Le neuroscienze e i diritti dei bambini
Le neuroscienze e i diritti dei bambini
Oggi per tutelare e educare i bambini occorrono studi e approccio multidisciplinari; in questo soccorrono le neuroscienze.
Le neuroscienze hanno dimostrato quanto siano importanti le emozioni, soprattutto durante la crescita e lo sviluppo di un bambino, tanto che si potrebbe parlare di un diritto all’educazione emotiva. È stato pure stilato il Manifesto dell’educazione emotiva.
“Spesso guardiamo ai neonati come a esseri fragili e passivi, “vasi vuoti da riempire”. Ma le neuroscienze ci dicono l’esatto contrario: il bambino è «la più potente macchina di apprendimento dell’universo» (Alison Gopnik, psicologa statunitense)” (team di esperte). Il neonato vede in maniera sfocata ma ha una sensibilità maggiorata, in particolare nel tatto e nel gusto, per cui è errato pensare o dire che il neonato non capisce. I genitori devono tener conto di questo e crescere nella loro genitorialità man mano che cresce il figlio, così come si affina la vista del neonato.
Lo psicologo e formatore Stefano Centonze afferma: “Diritto all’istruzione, alla salute, alla protezione. Tutti fondamentali. Eppure esiste un diritto invisibile, raramente nominato ma essenziale quanto gli altri: il diritto all’educazione emotiva. […] Un bambino che vive ansia ma non ha le parole per nominarla resta solo con la sua paura. Un ragazzo che prova rabbia ma non sa riconoscerla la esprime con aggressività. Una bambina che si sente esclusa ma non sa comunicarlo si isola nel silenzio. Quando neghiamo ai bambini l’accesso al linguaggio delle emozioni, li priviamo della possibilità di comprendere se stessi. Di chiedere aiuto quando serve. Di costruire relazioni sane. Di scegliere come rispondere invece di reagire d’impulso. L’analfabetismo emotivo costa caro. Si deposita come disagio interiore. Si manifesta come difficoltà relazionale. Si cristallizza come vulnerabilità che i ragazzi porteranno nell’età adulta”. Le neuroscienze hanno dimostrato l’importanza delle emozioni e dell’intelligenza emotiva per ogni aspetto della vita dei bambini, dalla salute all’apprendimento, ma sempre più spesso i genitori non hanno le adeguate competenze emotive per aiutare i figli e fare da “allenatori emotivi” e da ciò conseguono tante problematiche. È necessaria e doverosa, perciò, un’alleanza educativa, una comunità educante, come già descritta nell’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.
All’educazione emotiva contribuisce in massima parte il gioco, su cui la formatrice Silvia Iaccarino: “Attraverso il gioco, bambini e bambine esplorano il mondo, sperimentano la realtà, imparano a relazionarsi con gli altri. Il gioco non è un passatempo: è un elemento fondamentale per lo sviluppo motorio, linguistico, cognitivo, emotivo e sociale del bambino. Le neuroscienze ci confermano che il gioco ha un’influenza profonda sul cervello dei più piccoli. Durante il gioco, si attivano diverse aree cerebrali, favorendo la creazione di nuove connessioni neurali e, tra le altre cose, lo sviluppo di importanti funzioni cognitive come l’attenzione, la memoria, il linguaggio. Inoltre, il gioco, in particolare quello spontaneo, allena le funzioni esecutive che ci permettono di pianificare, organizzare, prendere decisioni e risolvere problemi. Attraverso il gioco, i bambini sperimentano, fanno ipotesi, provano e riprovano, imparando a gestire l’errore e a trovare soluzioni creative, potenziando così tali essenziali funzioni. Le ricerche dimostrano che i bambini imparano meglio quando sono coinvolti nelle condotte ludiche. Il gioco stimola la curiosità, la motivazione intrinseca e il piacere di apprendere, rendendo l’esperienza significativa e profonda. In particolare, nei primi 18 mesi di vita, il gioco assume un ruolo basilare nel favorire lo sviluppo sensoriale, motorio e cognitivo del bambino. È in questa fase che si gettano le basi per l’apprendimento presente e futuro e per la costruzione di una personalità solida e armoniosa”. Attraverso il gioco il bambino conosce e si fa conoscere. Per lui è “cruciale”, non è un mero balocco, è componente di quell’ambiente familiare, di quell’atmosfera di felicità, amore e comprensione di cui il bambino ha bisogno per il suo pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
“Le ricerche di Felix Warneken e Michael Tomasello [psicologi], più volte riprese in sede di psicologia dello sviluppo, hanno dimostrato che gli esseri umani, già a 14 mesi, manifestano spontaneamente comportamenti di aiuto verso adulti sconosciuti in difficoltà. I bambini, ad esempio, li aiutano a raccogliere oggetti caduti accidentalmente, aprono armadi quando l’adulto ha le mani occupate, e forniscono informazioni utili attraverso gesti indicativi quando si cerca qualcosa; sono in grado anche di riconoscere la tristezza dell’altro e di soccorrerlo, naturalmente a partire dal loro modo di considerare le cose: «Un bambino di tre anni, che vede un adulto triste, lo consola offrendogli il proprio orsacchiotto» [la psicologa Silvia Bonino]. Secondo queste ricerche, l’altruismo si manifesta come una tendenza motivazionale primaria; in altre parole, esso è un aspetto fondamentale del comportamento umano che emerge spontaneamente nel corso dello sviluppo. Si tratta di costanti rilevate in ogni società e cultura” (lo studioso gesuita Giovanni Cucci nel saggio “Cosa significa «altruismo»?”, aprile 2026). Genitori e educatori dovrebbero tener conto dell’evoluzione degli studi delle scienze umane e delle neuroscienze per correggere i loro interventi educativi, per impartire orientamento e consigli, come previsto nell’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Ai genitori e agli altri educatori si richiedono innanzitutto adultità e competenza emotiva, così da indirizzare l’altruismo dei bambini verso la solidarietà e la pro socialità, valori costituzionali.
Lo psicologo Simone Olianti puntualizza: “Le neuroscienze ci dicono che per acquisire nuove e positive abitudini sono sufficienti poche settimane”. L’educazione e l’insegnamento dovrebbero consistere nel predisporre condizioni per acquisire nuove e positive abitudini. Ci vogliono quotidianamente coralità, coerenza, costruttività, coraggio, ogni qualità che comincia con “cum” e che risponde all’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, in altre parole ci vuole una vera comunità educante.
A proposito di scuola, lo psicologo e formatore Stefano Centonze rileva: “Ogni anno scolastico si apre con un carico di aspettative, nuove sfide e la possibilità di ripartire da zero. È proprio questo il momento giusto per ripensare il proprio approccio alla didattica: cambiare metodo significa offrire agli studenti un ambiente più sereno, inclusivo e motivante. Le ricerche di neuroscienze e intelligenza emotiva ci ricordano che: lo stress iniziale può trasformarsi in energia positiva, se gestito bene; i primi giorni di scuola determinano il clima relazionale che accompagnerà la classe per mesi; i docenti che sperimentano metodologie nuove favoriscono maggiore partecipazione e apprendimenti duraturi”. L’insegnamento è una delle professioni più soggette a “obsolescenza” per cui ogni nuovo scolastico e soprattutto l’inizio deve essere considerato un’occasione per aggiornarsi, formarsi, innovarsi, è una sfida nel senso etimologico della parola, “rompere la fiducia”, “non avere fiducia” in se stessi e negli alunni, per poi costruire un nuovo rapporto di fiducia. “Libertà di insegnamento” (art. 33 comma 1 Costituzione) è anche questo: liberi da schemi, da ripetizioni di attività di ciclo in ciclo o altro vecchiume.
“[…] spesso noi insegnanti ci troviamo disarmati davanti a diverse forme di sofferenza. C’è il dolore urlato di chi lancia i quaderni, di chi esplode in rabbia o si oppone con ostilità. Ma c’è anche un dolore più silenzioso: quello del bambino “perfetto”, il cosiddetto normopatico. È l’alunno che ha tutti dieci, che si iperadatta per compiacere noi e i genitori, ma che nel processo sta smarrendo se stesso, spegnendo la propria curiosità e i propri desideri. […] Oggi, in una società più “liquida”, il disagio urla perché finalmente ha il permesso di farlo. […] I bambini di oggi ci stanno chiedendo di superare la cultura dell’efficienza per approdare a quella della consapevolezza” (un team di esperti). Le neuroscienze hanno sottolineato e sottolineano continuamente l’importanza delle emozioni in ogni momento della crescita di un bambino e in particolare nell’apprendimento scolastico. Gli insegnanti sono chiamati a fare attenzione a questo aspetto e a ogni segnale non per colmare eventuali mancanze della famiglia ma per collaborare con la famiglia, ma anche perché sono soggetti qualificati tenuti all’applicazione della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, in particolare degli artt. 28 e 29.
Una delle neurodivergenze che possono emergere a scuola è la plusdotazione, su cui Silvia Iaccarino dice: “A volte si creano delle situazioni in cui l’insegnante comunica al genitore di aver notato che il bambino/a ha un linguaggio molto avanzato e magari i genitori dicono che pensavano fosse normale perché anche il fratello, la sorella maggiore si comportava in questo modo (l’intelligenza in parte è anche genetica, quindi può succedere che ci siano fratelli o sorelle plusdotati). Il confronto tra genitori e insegnanti è fondamentale per comprendere se un bambino, bambina, è plusdotato. Nel momento in cui identifichiamo delle caratteristiche tipiche della plusdotazione, possiamo rivolgerci a uno/una specialista per una valutazione concreta, per comprendere se si tratta davvero di plusdotazione. Un altro aspetto importante riguarda la formazione delle/degli insegnanti: quando i/le professioniste/i sono ben formati sul tema della plusdotazione riescono a identificarla prima e con maggiore sicurezza. Un’insegnante ha il compito di formarsi, studiare, leggere per essere pronta a identificare per tempo la plusdotazione e adottare le strategie migliori per metterla in luce”. Ogni caratteristica di un bambino richiede attenzione da parte degli adulti di riferimento e oggi, con le maggiori conoscenze e in particolare le neuroscienze, si richiedono maggiori competenze e professionalità agli insegnanti (come sottolineato anche nelle nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025). Fondamentali, però, sono la collaborazione scuola-famiglia e l’apertura delle famiglie. Occorre che anche i genitori siano più informati e formati per la tutela della salute dei figli - come previsto nella lettera f dell’art. 24 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia -, per dare loro la cura e protezione necessarie.