Ri-generarsi comunità educante

Urge recuperare il vero senso di benessere, quello di famiglia e quello di comunità
Famiglia
Famiglia

Ri-generarsi comunità educante

 

Abstract: Di fronte ai ricorrenti episodi di violenza da parte anche di giovanissimi, l'articolo propone di focalizzare l’attenzione sul perduto senso di comunità, quale mezzo educativo per coltivare e condividere la responsabilità e la solidarietà

 

Sono in preoccupante aumento, da parte di giovanissimi e giovani, episodi di violenza, di disagi, di dipendenze, di disturbi del comportamento alimentare o altro e si ricorre conseguentemente a comunità di recupero, a centri terapeutici o ad altre misure.

Accade tutto questo perché oggi mancano le presenze, gli adulti, i padri, così sosteneva continuamente don Antonio Mazzi, fondatore di una comunità per ragazzi.

Anziché investire su comunità educative, di recupero o di altra natura, urge recuperare la dimensione di comunità educante, come asserisce lo psicologo e formatore Stefano Centonze: “La comunità educante costruisce solidarietà concreta. Quella che si manifesta nello scambio di pratiche. Nel sostegno reciproco. Nella condivisione di strumenti. Nel riconoscimento che educare è un compito che richiede supporto collettivo”.

Lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro scrive: “La risposta adulta al comportamento delle bande violente non dovrebbe essere né di tipo giustificativo, riparatorio, fondato sul senso di colpa per reali o presunte mancanze degli adulti o di una non meglio specificata ‘società’, né di tipo soltanto repressivo, punitivo, emarginante, fondata sul meccanismo della proiezione attraverso il quale si scarica su di loro ogni nostro contenuto negativo. Né, soprattutto, deve essere l’indifferenza. Ognuna di queste risposte ha il difetto radicale di non riconoscere il giovane come individuo, come responsabile delle proprie azioni ma anche come vittima di una cultura in cui gli adulti hanno proprie, pesanti responsabilità” (nella rubrica “Il senno di prima. Appunti di Fulvio Scaparro”, marzo 2026). Urge recuperare la cultura della responsabilità e della solidarietà (bisogna dapprima recuperare il senso di cultura). Ogni atto violento o comportamento antisociale o reato provoca un danno non solo al singolo ma all’intera comunità e, al tempo stesso, è l’ultimo anello di una catena di mancanze o errori da parte di più soggetti: perché non si nasce devianti o delinquenti. In ogni ambito bisogna ripristinare i principi costituzionali, da quello di solidarietà (art. 2 Cost.) a quello di lavoro (art. 4 Cost.).

Oggi non sono soli o invisibili soltanto bambini e ragazzi ma anche gli anziani e su questo aspetto Fulvio Scaparro commenta: “Se non ci piacciono gli scenari che gli esperti vanno descrivendo sul futuro della nostra collettività diamoci da fare oggi. Il problema non è tanto l’Italia che invecchia o non fa più bambini, ma piuttosto cosa fa l’Italia per i vecchi e per i bambini oggi, cosa fa per ridare agli italiani l’ottimismo e la fiducia nel futuro, che si traducono non solo nel mettere al mondo figli ma anche nell’accogliere tra noi coloro che chiedono solo di lavorare e vivere onestamente. Mi piace molto l’idea che con le nostre azioni di oggi abbiamo la possibilità d’incidere – mi auguro positivamente – sui nostri figli e nipoti che vivranno nel 2050” (nella rubrica “Il senno di prima. Appunti di Fulvio Scaparro”, luglio 2026). Occorre che la società e la famiglia, cellula della società, tornino a essere multigenerazionali e intergenerazionali, basate sulla solidarietà (art. 2 Cost.), quella che ha portato alla ricostruzione postbellica e che scatta in caso di calamità naturali o altro.

Il pedagogista Daniele Novara denuncia: “Aumentano in Italia i ristoranti nei quali i bambini non sono ben accetti. Ma una città o un Paese (e quindi un ristorante) dove stanno bene i bambini, è una città o un Paese dove stanno bene tutti”. Urge recuperare il vero senso di benessere - che non è economico ma esistenziale -, quello di famiglia e quello di comunità. La vita è e ha in sé una richiesta di fiducia e futuro, come quando si costruisce una casa: così l’infanzia. I bambini hanno bisogno di una comunità che li accolga, li accompagni e li avvii alla loro strada: “[…] occorre preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società, ed allevarlo nello spirito degli ideali” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

In questo, dopo la famiglia e accanto alla famiglia, ha un ruolo insostituibile la scuola su cui Daniele Novara scrive: “La scuola è una comunità sociale, non virtuale, e chi la frequenta ha bisogno di una continua sincronizzazione neurocerebrale e neurosensoriale per poter mettere in moto quelle componenti che danno vita a un apprendimento condiviso. La dimensione dell’incontro vis-à-vis permette di trovare e ritrovare il senso profondo della nostra umanità. Venire meno a questo principio significa rischiare di trasformare l’esperienza scolastica in qualcosa d’altro. Non ci sono tradizioni, religioni o attitudini che tengano. La scuola ha bisogno del volto, dell’incontro concreto tra le persone e fra gli alunni”. La scuola non è semplicemente fondamentale, è un fondamento, un ambiente di vita, di relazioni, di emozioni (essenza insostituibile emersa durante la pandemia da covid-19).

“Nella fase di crescita 3-6 anni emozioni, relazioni e prime forme di autoregolazione si intrecciano profondamente con l’apprendimento. In questa età, i bambini e le bambine hanno la possibilità di costruire le basi della propria competenza emotiva attraverso il gioco, le routine quotidiane e le interazioni con pari e adulti di riferimento. Alla luce dei cambiamenti della società contemporanea, la scuola è chiamata a sostenere in modo intenzionale lo sviluppo delle competenze emotive fin dalla prima infanzia” (cit.). Come già osservato da Jean Piaget, ritenuto il padre della psicologia dell’età evolutiva, i primi anni di vita di un bambino e lo sviluppo per stadi sono fondamentali. In questo riveste un ruolo essenziale la scuola dell’infanzia che non deve essere perciò sottovalutata dai genitori, dagli stessi insegnanti e dalla comunità tutta. Le nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione del 2025 lo hanno nuovamente sottolineato.

La scuola dell’infanzia si caratterizza per l’accoglienza all’inizio del ciclo scolastico, dell’anno scolastico, di ogni giornata e come modalità operativa. I bambini avvertono che c’è uno spazio, un ambiente, un luogo, una comunità, un abbraccio collettivo in cui possono arrivare così come sono e in cui si sentono a casa. Gli adulti di riferimento, dai genitori che li accompagnano alle insegnanti cui sono affidati, fanno e devono fare da cassa di risonanza alle emozioni e reazioni dei bambini.

Oltre alle emozioni, l’attività motoria e sportiva rappresenta ed è un diritto fondamentale per tutti i bambini e ragazzi, indipendentemente dalle loro abilità e inclinazioni. Il movimento favorisce lo sviluppo di competenze motorie, cognitive, emotive, relazionali e sociali, essenziali per il benessere e la crescita. Ancora oggi, però, disabilità, “bisogni educativi speciali”, stereotipi, pregiudizi, come l’espressione “mancanza di attitudine” e altre barriere limitano la partecipazione di molti scolari e studenti alle attività scolastiche ed extrascolastiche. Favorire e concertare attività motorie e sportive per bambini e ragazzi, tra scuola, associazioni locali, volontariato e altri enti, rende la comunità davvero educante e si fa veramente inclusione e prevenzione.

“Ascoltare i ragazzi, comprendere come vivono, questo è il vero tema. Educarli non alla bella vita, ma alla vita bella, ai valori e non agli agi. Reagiamo al nichilismo e alla “noia” che li svuotano” (don Antonio Coluccia, il “prete antispaccio”). Bambini e ragazzi hanno bisogno di relazioni e non di discussioni, di adulti e non di adulterazioni, di comunicazione e non di mezzi di comunicazione.

Oggi si parla continuamente di agenzie educative, in passato invece il vicinato era anche una forma di condivisione dell’educazione e della responsabilità dei piccoli, una parentela non consanguinea, un’amicizia vera, una solidarietà concreta. Esisteva una comunità educante senza che se ne avesse consapevolezza. Bisogna recuperare questa dimensione, “fare rete”, “lavorare in sinergia”, che è quella descritta nell’art. 5 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, condivisione di orientamento e di consigli da impartire ai bambini.

Quella comunità richiamata in più fonti, normative e non, dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute (1986) alle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (2025).

Anche nel 6° Piano Nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2025-2027 si legge: “Rete”, in tutte le sue accezioni, è la parola chiave di tante questioni del nostro tempo. La rete come spazio virtuale sempre più pervasivo. La rete come dimensione comu­nitaria sempre più rarefatta. La rete come intrico di lacci che può soffocare e com­primere, o al contrario come tessuto che connette, sostiene e aiuta a crescere insieme. […] visione della rete sociale come connessione comunitaria da ricostruire […]. Potenziamento della comunità educante sul territorio nazionale per la valorizzazione della socializzazione degli adolescenti”.

Fare comunità è responsabilità di tutti, è adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 Cost.)