Marghera, frontiera di innovazione

Venezia non è solo una città da cartolina. A pochi chilometri dal campanile di san Marco, è ancora in attività a Porto Marghera, quello che è stato, nella seconda metà del Novecento, uno dei poli chimici e petroliferi più importanti d’Europa. Un’area fortemente inquinata ed inserita nei siti di interesse nazionale da bonificare e soggetta alle normative europee (Seveso 2 e Tolosa) in materia di sicurezza e Protezione Civile.

La lavorazione del fosgene, un gas dagli effetti letali, è stata uno dei processi più pericolosi presenti all’interno del Petrolchimico di Porto Marghera.

Ora per la prima volta nella storia del polo chimico veneziano, l’attività dell’impianto Tdi, dove il fosgene veniva lavorato, è sospesa. Dow Chemical infatti, la multinazionale americana, che gestiva questo processo, ha deciso di abbandonare la produzione sulle rive della laguna. Soltanto nel luglio scorso i cittadini e le cittadine, tramite un sondaggio postale, promosso dal Comune di Venezia su richiesta dell’assemblea permanente contro il pericolo chimico, si erano espressi contro la permanenza sulle rive della laguna delle produzioni più nocive e ad alto rischio di incidente rilevante.

La cessazione della lavorazione del fosgene è allora una vittoria della cittadinanza e degli ambientalisti?

Non propriamente, o non solo, se si considera che la fase di dismissione degli impianti chimici è considerata una delle più pericolose per i poli industriali e va quindi gestita con estrema attenzione. E non propriamente, e non solo, finché il problema occupazionale non sarà definitivamente risolto.

La crisi del Petrolchimico come occasione di innovazione

“Laboratorio Marghera” vuole prendere atto della crisi del polo chimico veneziano proponendo analisi e riflessioni che invitano a guardare con una certa fiducia alla fase di passaggio, pur difficile e drammatica, che si sta delineando.

La crisi infatti può anche essere l’occasione per dare vita ad un processo di innovazione senza precedenti, se solo finalmente si saprà realizzare un progetto di grande respiro per il rilancio di Porto Marghera, in grado di creare nuovi posti di lavoro e concrete prospettive di sviluppo.

Finora le occasioni perse sono già state tante: la crisi della chimica è iniziata almeno vent’anni fa e così la lenta emorragia di posti di lavoro. Eppure si è fatto molto poco: troppi progetti sono rimasti solo sulla carta.

L’accordo di programma firmato nel 1998 da enti locali, Stato e parti sociali, non ha mantenuto le aspettative anche a causa del contemporaneo avvio del processo di frammentazione della proprietà degli impianti Enichem, ora quasi dieci anni dopo vengono nuovamente proposti strumenti negoziali di programmazione economica ed industriale. Questi devono però confrontarsi con la necessità di mettere d’accordo un sempre maggior numero di aziende proprietarie degli impianti, in un contesto ulteriormente aggravato dal ritardo operativo accumulato.

Questo libro allora è una scommessa: guardare al presente cercando di raccontare i processi di trasformazione già avviati su diversi fronti per individuare un possibile, nuovo modello di sviluppo, in cui la ricchezza materiale possa essere associata a benessere diffuso e qualità della vita.

La sentenza di Cassazione: “Le morti degli operai erano prevedibili”

L’insieme di esperienze di “Laboratorio Marghera” parte con l’esame della giurisprudenza ambientale innovativa, a livello nazionale ed internazionale, prodotta attorno alle vicende del Petrolchimico, grazie all’esito – ora confermato in Cassazione - del maxi processo istruito da Felice Casson che ha portato alla condanna dei vertici Montedison, in carica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, per le morti di alcuni operai addetti al cloruro di vinile monomero (cvm).

La sentenza della Corte di Cassazione, pronunciata nel maggio 2006, ha accolto la tesi sostenuta dal sostituto procuratore generale della Suprema Corte, Guglielmo Passacantando, che ha puntato sul concetto chiave della prevedibilità delle malattie sviluppatesi a danno degli operai.

Sono state così confermate le condanne inflitte già con la sentenza d’appello ai manager di Montedison che ricoprirono ruoli di primo piano al Petrolchimico di Porto Marghera, tra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta: un anno e sei mesi di reclusione (con sospensione della pena) ad Emilio Bartalini, responsabile del servizio sanitario dal ‘65 al ‘79, ed ai direttori Renato Calvi, Alberto Grandi, Pier Giorgio Gatti e Giovanni D’Arminio Monforte. La condanna è stata stabilita in relazione alla morte per angiosarcoma del fegato - lo specifico tipo di cancro correlabile al cvm - dell’operaio Tullio Faggian, deceduto nel 1999. In tutto i casi di angiosarcoma trattati nel maxi processo sono sette, ma i tempi diversi in cui sono avvenuti gli altri sei decessi ha fatto intervenire la prescrizione.

Il collegio di Cassazione, guidato dal presidente Giovanni Silvio Coco, ha chiuso così definitivamente il lungo capitolo del maxi processo per le morti da cvm dei lavoratori del Petrolchimico istruito dal Pm Felice Casson.

Ma quali sono i principi giuridici su cui si basano le condanne?

La Corte di Cassazione ha confermato l’impianto della sentenza di secondo grado - emessa dal presidente Francesco Aliprandi e dai giudici a latere Gino Contini e Antonio Lucisano - in cui viene riconosciuto il nesso di causa tra l’esposizione a cvm e alcune malattie – angiosarcoma del fegato, alcuni tipi di epatopatie e morbo di Raynaud – e parimenti viene sancita anche la responsabilità dei vertici di Montedison, che avrebbero dovuto tutelare la salute degli operai. La sentenza riconosce anche la responsabilità dei vertici delle aziende, tra il ‘74 e l’80, per l’omessa collocazione di impianti di aspirazione nei luoghi di lavoro. Infine la responsabilità di altri manager del Petrolchimico è riconosciuta (anche se è intervenuta la prescrizione) per la violazione delle normative sugli scarichi in laguna fino alla fine degli anni Novanta.

La sentenza di Cassazione rinvia anche al giudice civile la liquidazione del risarcimento dei danni per la morte di Tullio Faggian a favore di enti locali ed associazioni ambientaliste costituite parte civile nel processo.

La sentenza d’appello: “Montedison è colpevole”

Dopo la conferma definitiva da parte della Corte di Cassazione, è destinato dunque ad entrare nella storia della giurisprudenza anche il giudizio emesso dai giudici della Corte d’Appello di Venezia nel dicembre 2004, al termine di un dibattimento durato un anno.

La sentenza d’appello legittima la tesi dell’accusa sostenuta dal Pm Casson fin dal processo di primo grado. In appello infatti per la morte di Faggian i giudici hanno condannato anche il responsabile civile Edison Spa a liquidare una provvisionale di 50mila euro ciascuno ai figli dell’operaio Tullio Faggian, Stefano ed Alessandro, nonché la somma di 8mila euro ciascuno ai fratelli Guido, Luciano, Guerrino, Liliano e alle sorelle Elisa e Maria.

La diagnosi di angiosarcoma da cvm nel caso di Faggian era stata riconosciuta anche dal tribunale di primo grado, ma allora per il presidente Ivano Nelson Salvarani, affiancato dai giudici a latere Stefano Manduzio ed Antonio Liguori, non era provata alcuna responsabilità dei singoli imputati, visto che essi non sarebbero stati a conoscenza della cancerogenicità del cvm fino al ‘73.

La sentenza d’appello invece associa al caso di Faggian il riconoscimento della colpa degli imputati Montedison che ricoprivano i vertici dell’azienda tra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta. I giudici d’appello hanno accolto la tesi del Pm Casson che aveva sottolineato come fin dagli anni Sessanta fosse noto che il cvm era una sostanza tossica e perciò i vertici aziendali erano tenuti per legge a tutelare adeguatamente la salute dei lavoratori, anche prima della scoperta della cancerogenicità della sostanza.

Se la sentenza di primo grado, al termine di un dibattimento durato dal marzo ’98 a novembre 2001, aveva comunque riconosciuto la correlazione tra l’esposizione a cvm e la morte degli operai per angiosarcoma del fegato, alcuni tipi di epatopatie e i casi di morbo di Raynaud, ma aveva assolto gli imputati, perché non ritenuti a conoscenza dei rischi; il giudizio d’appello interviene con una parziale modifica che diventa però sostanziale nel suo significato.

La sentenza di primo grado infatti sposava in parte la tesi del professor Federico Stella, difensore di Enichem, noto docente della Università Cattolica di Milano, che nel suo testo “Giustizia e modernità” – pubblicato durante il dibattimento di primo grado – sosteneva l’impossibilità di accertare le responsabilità penali personali in processi così complessi. Tradotto in termini meno tecnici: per Stella il processo istruito da Casson non si doveva nemmeno fare perché inutile, visto che non era possibile individuare i colpevoli, la soluzione proposta in alternativa era l’avvio di cause civili per ottenere il risarcimento dei danni da parte delle vittime così come avviene negli Stati Uniti. E’ questa la battaglia teorica che il professor Stella sembrava aver vinto in primo grado.

Ma il presidente Aliprandi con il suo collegio è partito dal giudizio emesso dal Tribunale, lo ha in parte modificato e in questo modo ne ha in concreto ribaltato il significato.

E il collegio di giudici della Seconda Sezione della Corte d’Appello di Venezia ha fornito anche altre indicazioni. La sentenza d’appello ha riconosciuto la responsabilità degli imputati anche sul fronte impiantistico per la mancata collocazione di cappe di aspirazione tra il ’74 e l’80 e per quanto riguarda i reati ambientali, ha sancito la violazione delle normative sugli scarichi in laguna fino al ’96, coinvolgendo così non solo gli imputati Montedison, ma anche i vertici di Enichem.

L’assemblea permanente contro il pericolo chimico: un nuovo modello di partecipazione democratica

Fondamentale nel libro è anche la ricostruzione del processo di partecipazione democratica avviato a seguito del gravissimo incidente, occorso il 28 novembre 2002, al reparto Tdi del Petrolchimico. Per la prima volta viene raccontata compiutamente la storia del movimento di cittadini – l’assemblea permanente contro il pericolo chimico - che ha posto alla riflessione dell’opinione pubblica e degli amministratori l’incompatibilità della lavorazione del ciclo del cloro (basato su cvm-pvc e fosgene) in un Petrolchimico che si trova a pochi chilometri da Venezia, Mestre e dalla zona residenziale di Marghera.

Il processo di democrazia partecipata infatti si è sviluppato a Marghera fin dall’avvio del Petrolchimico, negli anni Cinquanta, grazie a movimenti ed associazioni che dentro e fuori le fabbriche hanno svolto una funzione critica di grande rilevanza che ha portato in città ad un buon livello di consapevolezza collettiva.

Una figura spicca fra tutte, quella dell’operaio Gabriele Bortolozzo che nel ’94 denunciò alla Procura di Venezia le morti dei propri compagni di lavoro addetti al cvm. Dai suoi esposti, il Pm Felice Casson è partito per l’indagine alla base del maxi processo.

Verso nuovi orizzonti?

Il cuore di “Laboratorio Marghera” sono comunque i grandi interrogativi che la crisi ha aperto e che attendono una soluzione.

Sarà possibile realizzare le bonifiche necessarie per riparare i danni all’ambiente risanando le aree e i canali inquinati, e dando avvio ad un progetto di recupero ambientale e riutilizzo del territorio per la riconversione e il rilancio del sistema produttivo?

Quali sono i progetti di riconversione realizzati in altri insediamenti industriali italiani ed europei?

Lo sviluppo futuro della città dipende anche da quando e come si realizzerà il recupero dei siti inquinati.

Forse è tempo per la Serenissima di riappropiarsi del paesaggio lagunare perduto e di ripartire dall’antica vocazione portuale e logistica e dai nuovi distretti industriali sempre più fondati su ricerca ed innovazione tecnologica.

In questo inizio di Millennio infatti si possono profilare nuove prospettive per Venezia, posizionata geograficamente nel cuore di un Nord Est, dalle cui vicende e sorti forse per troppo tempo è rimasta estranea. La città infatti si rivela uno straordinario snodo di comunicazione anche per il trasporto delle merci dal Nord d’Italia al Mediterraneo ed all’Estremo Oriente.

Forse è davvero tempo che la Serenissima torni a ripercorrere le tracce di Marco Polo, occupando un ruolo d’eccezione in un sistema in profonda trasformazione.

Così anche Marghera, tra Venezia ed il Nord Est, appare un laboratorio aperto a nuovi orizzonti…

SCHEDA LIBRO

LABORATORIO MARGHERA

tra Venezia ed il Nord Est

La giurisprudenza ambientale, la partecipazione attiva dei cittadini, bonifiche e prospettive di sviluppo

Di Nicoletta Benatelli, Anthony Candiello, Gianni Favarato

“Laboratorio Marghera, tra Venezia ed il Nord Est” è una scommessa. Il libro, scritto da Nicoletta Benatelli, Anthony Candiello e Gianni Favarato ed edito da Nuovadimensione, vuole contribuire al dibattito culturale in corso, al di fuori da ogni strumentalizzazione di parte, sostenendo la necessità di avviare al più presto un processo di innovazione senza precedenti, in grado di rilanciare lo sviluppo economico dell’area di Marghera, a livello nazionale ed internazionale, aumentando il numero degli occupati anche per gli anni a venire.

Gli autori di “Laboratorio Marghera” sono tre professionisti che hanno raccolto nel libro dati, informazioni e testimonianze di autorevoli esponenti della comunità – non solo veneziana, ma anche del Nord Est – chiamati ad un confronto leale e rispettoso delle posizioni e dei ruoli di tutti i soggetti coinvolti. Tra gli intervistati risultano: il procuratore generale di Venezia Ennio Fortuna, l’avvocato Eugenio Vassallo, il senatore Felice Casson, il docente di chimica Umberto Belluco, i ricercatori Paolo Koch e Domenico Vinello, l’architetto Roberto D’Agostino, l’assessore Ezio Da Villa, gli urbanisti Giancarlo Carnevale ed Esther Giani, il direttore del Coses Stefano Micelli, il direttore della Fondazione Nord Est Daniele Marini, il segretario della Camera del Lavoro Sergio Chiloiro e la giuslavorista Donata Gottardi.

Laboratorio Marghera” parte dall’esame della giurisprudenza ambientale innovativa derivata dal maxi processo per le morti degli operai del Petrolchimico istruito dall’allora pubblico ministero Felice Casson e dai processi per i recenti incidenti avvenuti a Porto Marghera, fino ad arrivare a raccontare anche l’esperienza di democrazia partecipata dell’assemblea permanente contro il pericolo chimico rispetto a temi cruciali come la critica della tecnologia.

Il cuore del libro sono comunque i grandi interrogativi che attendono ancora una soluzione, malgrado l’importante accordo firmato pochi giorni fa da istituzioni e parti sociali.

Sarà possibile realizzare le bonifiche necessarie per riparare i danni all’ambiente, risanando le aree e i canali inquinati dell’area del Petrolchimico, e dando avvio così ad un recupero ambientale del territorio e a un rilancio del sistema produttivo in grado di creare nuovi posti di lavoro?

In questo inizio di millennio si possono profilare nuove prospettive per Venezia, posizionata geograficamente nel cuore di un Nord Est, il cui modello produttivo è in via di radicale trasformazione. Ecco perché anche Marghera, tra Venezia ed il Nord Est, appare un laboratorio aperto a nuovi orizzonti.

Hanno a collaborato al libro anche: i vigili del fuoco del Comando Provinciale di Venezia, l’Ente zona industriale, le associazioni Amnesty Internazional e Gabriele Bortolozzo e l’assemblea permanente contro il pericolo chimico.

Venezia non è solo una città da cartolina. A pochi chilometri dal campanile di san Marco, è ancora in attività a Porto Marghera, quello che è stato, nella seconda metà del Novecento, uno dei poli chimici e petroliferi più importanti d’Europa. Un’area fortemente inquinata ed inserita nei siti di interesse nazionale da bonificare e soggetta alle normative europee (Seveso 2 e Tolosa) in materia di sicurezza e Protezione Civile.

La lavorazione del fosgene, un gas dagli effetti letali, è stata uno dei processi più pericolosi presenti all’interno del Petrolchimico di Porto Marghera.

Ora per la prima volta nella storia del polo chimico veneziano, l’attività dell’impianto Tdi, dove il fosgene veniva lavorato, è sospesa. Dow Chemical infatti, la multinazionale americana, che gestiva questo processo, ha deciso di abbandonare la produzione sulle rive della laguna. Soltanto nel luglio scorso i cittadini e le cittadine, tramite un sondaggio postale, promosso dal Comune di Venezia su richiesta dell’assemblea permanente contro il pericolo chimico, si erano espressi contro la permanenza sulle rive della laguna delle produzioni più nocive e ad alto rischio di incidente rilevante.

La cessazione della lavorazione del fosgene è allora una vittoria della cittadinanza e degli ambientalisti?

Non propriamente, o non solo, se si considera che la fase di dismissione degli impianti chimici è considerata una delle più pericolose per i poli industriali e va quindi gestita con estrema attenzione. E non propriamente, e non solo, finché il problema occupazionale non sarà definitivamente risolto.

La crisi del Petrolchimico come occasione di innovazione

“Laboratorio Marghera” vuole prendere atto della crisi del polo chimico veneziano proponendo analisi e riflessioni che invitano a guardare con una certa fiducia alla fase di passaggio, pur difficile e drammatica, che si sta delineando.

La crisi infatti può anche essere l’occasione per dare vita ad un processo di innovazione senza precedenti, se solo finalmente si saprà realizzare un progetto di grande respiro per il rilancio di Porto Marghera, in grado di creare nuovi posti di lavoro e concrete prospettive di sviluppo.

Finora le occasioni perse sono già state tante: la crisi della chimica è iniziata almeno vent’anni fa e così la lenta emorragia di posti di lavoro. Eppure si è fatto molto poco: troppi progetti sono rimasti solo sulla carta.

L’accordo di programma firmato nel 1998 da enti locali, Stato e parti sociali, non ha mantenuto le aspettative anche a causa del contemporaneo avvio del processo di frammentazione della proprietà degli impianti Enichem, ora quasi dieci anni dopo vengono nuovamente proposti strumenti negoziali di programmazione economica ed industriale. Questi devono però confrontarsi con la necessità di mettere d’accordo un sempre maggior numero di aziende proprietarie degli impianti, in un contesto ulteriormente aggravato dal ritardo operativo accumulato.

Questo libro allora è una scommessa: guardare al presente cercando di raccontare i processi di trasformazione già avviati su diversi fronti per individuare un possibile, nuovo modello di sviluppo, in cui la ricchezza materiale possa essere associata a benessere diffuso e qualità della vita.

La sentenza di Cassazione: “Le morti degli operai erano prevedibili”

L’insieme di esperienze di “Laboratorio Marghera” parte con l’esame della giurisprudenza ambientale innovativa, a livello nazionale ed internazionale, prodotta attorno alle vicende del Petrolchimico, grazie all’esito – ora confermato in Cassazione - del maxi processo istruito da Felice Casson che ha portato alla condanna dei vertici Montedison, in carica a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, per le morti di alcuni operai addetti al cloruro di vinile monomero (cvm).

La sentenza della Corte di Cassazione, pronunciata nel maggio 2006, ha accolto la tesi sostenuta dal sostituto procuratore generale della Suprema Corte, Guglielmo Passacantando, che ha puntato sul concetto chiave della prevedibilità delle malattie sviluppatesi a danno degli operai.

Sono state così confermate le condanne inflitte già con la sentenza d’appello ai manager di Montedison che ricoprirono ruoli di primo piano al Petrolchimico di Porto Marghera, tra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta: un anno e sei mesi di reclusione (con sospensione della pena) ad Emilio Bartalini, responsabile del servizio sanitario dal ‘65 al ‘79, ed ai direttori Renato Calvi, Alberto Grandi, Pier Giorgio Gatti e Giovanni D’Arminio Monforte. La condanna è stata stabilita in relazione alla morte per angiosarcoma del fegato - lo specifico tipo di cancro correlabile al cvm - dell’operaio Tullio Faggian, deceduto nel 1999. In tutto i casi di angiosarcoma trattati nel maxi processo sono sette, ma i tempi diversi in cui sono avvenuti gli altri sei decessi ha fatto intervenire la prescrizione.

Il collegio di Cassazione, guidato dal presidente Giovanni Silvio Coco, ha chiuso così definitivamente il lungo capitolo del maxi processo per le morti da cvm dei lavoratori del Petrolchimico istruito dal Pm Felice Casson.

Ma quali sono i principi giuridici su cui si basano le condanne?

La Corte di Cassazione ha confermato l’impianto della sentenza di secondo grado - emessa dal presidente Francesco Aliprandi e dai giudici a latere Gino Contini e Antonio Lucisano - in cui viene riconosciuto il nesso di causa tra l’esposizione a cvm e alcune malattie – angiosarcoma del fegato, alcuni tipi di epatopatie e morbo di Raynaud – e parimenti viene sancita anche la responsabilità dei vertici di Montedison, che avrebbero dovuto tutelare la salute degli operai. La sentenza riconosce anche la responsabilità dei vertici delle aziende, tra il ‘74 e l’80, per l’omessa collocazione di impianti di aspirazione nei luoghi di lavoro. Infine la responsabilità di altri manager del Petrolchimico è riconosciuta (anche se è intervenuta la prescrizione) per la violazione delle normative sugli scarichi in laguna fino alla fine degli anni Novanta.

La sentenza di Cassazione rinvia anche al giudice civile la liquidazione del risarcimento dei danni per la morte di Tullio Faggian a favore di enti locali ed associazioni ambientaliste costituite parte civile nel processo.

La sentenza d’appello: “Montedison è colpevole”

Dopo la conferma definitiva da parte della Corte di Cassazione, è destinato dunque ad entrare nella storia della giurisprudenza anche il giudizio emesso dai giudici della Corte d’Appello di Venezia nel dicembre 2004, al termine di un dibattimento durato un anno.

La sentenza d’appello legittima la tesi dell’accusa sostenuta dal Pm Casson fin dal processo di primo grado. In appello infatti per la morte di Faggian i giudici hanno condannato anche il responsabile civile Edison Spa a liquidare una provvisionale di 50mila euro ciascuno ai figli dell’operaio Tullio Faggian, Stefano ed Alessandro, nonché la somma di 8mila euro ciascuno ai fratelli Guido, Luciano, Guerrino, Liliano e alle sorelle Elisa e Maria.

La diagnosi di angiosarcoma da cvm nel caso di Faggian era stata riconosciuta anche dal tribunale di primo grado, ma allora per il presidente Ivano Nelson Salvarani, affiancato dai giudici a latere Stefano Manduzio ed Antonio Liguori, non era provata alcuna responsabilità dei singoli imputati, visto che essi non sarebbero stati a conoscenza della cancerogenicità del cvm fino al ‘73.

La sentenza d’appello invece associa al caso di Faggian il riconoscimento della colpa degli imputati Montedison che ricoprivano i vertici dell’azienda tra la fine degli anni Sessanta ed i primi anni Settanta. I giudici d’appello hanno accolto la tesi del Pm Casson che aveva sottolineato come fin dagli anni Sessanta fosse noto che il cvm era una sostanza tossica e perciò i vertici aziendali erano tenuti per legge a tutelare adeguatamente la salute dei lavoratori, anche prima della scoperta della cancerogenicità della sostanza.

Se la sentenza di primo grado, al termine di un dibattimento durato dal marzo ’98 a novembre 2001, aveva comunque riconosciuto la correlazione tra l’esposizione a cvm e la morte degli operai per angiosarcoma del fegato, alcuni tipi di epatopatie e i casi di morbo di Raynaud, ma aveva assolto gli imputati, perché non ritenuti a conoscenza dei rischi; il giudizio d’appello interviene con una parziale modifica che diventa però sostanziale nel suo significato.

La sentenza di primo grado infatti sposava in parte la tesi del professor Federico Stella, difensore di Enichem, noto docente della Università Cattolica di Milano, che nel suo testo “Giustizia e modernità” – pubblicato durante il dibattimento di primo grado – sosteneva l’impossibilità di accertare le responsabilità penali personali in processi così complessi. Tradotto in termini meno tecnici: per Stella il processo istruito da Casson non si doveva nemmeno fare perché inutile, visto che non era possibile individuare i colpevoli, la soluzione proposta in alternativa era l’avvio di cause civili per ottenere il risarcimento dei danni da parte delle vittime così come avviene negli Stati Uniti. E’ questa la battaglia teorica che il professor Stella sembrava aver vinto in primo grado.

Ma il presidente Aliprandi con il suo collegio è partito dal giudizio emesso dal Tribunale, lo ha in parte modificato e in questo modo ne ha in concreto ribaltato il significato.

E il collegio di giudici della Seconda Sezione della Corte d’Appello di Venezia ha fornito anche altre indicazioni. La sentenza d’appello ha riconosciuto la responsabilità degli imputati anche sul fronte impiantistico per la mancata collocazione di cappe di aspirazione tra il ’74 e l’80 e per quanto riguarda i reati ambientali, ha sancito la violazione delle normative sugli scarichi in laguna fino al ’96, coinvolgendo così non solo gli imputati Montedison, ma anche i vertici di Enichem.

L’assemblea permanente contro il pericolo chimico: un nuovo modello di partecipazione democratica

Fondamentale nel libro è anche la ricostruzione del processo di partecipazione democratica avviato a seguito del gravissimo incidente, occorso il 28 novembre 2002, al reparto Tdi del Petrolchimico. Per la prima volta viene raccontata compiutamente la storia del movimento di cittadini – l’assemblea permanente contro il pericolo chimico - che ha posto alla riflessione dell’opinione pubblica e degli amministratori l’incompatibilità della lavorazione del ciclo del cloro (basato su cvm-pvc e fosgene) in un Petrolchimico che si trova a pochi chilometri da Venezia, Mestre e dalla zona residenziale di Marghera.

Il processo di democrazia partecipata infatti si è sviluppato a Marghera fin dall’avvio del Petrolchimico, negli anni Cinquanta, grazie a movimenti ed associazioni che dentro e fuori le fabbriche hanno svolto una funzione critica di grande rilevanza che ha portato in città ad un buon livello di consapevolezza collettiva.

Una figura spicca fra tutte, quella dell’operaio Gabriele Bortolozzo che nel ’94 denunciò alla Procura di Venezia le morti dei propri compagni di lavoro addetti al cvm. Dai suoi esposti, il Pm Felice Casson è partito per l’indagine alla base del maxi processo.

Verso nuovi orizzonti?

Il cuore di “Laboratorio Marghera” sono comunque i grandi interrogativi che la crisi ha aperto e che attendono una soluzione.

Sarà possibile realizzare le bonifiche necessarie per riparare i danni all’ambiente risanando le aree e i canali inquinati, e dando avvio ad un progetto di recupero ambientale e riutilizzo del territorio per la riconversione e il rilancio del sistema produttivo?

Quali sono i progetti di riconversione realizzati in altri insediamenti industriali italiani ed europei?

Lo sviluppo futuro della città dipende anche da quando e come si realizzerà il recupero dei siti inquinati.

Forse è tempo per la Serenissima di riappropiarsi del paesaggio lagunare perduto e di ripartire dall’antica vocazione portuale e logistica e dai nuovi distretti industriali sempre più fondati su ricerca ed innovazione tecnologica.

In questo inizio di Millennio infatti si possono profilare nuove prospettive per Venezia, posizionata geograficamente nel cuore di un Nord Est, dalle cui vicende e sorti forse per troppo tempo è rimasta estranea. La città infatti si rivela uno straordinario snodo di comunicazione anche per il trasporto delle merci dal Nord d’Italia al Mediterraneo ed all’Estremo Oriente.

Forse è davvero tempo che la Serenissima torni a ripercorrere le tracce di Marco Polo, occupando un ruolo d’eccezione in un sistema in profonda trasformazione.

Così anche Marghera, tra Venezia ed il Nord Est, appare un laboratorio aperto a nuovi orizzonti…

SCHEDA LIBRO

LABORATORIO MARGHERA

tra Venezia ed il Nord Est

La giurisprudenza ambientale, la partecipazione attiva dei cittadini, bonifiche e prospettive di sviluppo

Di Nicoletta Benatelli, Anthony Candiello, Gianni Favarato

“Laboratorio Marghera, tra Venezia ed il Nord Est” è una scommessa. Il libro, scritto da Nicoletta Benatelli, Anthony Candiello e Gianni Favarato ed edito da Nuovadimensione, vuole contribuire al dibattito culturale in corso, al di fuori da ogni strumentalizzazione di parte, sostenendo la necessità di avviare al più presto un processo di innovazione senza precedenti, in grado di rilanciare lo sviluppo economico dell’area di Marghera, a livello nazionale ed internazionale, aumentando il numero degli occupati anche per gli anni a venire.

Gli autori di “Laboratorio Marghera” sono tre professionisti che hanno raccolto nel libro dati, informazioni e testimonianze di autorevoli esponenti della comunità – non solo veneziana, ma anche del Nord Est – chiamati ad un confronto leale e rispettoso delle posizioni e dei ruoli di tutti i soggetti coinvolti. Tra gli intervistati risultano: il procuratore generale di Venezia Ennio Fortuna, l’avvocato Eugenio Vassallo, il senatore Felice Casson, il docente di chimica Umberto Belluco, i ricercatori Paolo Koch e Domenico Vinello, l’architetto Roberto D’Agostino, l’assessore Ezio Da Villa, gli urbanisti Giancarlo Carnevale ed Esther Giani, il direttore del Coses Stefano Micelli, il direttore della Fondazione Nord Est Daniele Marini, il segretario della Camera del Lavoro Sergio Chiloiro e la giuslavorista Donata Gottardi.

Laboratorio Marghera” parte dall’esame della giurisprudenza ambientale innovativa derivata dal maxi processo per le morti degli operai del Petrolchimico istruito dall’allora pubblico ministero Felice Casson e dai processi per i recenti incidenti avvenuti a Porto Marghera, fino ad arrivare a raccontare anche l’esperienza di democrazia partecipata dell’assemblea permanente contro il pericolo chimico rispetto a temi cruciali come la critica della tecnologia.

Il cuore del libro sono comunque i grandi interrogativi che attendono ancora una soluzione, malgrado l’importante accordo firmato pochi giorni fa da istituzioni e parti sociali.

Sarà possibile realizzare le bonifiche necessarie per riparare i danni all’ambiente, risanando le aree e i canali inquinati dell’area del Petrolchimico, e dando avvio così ad un recupero ambientale del territorio e a un rilancio del sistema produttivo in grado di creare nuovi posti di lavoro?

In questo inizio di millennio si possono profilare nuove prospettive per Venezia, posizionata geograficamente nel cuore di un Nord Est, il cui modello produttivo è in via di radicale trasformazione. Ecco perché anche Marghera, tra Venezia ed il Nord Est, appare un laboratorio aperto a nuovi orizzonti.

Hanno a collaborato al libro anche: i vigili del fuoco del Comando Provinciale di Venezia, l’Ente zona industriale, le associazioni Amnesty Internazional e Gabriele Bortolozzo e l’assemblea permanente contro il pericolo chimico.