L’ereditiera, il Sultano e il Duca

ASMo, Mappario Estense, Carte geografiche, n. 105
ASMo, Mappario Estense, Carte geografiche, n. 105

Nel redigere il monumentale repertorio delle carte del Duca di Modena, all’interno della cassa numero 64, gli archivisti estensi del Seicento trovarono un “fascio di alcune lettere scritte dal Sultan Selin Gran Signore de’ Turchi […] a favore di una tal Beatrice di Luna per l’esatione di un suo credito”.

ASMo, ASE, Cancelleria sezione generale, Archivio Estense Segreto, Inventario Susari Tagliavini vol. 2
FOTO 2, ASMo, ASE, Cancelleria sezione generale, Archivio Estense Segreto, Inventario Susari Tagliavini vol. 2

Queste carte in realtà si componevano e si compongono tuttora di lettere di alcuni Gran Visir, del sultano Solimano il Magnifico e del di lui successore Selim II. Chi era questa “tal” Beatrice de Luna, in grado di muovere l’interesse del potente Sultano turco e dei suoi ministri ?

Appena un secolo dopo gli eventi che andremo a narrare, la figura di Beatrice de Luna (nota anche con il suo nome ebraico Gracia Nasi o Nassì) era caduta nell’oblio. Doña Beatrice fu forse la donna più ricca dell’Europa del Cinquecento. Nata a Lisbona da una famiglia di ebrei convertiti a forza, a 25 anni era già vedova del ricchissimo mercante Francisco Mendes, che per decenni aveva detenuto il monopolio del pepe importato attraverso le rotte portoghesi.

Beatrice, abbandonata Lisbona, si stabilì dapprima ad Anversa, da dove controllava una rete di scambi che si estendeva dalle Fiandre al Portogallo, da Lione e Venezia sino al Levante, attiva nel commercio tessuti, spezie, grani ed investendo i grandi capitali a Lione, Parigi, Venezia ed in altre grandi piazze finanziarie. Brianda de Luna, sorella di Beatrice era vedova del fratello di Francisco Mendes, Diogo. Le due sorelle dunque erano coeredi di una sterminata fortuna, della quale però la sola Beatrice era amministratrice.

Risulta assai difficile seguire i passi delle sorelle de Luna, non molte sono le tracce documentarie lasciate dal loro passaggio. Tra il 1545 ed il 1546 si allontanarono dalle Fiandre per stabilirsi a Venezia, in un palazzo sul Canal Grande poco lontano dalla Zecca. Con le sorelle Beatrice e Brianda si trasferirono anche le rispettive figlie adolescenti Anna (figlia di Beatrice) e Beatrice (figlia di Brianda, così chiamata in onore della della potente zia) insieme ad un gran numero di servitori, fattori e segretari; tra di essi vi era il fidato nipote Josef Nasi, futuro marito della giovane Anna.

La posizione di preminenza di Beatrice quale unica amministratrice del patrimonio dovette generare una certa insofferenza in famiglia. Nell’imminenza dell’arrivo delle due donne a Ferrara, la sorella Brianda rivolse numerose suppliche a Ercole II d’Este. In questa lettera del novembre 1547  richiese  la mediazione del Duca: “Hora non havendo di chi me possi fidare, ho pigliato presuntione di scrivere, e dimandar gratia di volermi soccorrere, di quanto mi promise a beneficio di mia figlia, e mio, che farò certa mia sorella che sempre ho conosciuto li suoi fraudolenti accordi”.

ASMo, ASE, Carteggio di Particolari, b. 747, particolare di una lettera di Brianda de Luna del 1547
FOTO 3, ASMo, ASE, Carteggio di Particolari, b. 747, particolare di una lettera di Brianda de Luna del 1547
FOTO 4, ASMo, ASE, Carteggio di Particolari, b. 747, fasc. Luna, particolare del sigillo a secco usato da Brianda de Luna
FOTO 4, ASMo, ASE, Carteggio di Particolari, b. 747, fasc. Luna, particolare del sigillo a secco usato da Brianda de Luna

Queste lettere descrivono un clima familiare teso, in cui Brianda si vedeva privata del necessario per vivere dalla avara sorella Beatrice. Scrisse ancora nel 1550: “Tralasciando di riferire tutti gli strazi e villanie, [Beatrice] si indusse fin’ a negarmi una scranna sola, e fin’ un calamaro d’un soldo, et ultimamente fin’ una stuora, ne’ volse sovenirmi de’ danari, con che potesse mantenermi viva”. Brianda reclamò per conto di sua figlia Beatrice una parte dell’eredità pari a 200.000 scudi, investiti “in Italia in uno o dui lochi”.

FOTO 5, ASMo, ASE, Carteggio di Particolari, b. 727, fasc. Luna
FOTO 5, ASMo, ASE, Carteggio di Particolari, b. 727, fasc. Luna

Si trattava una cifra colossale per l’epoca, analoga a quanto il duca Alfonso I fu costretto a pagare all’Imperatore Carlo V, fra il 1530 ed il 1531, per recuperare Carpi, Modena e Reggio (ringrazio Laura Turchi, Università di Modena e Reggio Emilia,  per questo riferimento).

L’acrimonia tra le due sorelle non si attenuò, e nel 1553 Beatrice de Luna raggiunse la sua meta finale, Costantinopoli, invocando la protezione del Sultano Solimano il Magnifico; costui fu ben lieto di accogliere la donna e con lei l’enorme fortuna della ditta Mendes-Nasi nel cuore dell’Impero.

FOTO 6, ASMo, Mappario Estense, Carte Geografiche, n. 165 (dettaglio di una nave in viaggio verso levante)
FOTO 6, ASMo, Mappario Estense, Carte Geografiche, n. 165 (dettaglio di una nave in viaggio verso levante)

Così il tedesco Hans Dernschwam, che si trovava nella capitale ottomana, descrisse l’arrivo di doña Beatrice e del nipote Josef :

“Gli Ebrei [di Costantinopoli] sono orgogliosi di lei e la chiamano “Señora”. Ella vive nel lusso e nello sfarzo. Ha numerosi servitori ed anche alcune governanti tra le quali due donne olandesi. Un tempo la Señora era una marrana, mentre qui è tornata ebrea. Non abita a Costantinopoli insieme agli altri Giudei bensì a Galata in una villa con un giardino.[...]Questo giovane [Josef Nasi] è giunto a Costantinopoli nel 1554 con più di venti servitori spagnoli ben vestiti che lo seguono come se fosse un principe. Lui stesso veste di seta foderata di zibellino. E’ preceduto da due giannizzeri armati di bastone, secondo l’uso dei Turchi, di modo che non gli possa accadere nulla di male. Si è fatto circoncidere nell’aprile 1554. In seguito la Señora lo ha fatto sposare con sua figlia, organizzando banchetti e feste che sono durati alcuni mesi, prima e dopo il matrimonio. Anche l’ambasciatore francese ha fatto loro visita a Galata il 24 agosto”.

A Costantinopoli dunque Beatrice de Luna si proclamò ufficialmente ebrea assumendo come nuovo nome Gracia Nasi. La sorella Brianda rimase invece in Italia dove visse tra Venezia e Ferrara insieme alla figlia adolescente Beatrice.

Dopo l’improvvisa morte della madre Brianda, avvenuta tra luglio e agosto 1557, la giovane Beatrice divenne erede legittima di una cospicua parte dei crediti di famiglia gestiti fino ad allora dalla zia. Gracia Nasi, dalla lontana Costantinopoli, spedì a Ferrara un altro nipote Samuel (fratello di Josef) al fine di concludere il matrimonio con la giovane orfana impedendo così la dispersione del patrimonio di famiglia.

Una preziosa medaglia coniata proprio in quell’anno celebrò l’unione dei due cugini; in essa il celebre artista Pastorino Pastorini raffigurò la giovane sposa di profilo, rivestita di un abito principesco. La coppia prese in affitto un palazzo in via della Giovecca.

Ben presto la potente zia supplicò l’intervento del Gran Visir del Sultano per operare pressioni sul duca di Ferrara affinché disponesse la partenza della giovane coppia. Tra maggio e giugno 1558 giunse a Ferrara un messaggero da Costantinopoli con una lettera del Gran Visir Rustem Pascià. Si tratta di un hukum, redatto in inchiostro nero con polvere d’oro.

FOTO 7, ASMo, ASE, Cancelleria, Documenti di Stati e Città, b. 193, fasc. Turchia
FOTO 7, ASMo, ASE, Cancelleria, Documenti di Stati e Città, b. 193, fasc. Turchia
FOTO 8, ASMo, ASE, Cancelleria, Documenti di Stati e Città, b. 193, fasc. Turchia, particolare del timbro del Gran Visir
FOTO 8, ASMo, ASE, Cancelleria, Documenti di Stati e Città, b. 193, fasc. Turchia, particolare del timbro del Gran Visir

Di questo splendido documento è stata conservata anche la traduzione ufficiale in italiano, redatta presso la cancelleria di Costantinopoli da Ibrahim Bey, “il supremo terdzimanno [traduttore] della Porta Sua Altezza del Gran Seniore etc”. In realtà dietro al nome islamico di Ibrahim si celava un polacco convertito, tale Johachim Strasz che in gioventù aveva studiato all’Università di Padova.

La traduzione è elegante quanto il documento originale, sia per l’impiego del medesimo inchiostro nero cosparso di polvere d’oro, sia per il tratto svolazzante della grafia arricchita con l’inserimento di piccoli accenti a forma di mezzaluna.

FOTO 9, ASMo, ASE, Cancelleria, Carteggio Principi Esteri, b. 1612, fasc. Turchia
FOTO 9, ASMo, ASE, Cancelleria, Carteggio Principi Esteri, b. 1612, fasc. Turchia

Rustem Pascià si rivolse al “Serenissimo principe de Ferrara Seniore Erculle ellecto et grande principe atque Iudice fra li gesuati [cristiani] seniori”, ringraziandolo per prima cosa per avere dato il proprio assenso a far maritare l’ebreo Samuele giunto tempo prima da Costantinopoli con Beatrice “filiolla della sorella de la giudea Seniora Gracia Nasii”.

FOTO 10, ASMo, ASE, Cancelleria, Carteggio di Principi Esteri, b. 1612, fasc. Turchia (particolare della traduzione di Ibrahim Bey)
FOTO 10, ASMo, ASE, Cancelleria, Carteggio di Principi Esteri, b. 1612, fasc. Turchia (particolare della traduzione di Ibrahim Bey)

Nella stessa lettera però il Gran Visir richiese la partenza immediata verso la Turchia della giovane nipote di Grazia Nasi, assieme al marito Samuele con “parentado, homini, robe, denarii, mercie di loro”.

Il Duca prese tempo prima di permettere alla coppia di lasciare Ferrara; una piccola memoria conservata nel fondo “Carteggio di Particolari” ci svela il probabile motivo: la giovane Beatrice (in ebraico Gracia Benvenisti) era creditrice del Duca per la considerevole somma di “scudi in oro 10.600 et più lo interesse a 6 per 100 de 4 ani in qua, et per causion de diti dinari, sono tante Joie [Gioielli] de sua Excellentia in Venetia depuzitate”.

FOTO 11, ASMo, ASE, Cancelleria, Carteggi di Particolari, b. 131, fasc. Benvenisti
FOTO 11, ASMo, ASE, Cancelleria, Carteggi di Particolari, b. 131, fasc. Benvenisti

La ricca “Señora” Gracia Nasi visse fino al 1569 a Costantinopoli trascorrendo i suoi anni tra la villa presso le Vigne di Pera e la sua residenza di Yenikoy sul Bosforo. Il suo nipote-genero ed erede Josef Nasi, il “grande ebreo” come era soprannominato a Costantinopoli, morì nel 1579, dopo essere diventato uno degli uomini più ricchi del mondo ottomano, amico personale del Sultano Selim II e da questi nominato Duca di Nasso e signore delle Cicladi. Ottenne la riscossione della decima sul vino “che gli frutta un introito annuale di 15.000 scudi. […] Dalle isole poi ricava 14.000 ducati” come ricordato da un viaggiatore tedesco nel dicembre 1577.
Di questa ricca e potente dinastia sefardita non rimangono che poche tracce nascoste tra i vari archivi d’Europa.

 

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Per saperne di più:

Andrée Aelion Brooks, The Woman Who Defied Kings. Paragon House 2002.

Aron di Leone Leoni, La Nazione ebraica spagnola e portoghese di Ferrara (1492-1559), Firenze, Olschki, 2011.

Alessandro Barbero, Il divano di Istanbul, Sellerio, Palermo, 2015.