misure adottate mantengono ancora perplessità di incostituzionalità e di  inattuazione. Ciò che servirebbe è  porre la scuola al centro del progetto società

 

l’Art. 34 della Costituzione stabilisce: “ La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

Dopo un acceso dibattito sollevatosi nelle scorse settimane che ha visto a distanza intervenire in forme e toni diversi tanto la Presidente del Consiglio, fautrice del Decreto, ed il Presidente della Repubblica che ha ritenuto in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico ad Amatrice, di ribadire i temi costituzionali in materia di scuola e diritto alla studio in una declinazione inclusiva, venerdì 25 settembre 2026 il CdM  ha approvato il Decreto legge scuola.

Il testo tocca snodi sensibili della gestione scolastica: dalle soglie per l’inserimento degli alunni stranieri alla regolamentazione dell’accesso con il volto coperto negli istituti, passando per il supporto alle famiglie in difficoltà e l’aumento dei fondi per il diritto allo studio. L’intervento governativo punta, inoltre, ad aggiornare gli indirizzi d’istruzione secondaria e a destinare nuove risorse al contrasto del bullismo digitale.

Le norme più attese, alla luce del dibattito sollevatosi sono quelle che  stabiliscono un tetto massimo del 30% di presenze di studenti stranieri nelle classi prime della scuola primaria, media e superiore. La misura entrerà a regime dall’anno scolastico 2027/2028 e si applicherà secondo criteri specifici a seconda del ciclo di studi:

  • Scuola primaria: il tetto riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o che non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia.
  • Scuole medie e superiori: il limite si applica agli studenti non italiani che non abbiano frequentato con esito positivo il sistema nazionale di istruzione per almeno tre anni.

Gestione delle eccezioni e finanziamenti: qualora una scuola non riesca a rispettare il limite, gli Uffici scolastici territoriali e i dirigenti dovranno coordinarsi per distribuire gli studenti tra i plessi vicini, salvaguardando il principio di prossimità e le esigenze delle famiglie.

Per gli istituti in cui il superamento del tetto risulterà inevitabile, vengono stanziati fondi dedicati al potenziamento della lingua italiana: 3,4 milioni di euro nel 2027 e 14,1 milioni di euro annui a decorrere dal 2028.

Il decreto introduce il divieto assoluto di presentarsi con il volto coperto — misura che impatta sull’uso di capi come burqa o niqab — durante le attività curriculari, extracurriculari e durante i colloqui tra scuola e famiglie. Il divieto si applica a qualsiasi modalità che impedisca il riconoscimento visivo della persona, fatte salve motivate ragioni sanitarie o di sicurezza.

Per contrastare le barriere linguistiche che ostacolano l’integrazione e il rendimento scolastico dei figli, la bozza prevede percorsi gratuiti di alfabetizzazione e apprendimento della lingua italiana destinati ai genitori stranieri.

Come funziona la norma: La scuola segnala ai servizi sociali le situazioni di grave difficoltà dello studente e la conseguente impossibilità di dialogo con la famiglia. I servizi sociali dispongono quindi il percorso di apprendimento per i genitori. Le lezioni si terranno gratuitamente presso i CPIA con l’obiettivo di raggiungere almeno il livello A2 di conoscenza della lingua.

L’obbligo riguarda esclusivamente i casi critici segnalati, non la totalità dei genitori stranieri. Chi rifiuta di frequentare dopo un formale avviso (diffida) rischia una sanzione amministrativa da 200 a 1.000 euro.  Sono esentati dalle sanzioni i genitori con disabilità, patologie o limitazioni legate all’età, purché idoneamente certificate da strutture sanitarie pubbliche o convenzionate.

Il Decreto provvede inoltre al cambio di denominazione degli Istituti Tecnici e Professionali che diventano ora “Licei Tecnologici” e “Licei Professionali”

Il Decreto inoltre introduce l’insegnamento del Latino facoltativo nel ciclo di studi secondario di primo grado (medie) a partire dal 2027/2028 .

Il decreto inoltre detta norme in materia di edilizia scolastica, di finanziamento delle azioni di prevenzione e contrasto del cyberbullismo

Il testo anche se ripetutamente confrontato con il Quirinale che ha richiesto la limatura di espressioni e indicazioni di dubbia costituzionalità, così come licenziato presenta ancora dei profili di dubbia legittimità, in primi sull’utilizzo della Decretazione d’urgenza che il Governo può adottare nei casi straordinari di necessità e urgenza (art. 77 Cost. e art. 15 L. 400/88), e nei punti più controversi di incostituzionalità per violazione degli artt. 34 e 2 della Costituzione.

Il punto più controverso è quello che vede fissato nel 30% il limite di presenza di alunni stranieri per ogni singola classe, anche se il testo licenziato sembrerebbe limitare detta limitazione agli stranieri non nati in Italia e che non padronato la lingua italiana.  E allora perché  procedere con un Decreto Legge quando si poteva operare con strumenti regolamentari. L’idea di fissare un limite, comunque, non è nuova;  il limite del 30 per cento era già stato introdotto seppure con DM nel gennaio 2010, quando l’ allora Ministro Mariastella Gelmini, pubblicò una circolare con le «indicazioni e raccomandazioni per l’integrazione di alunni con cittadinanza non italiana». La circolare stabilisce, come criterio generale, che gli studenti con cittadinanza non italiana non debbano superare il 30 per cento degli iscritti in ciascuna classe. La misura aveva l’obiettivo di distribuire gli studenti stranieri in maniera più equilibrata tra scuole e classi e di evitare concentrazioni troppo elevate. Il limite, però, non è assoluto. Gli Uffici scolastici regionali possono innalzarlo quando gli studenti stranieri hanno competenze linguistiche adeguate, per esempio nel caso di ragazzi nati e cresciuti in Italia, oppure abbassarlo in presenza di studenti con una conoscenza dell’italiano insufficiente a seguire normalmente le lezioni. Inoltre, il superamento della soglia non consente a una scuola di rifiutare l’iscrizione di un minore.

Ma  ancora prima  già nel 1989 e nel 1990, l’allora Ministro dell’istruzione Sergio Mattarella, aveva emanato due Circolari con le quale suggeriva, invitava le scuole, ad assumere soluzioni che favorissero l’inclusione.

La prima è la circolare ministeriale 301 dell'8 settembre 1989 con l'oggetto: "Inserimento degli stranieri nella scuola dell'obbligo". "L'immigrazione", scriveva, rende necessario "da parte della scuola, una attenta considerazione ed una serie di interventi intesi a garantire alla generalità degli immigrati l'esercizio del diritto allo studio ed a valorizzare le risorse provenienti dall'apporto di culture diverse".

In quest'ottica "ove si presentino più alunni immigrati da uno stesso Paese e con analogo livello culturale, potrebbe essere didatticamente proficuo inserirli in una medesima classe, tenendo conto che sarà bene non superare le quattro-cinque unità". Agli istituti spetta valutare "specifiche esigenze e situazioni", per trovare "le soluzioni più opportune, avendo cura di promuovere la partecipazione degli alunni in questione alle attività globali della classe".

La seconda circolare è invece la 205 del 26 luglio del 1990.  "La scuola dell'obbligo e gli alunni stranieri. L'educazione interculturale" è il titolo. L'allora ministro richiamava proprio la circolare 301 dell'anno precedente, ribadendo: "l'assegnazione alle classi è effettuata, ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico che, comunque, non devono superare il numero di cinque per ogni classe".

Al riguardo, precisa ancora il documento "sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, per agevolarne la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani, mentre può essere utile costituire gruppi anche superiori alle cinque unità nei momenti di specifiche attività linguistiche". Mattarella sottolineava inoltre la necessità, "per quanto possibile" di intensificare "le attività di sostegno linguistico nella fase iniziale dell'anno scolastico".  Dalla lettura dei documenti appare evidente e diversa la prospettiva: qui la preoccupazione è dare ai ragazzi stranieri l’idea di non lasciarli soli, di non lasciarli smarriti (da qui il suggerimento di raggrupparli a gruppi – 4 o 5 - di medesima provenienza…insomma non farli sentire soli e stranieri. Questa la prospettiva dei suggerimenti dell’allora Ministro

Di tutt’altro tenore le successive indicazioni a partire da quella della Gelmini 2010 e quella dell’attuale Decreto che hanno invece una prospettiva opposta: quella di limitare la presenza (per non contaminare)

Il riferimento alla soglia del 30 per cento non è rimasto soltanto in un documento del 2010. Negli anni successivi il ministero ha continuato a richiamarla nelle disposizioni sulle iscrizioni. Per esempio, nella nota per le iscrizioni all’anno scolastico 2024/2025 il ministero ricordava agli Uffici scolastici regionali la necessità di programmare i flussi delle iscrizioni, fissando «di norma» al 30 per cento la presenza massima nelle singole classi di studenti con cittadinanza non italiana o con una ridotta conoscenza della lingua italiana. Anche le disposizioni sulla formazione delle classi pubblicate in Gazzetta Ufficiale hanno richiamato la circolare del 2010, precisando però che la sua applicazione non deve comportare un aumento del numero complessivo delle classi.

Che cosa vuole cambiare allora il governo oggi. La differenza principale tra la situazione sino ad ora presente e quanto stabilito dal decreto legge sta  nelle parole «per legge», quindi si passa da una raccomandazione organizzativa ad un imperativo d’obbligo.

E’ qui che si profila il dubbio di legittimità costituzionale in violazione agli art. 2 e 34 della Costituzione.

Inoltre la statuizione del Decreto Legge dovrebbe entrare in vigore nell’anno scolastico 2027/2028 e quindi non si ravvisano i profili di “straordinaria necessità ed urgenza”  richiesti dall’art. 77 Costituzione per l’adozione del Decreto che se non convertito nel termine di 60 gg decade vanificando ogni previsione.

Forse perseguire le finalità di integrazione poteva essere efficacie potenziando le dotazioni finanziarie a favore della scuola, aumentare le disponibilità economiche per potenziare la presenza dei mediatori culturali, il sostegno ligustico anche integrativo, insomma finanziare e attuare strumenti concreti di facilitazione mettendo in atto quegli strumenti idonei e opportuni che consentisse di rimuovere gli ostacoli alla effettiva integratone e uguaglianza.  In una parola attuare il dettato dell’art. 3 secondo comma della costituzione.

VI è poi la norma che vieta nelle classi l’uso di burqa o niqab, norma del tutto duplicativa di quanto previsto dall’art. 85 del Testo Unico di pubblica Sicurezza e dall’art. 5 della Legge 152/1975 che stabiliscono il divieto : «è vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo».

Che ragione allora c’è di introdurre la nuova fattispecie: compito dello Stato è far rispettare le leggi, non fare delle leggi (inutili e superflue) per compiacere elettorato e accattivare il consenso.

C’è inoltre il tema della effettiva necessità di tali norme rispetto alla ampiezza del fenomeno.

L'allarme più forte è arrivato dal sindaco di Milano Giuseppe Sala. "La cosa che più mi preoccupa - ha detto - è il tetto percentuale. Sto facendo un pò di verifiche e temo che qualche classe, o addirittura scuola, dobbiamo chiuderla, non per nostra scelta. Ci sono quartieri in cui la presenza di figli di immigrati va al di là del 30%".

Anche il presidente dell'Anci e sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha fatto notare che "quando si trattano temi così delicati, bisogna muoversi sempre con grande prudenza e attenzione anche guardando alla complessità del Paese perché in Italia abbiamo aree in cui la presenza di comunità immigrate, presenti da decenni, è molto ampia e anche noi lo vediamo nei nostri territori dove nella zona vesuviana ci sono tantissimi lavoratori impegnati nel tessile e nell'agricoltura, e dunque c'è una concentrazione naturale".

Persino i sindacati notoriamente non ostili al governo hanno espresso più di una perplessità. "L'integrazione linguistica e culturale - ha detto Elvira Serafini che guida lo Snals - non può essere affidata solo a limiti percentuali o a disposizioni regolative: servono organici adeguati, mediatori culturali stabili, formazione mirata per i docenti e risorse certe per sostenere i progetti di inclusione". Mentre la segretaria della Cisl Scuola si è chiesta "quale è la vera finalità di questa norma" e la Uil Scuola con Giuseppe D'Aprile ha parlato di "deroghe e criteri poco chiari che possono creare confusione e discriminazioni, scaricando, come sempre, nuove incombenze sulle scuole e sul personale".

Sul fronte dei diretti interessati, le scuole, ci sono i Presidi di Anp che smorzano le polemiche, parlando di "disposizioni ispirate al buon senso. Il vero banco di prova - ha osservato il presidente Antonello Giannelli - sarà ora l'applicazione concreta della norma".

Ci piace suggerire sull’estremizzazione di questo tema  quanto testimoniato da Valentina Di Cesare, insegnante di  lettere all'Istituto comprensivo "Sorelle Agazzi" di Milano, una scuola con un’ altissima percentuale di alunni con background migratorio: classi di 25 studenti, di cui solo 5 italiani e 20 nati in Italia ma con cittadinanza straniera. Nel suo lavoro di studiosa, Valentina Di Cesare, ha indagato le identità in movimento e le trasformazioni culturali, contrastando le narrazioni semplicistiche delle migrazioni e rimettendo al centro la soggettività di chi le vive.

La prof. Valentina Di cesare insegna e testimonia agli studenti  la "diaspora degli italiani" in Tunisia, raccontando di quando gli italiani partivano come emigranti verso la Tunisia — dove arrivarono ad essere oltre 100.000, provenienti da Sicilia, Livorno e Genova — e di come siano stati espulsi e rimpatriati in Italia, trovandosi a vivere l'esperienza dei centri di accoglienza e della povertà estrema. È una storia di "migrazione al contrario", con barconi partiti dall'Italia verso il Nordafrica, che offre una prospettiva spiazzante e profonda sui temi dell'identità e dell'accoglienza. L'obiettivo di Valentina Di Cesare è costruire consapevolezza e offrire ai ragazzi gli strumenti per interrogare il presente: la memoria intergenerazionale, il senso di appartenenza a più culture, il razzismo, la discriminazione e il legame tra luoghi d'origine e di vita. 

Nel suo libro, “Oceani allo specchio”, testo di cui consiglio la lettura per comprendere di più, si incontrano due storie: quella di chi ha lasciato l’Italia e quella di chi in Italia è arrivato portando con sé altre lingue, memorie e radici. L’antologia curata da Valentina Di Cesare e Michela Valmori per Radici Edizioni, raccoglie 24 voci delle diaspore e si misura con uno dei passaggi più interessanti della letteratura transnazionale contemporanea: il rapporto tra appartenenza, sradicamento e identità plurali.