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L’alba degli Alpha

L’alba degli Alpha
L’alba degli Alpha

L’alba degli Alpha

 

Che meraviglia la fine delle scuole l’inizio dell’estate e decine di ragazzi in giro nelle strade, nei parchi e nelle spiagge a giocare e scherzare… ah no, mi correggo decine di ragazzi in giro nelle strade, nei parchi e nelle spiagge, che a mala pena si rivolgono la parola e stanno col viso rivolto sul loro smartphone, ormai diventato estensione del proprio corpo.

Ma chi sono questi “giovani umani”?

Non sono una sociologa, non sono una psicologa e non sono nemmeno un’educatrice.

Propongo quindi verso questo tema l’approccio del “non addetto ai lavori” della persona che osserva intorno a sé germogli della propria specie, nei quali riesce a identificarsi sempre meno.

Sembrano così diversi da noi, alieni ed alienati al tempo stesso.

La cosa che spaventa di più un genitore nel rapporto col figlio è forse proprio il divario generazionale, detto anche “scontro generazionale”, ad indicare quella frattura nella mentalità tra genitori e figli, che in realtà altro non è che un passaggio fisiologico di staffetta tra essere umani di epoche diverse, nostra occasione di evoluzione e crescita.

Guardando i nostri giovani mi vengono molte domande probabilmente banali, magari anche eccessivamente giudicanti, da “boomer” o come si diceva negli anni Ottanta da “matusa”, ma forse sono sintomatiche di un cambiamento che dovremmo monitorare.

Perché sono usciti insieme se non si guardano in faccia e si mandano messaggi anche se sono uno a fianco all’altro? Perché dalla loro bocca escono espressioni tanto volgari, di cui non conoscono nemmeno il significato, vista l’età? Che bisogno ha quella bambina di undici anni di truccarsi così tanto, avere lo smalto semi permanente e scattarsi continue foto (scusate selfie!) in pose ridicole, soprattutto per la sua età?

Che generazione stiamo crescendo sull’onda del nostro eccessivo entusiasmo per la tecnologia, che ci ha spesso distratto e che ha avuto un’accelerazione così rapida, da vederci arrancare davanti a nuovi dispositivi e applicazioni varie?

Questo è il tempo della Generazione Alpha, formata dalle coorti dal 2010 in poi, che si differenzia nella sua essenza già dall’identificazione, infatti, pare che per la prima volta tale nome sia apparso nel 2005, pertanto è l’unica generazione definita prima della sua esistenza.

Ma chi sono gli Alpha?

Vengono chiamati anche Screenagers ed il motivo è facilmente intuibile.

Illuminati dai nostri cellulari, fin dai primi mesi di vita (ricorderemo tutti il video del bambino di due anni che cercava di ingrandire l’immagine di una rivista cartacea con le dita!), vivono con la presenza costante degli schermi, come strumento di interazione e comunicazione e la pandemia non li ha certo aiutati.

Stanno crescendo nell’epoca “On-life” (Luciano Floridi), in cui la globalizzazione è ormai capillare e la digitalizzazione è anche istituzionalizzata nel sistema educativo e scolastico, salvo l’illuminata marcia indietro di recente proposta. Simbiotici nei confronti di una tecnologia sempre più smart e molesta, che li richiama continuamente alla connessione: suono di notifica ed ecco che la concentrazione se ne va… e se la notifica non c’è? Poco male, controllano lo stesso, in un tic ossessivo compulsivo che non governano. La loro mente è assuefatta, ostaggio di stimoli continui e falsamente gratificanti. Stanno minuti interminabili ad osservare mini-video a raffica o fissare “sta scrivendo” su whatsapp, minuti tolti allo studio, al riposo, al gioco… alla noia, che può essere invece molto salutare e produttiva per la mente, specialmente in via di sviluppo. Ma noia è una parola tabù per gli Alpha, come lo è la parola pazienza!

La fretta, l’abitudine ad avere tutto e subito porta i teenagers alla frustrazione nell’attesa, che non è più anticipazione della gioia, ma insofferenza delle tempistiche. Dopo 30 secondi, cala la concentrazione, sono i tempi massimi degli shorts di cui si ubriacano, bombardando occhi e cervello, che non ha nemmeno il tempo di digerire quanto appena visto, che subito c’è un nuovo cucchiaio di immagini (a volte inadatte) da ingurgitare passivamente.

Questa è la generazione che si è fatta raccontare le barzellette (e a volte tristemente anche le favole della buona notte) da Alexa, che comunica principalmente con geroglifici (emoji e Gif), che gioca nella realtà aumentata, che finge di essere qualcun altro, emulando l’influencer di turno ed applicando filtri nel proprio profilo social e che concorrerà con l’IA per un posto di lavoro.

Questi “nuovi noi” vivono e vivranno in un mondo troppo diverso da quello in cui sono cresciuti i loro genitori ed è un mondo nel quale nemmeno noi abbiamo strumenti o esperienza diretta da trasmettere, la realtà è che siamo tutti pericolosamente “dilettanti allo sbaraglio”.

Non c’è stata e non c’è al momento un’educazione digitale che allerti sui rischi, né consapevolezza dello sfruttamento dei processi neurologici che vengono stimolati, per creare vere e proprie dipendenze da chi specula, dietro le quinte.

Non possiamo nemmeno riproporre le soluzioni o il caro vecchio “quando ero piccola io” perché ora sembra secoli fa ora; oggi il reale sconfina nel virtuale e del virtuale noi obiettivamente sappiamo poco.

Un’ esistenza più comoda, una migliore qualità della vita, ci stanno facendo pagare l’altissimo prezzo della regressione… dell’infeltrimento del cervello e del cuore? Ci siamo così tanto evoluti tecnologicamente da rischiare di inibire i processi di sviluppo fisiologici dell’uomo, che hanno necessità di lavorare per crescere e migliorare?

Il noto genetista statunitense, Gerald Crabtree, è giunto ad una preoccupante conclusione che “la nostra specie non solo è meno intelligente rispetto ai suoi antenati, ma addirittura sta regredendo. Una regressione lenta, ma inesorabile.” e sulla rivista scientifica Trends in Genetics afferma che “la specie umana sta diventando sempre più stupida ed emotivamente più vulnerabile rispetto a chi ci ha preceduti.”

Grazie o a causa della tecnologia, ragioniamo sempre meno: “progresso tecnologico ed evoluzione non sono sinonimi”.

Tutti gli esseri viventi hanno bisogno di sfide per migliorare, ci si evolve nel regno animale e vegetale perché si supera un ostacolo, si vince una battaglia contro una difficoltà e se ne esce più forti.

La natura non è pigra e seleziona in maniera severa i più intelligenti. Ma se non si ha più bisogno di essere intelligenti perché la tecnologia fa per noi, il nostro cervello diventerà dormiente?

Attenzione dormiente, con possibilità di risveglio, se ha avuto modo di arrivare a questa fase di vita facilitata e “predigerita” da adulto; ma se invece la comodità e “la pappa pronta” viene somministrata sin dal momento in cui nascono le basi della nostra mente e personalità, come si svilupperà l’intelligenza, la fantasia, l’immaginazione e la curiosità? Andiamo incontro ad un processo di risparmio energetico atrofizzante, che ci intorpidisce e ci rende schiavi della tecnologia?

Si dice che tempi duri facciano uomini forti e tempi facili facciano uomini deboli, forse questa generazione ha tutto troppo facilmente: devono scrivere un tema per la scuola (ammesso che non ci sia solo una semplice comprensione del testo, stile scuola anglosassone) no problem c’è Chat GPT, accendo il tablet e spengo i neuroni!

Oltretutto il cervello, specialmente alla loro età, è molto reattivo alla dopamina, neurotrasmettitore del piacere, che porta a ricercare continuamente la sensazione di appagamento, come una vera e propria dipendenza. Questa si esprime anche attraverso un’aggressività immotivata, che spesso trova la via della tastiera, pensiamo al cyber bullismo e agli haters, a cui per paradosso fa da contraltare una grande insicurezza e fragilità emotiva; d’altronde sui social si appiattiscono tutte le sfumature dell’animo umano, fatto di emozioni complesse e difficili da esprimere tramite uno schermo.

Non dobbiamo però demonizzare la tecnologia nella sua totalità, sarebbe stupido e medievale.

Nel convegno dal titolo "Il nuovo uomo della rivoluzione digitale tra diritto in itinere e scienze umane" il Prof. Claudio Spinelli, Università di Pisa nel domandarsi se “il bambino digitale stia subendo, dall’uso delle nuove tecnologie, un processo di evoluzione o di involuzione”, giunge alla conclusione che la tecnologia “se usata in modo consapevole e responsabile, può portare ad un’evoluzione cognitiva epocale, come d’altro canto un suo uso scriteriato può avere conseguenze negative, sia sul comportamento sociale, che sulla salute mentale”. Di questo avviso anche lo scrittore e manager Ettore Guarnaccia nel suo libro “La Tragedia Silenziosa” che prospetta l’avvento allarmante dell’homo digitalis come uno “zombie, apatico, anaffettivo e privo di senso critico”.

Questo naufragio verso tale prototipo di automa precisiamolo, sempre nell’ottica di un eccesso di generalizzazione, può però essere scongiurato.

Ebbene per invertire la rotta dall’innaturale all’umano, famiglia e scuola devono allinearsi in coerenza e buon senso, sfidando la società e gli interessi che remano nella direzione opposta.

Pertanto, abbiamo un’enorme responsabilità come genitori ed abbiamo esempi illustri in chi ha messo dei limiti in tal senso: ho trovato sintomatico leggere qualche tempo fa nell’articolo di Gabanelli e Tortora del Corriere della Sera che, nella Silicon Valley, personaggi come Steve Jobs e Bill Gates non permettevano ai figli adolescenti di usare liberamente i cellulari.

A tal proposito mi piace citare un docente e content creator italiano, illuminato: il Prof. Vincenzo Schettini, conosciuto grazie ai video divulgativi dal titolo la “La fisica che ci piace” che pubblica sui social dove parla il linguaggio dei ragazzi, ma con i contenuti e i valori condivisi anche da noi “anta”.

Ancora una volta quindi la soluzione è rimanere umani ed affiancare la nostra gioventù, dando l’esempio noi per primi e facendo scudo contro una tecnologia eccessivamente invadente.

E qual è la capacità tutta umana che la tecnologia non ha? L’empatia.

Proviamo a metterci in ascolto e cercare di camminare insieme a loro, proviamo a dargli fiducia. Stiamogli pazientemente a fianco, perché nel metaverso in cui vivono è difficile scegliere tra giusto e sbagliato, ma noi che abbiamo vissuto senza rete, potremmo fare da bussola e da raccordo tra i due mondi.

Troviamo alternative intelligenti, perché i nativi digitali sanno stupirci quando entriamo in sintonia con loro.

Porto un ulteriore esempio personale, il significativo nome di uno dei percorsi del campo estivo dove mando mia figlia che si chiama “OFF-LINE”, a manifestare il bisogno diffuso e condiviso da parte dei genitori di trovare soluzioni stimolanti e sane, per trascorrere il tempo in vacanza.

Non uno scontro generazionale quindi ma un incontro, consapevoli che sono state le nostre incoerenze a creare oggi le difficoltà e i problemi che la neonata umanità dovrà affrontare per evolverci.

Magari sarà la generazione Alpha che fermerà la distruzione del pianeta, magari sarà davvero l’alba di nuovo inizio per un’umanità migliore.