Prendersi cura della cura

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Prendersi cura della cura

 

Abstract: L’articolo ci ricorda che ogni persona ha bisogno di cura, nella quale si esprime in maniera solidale l’umanità di ciascuno di noi

 

La dimensione della cura richiama quella della casa, della famiglia, in particolare dai tempi della famiglia romana.

Il medico Giada Lonati scrive: “Ogni gesto fatto bene, nel modo e nel tempo giusto, ha ripercussioni inimmaginabili. Per contro anche ogni gesto compiuto con incuria può avere un impatto pesante sulla vita degli altri” (nel libro “Prendersi cura”). Secondo alcuni etimologi “cura” deriva da una radice che significa “osservare, fare attenzione”: quello sguardo, quella intenzionalità di cui hanno bisogno i bambini innanzitutto in famiglia e, poi, a scuola ma che sempre più spesso mancano perché gli adulti sono presi da altro e danno inadeguatamente altro.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati illustra: “Il bambino nella mangiatoia rivela la condizione di abbandono in cui tutti siamo sin dalla nostra origine. Il destino del piccolo Gesù è già scritto ed è quello di morire sulla croce. Tuttavia questo destino mortale non cancella la necessità della cura della vita che viene al mondo, ma al contrario la potenzia. La sua fragilità manifesta che ciò che rende umana la vita è la grazia dell’attenzione che la circonda, il calore del contatto, la presenza dell’altro, il dono. Non è questa la lezione più importante della festa del Natale che nel tempo atroce e inaudito del Covid dovremmo imparare a tenere con noi prima di ogni altra cosa? La vita dell’inerme è quella di un Dio strano che richiede cura per sopravvivere. Ecco il paradosso formidabile del Natale cristiano! Il suo senso sacro insiste a ricordarci il gesto fondamentale dell’accoglienza, senza il quale la vita non diventa umana ma precipita nell’abbandono assoluto” (in un articolo del 22 dicembre 2020). Ogni bambino è un Gesù bambino che ha bisogno di essere accolto, aiutato, protetto per evitare la “strage degli innocenti” a causa dei continui conflitti, da quelli familiari a quelli bellici.

“Crescere un figlio assomiglia a un’opera d’arte, in cui l’artista fa emergere una bellezza che precede l’opera stessa. È un orizzonte in cui non si è mai acquietati, mai arrivati, in cui il cambiamento, l’imprevisto la fanno da padroni” (cit.). Ogni fanciullo ha un diritto innato alla vita e, nella misura del possibile, a conoscere i propri genitori ed essere da essi accudito (artt. 6 e 7 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). “Accudire” è un verbo significativo perché etimologicamente significa sia “respingere indietro” sia “accorrere”, “rimettere una cosa al suo posto”: quello che bisogna fare nei confronti di un figlio, ovvero essere presente, prendersene cura ma prendere anche le distanze.

I figli sono da trattare con cura come fili, in base alla loro personalità: fili d’erba, fili elettrici, fili da tessere, fili per ricamo...

La formatrice Silvia Iaccarino commenta: “Nell’attuale passaggio dalla pedagogia nera ai modelli educativi iperprotettivi, oscilliamo tra controllo e indulgenza, tra paura e gratificazione. Ma nessuno dei due estremi favorisce davvero la crescita. In questo momento di transizione, rischiamo di smarrire una bussola essenziale: la possibilità di generare un senso di sicurezza in sé, negli altri, nel mondo, per i bambini e le bambine che accompagniamo. Una sicurezza che non coincide con il controllo, né con la paura travestita da cura, ma che si costruisce nel corpo, nella relazione, nella presenza regolativa dell’adulto”. Benessere e sicurezza, quello che deve suscitare una relazione educativa e anche per questo occorre qualificazione del personale che si occupa dei bambini (art. 3 par. 3 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

Lo psicologo Simone Olianti esplica: “Se mi chiedeste qual è per me la cosa più importante per vivere una relazione d’amore o di amicizia che nutre la vita, vi direi senza indugio: esserci! Quando «ci siamo» vediamo le cose con maggior chiarezza e rispondiamo con amore autentico. Esserci totalmente in famiglia, mentre cuciniamo o annaffiamo le rose in giardino, esserci al lavoro e quando un amico ci racconta i suoi guai, esserci mentre camminiamo e ci prendiamo cura del nostro corpo”. Molte coppie o famiglie sono in crisi perché mancano le presenze essenziali, manca la presenza, l’esserci. Pur stando in casa fisicamente si è presi da altro e non dall’altro: si sta con l’auricolare anche davanti ai fornelli, davanti al computer per lavoro o per altro, si pensa al lavoro, alle proprie insoddisfazioni o frustrazioni e non si volge lo sguardo al figlio che non rimarrà quel bambino incuriosito e sorpreso da tutto e che dà un bacino senza richiesta.

“L’Intelligenza Emotiva è la competenza di vita che permette alle persone di capire meglio se stesse per poter capire meglio le altre e di interagire con esse per facilitare il raggiungimento di traguardi in tutti gli ambiti della vita, da quella personale a quella professionale” (cit.). L’intelligenza emotiva è trascurata nell’educazione in famiglia e a scuola e, poi, scaturiscono tanti problemi.

Lo psicologo e formatore Stefano Centonze, uno dei massimi esperti in materia di intelligenza emotiva, riferisce: “Da numerose ricerche emerge che il concetto di spiritualità è una componente cruciale della resilienza e del superamento delle difficoltà. Spiritualità significa riconoscere e apprezzare il fatto che siamo tutti inestricabilmente legati gli uni agli altri da una forza più grande di noi e che questo legame si fonda sull’amore, sull’accettazione, sull’accoglienza e sul senso di appartenenza. La spiritualità, in tutte le sue variegate espressioni, attribuisce senso e significato alla vita umana”. Nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si parla anche dello sviluppo spirituale del fanciullo (si veda per es. l’art. 27) che, nella realtà, è trascurato. Si dovrebbero coltivare nei bambini ispirazioni e aspirazioni perché, poi, crescendo ci si trova di fronte a ragazzi che si sentono vuoti, che non cercano di dare senso alla loro vita, che non danno senso a nulla, che non prendono impegni e non hanno progetti.

Stefano Centonze aggiunge: “[…] il 10 ottobre si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale. “Una data che ci ricorda quanto sia essenziale prenderci cura della parte più preziosa e, allo stesso tempo, più fragile di noi stessi: la nostra mente. Troppo spesso pensiamo alla salute mentale solo nei momenti di crisi, come se fosse un lusso da concederci quando “non ce la facciamo più”. Ma la verità è che, così come ci prendiamo cura del corpo ogni giorno, anche la mente ha bisogno di attenzioni costanti. Piccoli gesti quotidiani possono fare la differenza: ascoltare le nostre emozioni, accogliere i pensieri difficili, cercare spazi di autenticità e creatività. Ed è proprio qui che entrano in gioco le Arti Terapie: strumenti pratici, accessibili e potenti per ridurre lo stress, prevenire il burnout e coltivare benessere. La musica, il colore, il movimento, la scrittura – quando usati con metodo – non sono semplici attività ricreative, ma veri e propri canali di trasformazione. Aiutano a dare voce a ciò che le parole non sanno dire, a sciogliere tensioni profonde e a ritrovare fiducia in se stessi e negli altri. […] Perché la salute mentale è un diritto di tutti. E l’arte, nelle sue infinite forme, può esserne custode e alleata”. Oggi la salute mentale è sempre più minata nelle persone minori d’età e nelle persone anziane, perché quelle più soggette alla solitudine. La prevenzione e la cura della salute mentale, come di quella generale, sono compiti di tutti e non si deve trascurare alcun segnale, a cominciare dall’ingresso nella scuola dell’infanzia che svolge un compito rilevante nel percorso di crescita e sviluppo dei bambini.

Lo studioso gesuita Giovanni Cucci puntualizza: “La spontaneità non è una buona consigliera per affrontare al meglio le tematiche della vita, ma richiede di essere confrontata, educata e spesso anche messa in discussione criticamente”. La spontaneità (etimologicamente da “avere spazio, farsi innanzi, riuscire”, ciò che i bambini stanno perdendo) può essere considerata una delle life skills o componente dell’intelligenza emotiva. Educare la spontaneità dei bambini non deve significare, però, tarparla ma coltivarla, farla sviluppare in modo consapevole, averne cura proprio come si fa con i fiori spontanei, che si possono raccogliere se sono abbondanti e che si devono solo ammirare se sono rari o sparuti.

I bambini scomparsi non sono solo quelli rapiti, sottratti all’altro genitore o comunque spariti nel nulla ma anche quelli invisibili agli adulti preoccupati e occupati solo nei loro “investimenti” e “interessi” per altro (nuovo lavoro, nuova casa, nuova relazione sentimentale, nuova famiglia…), quelli dimenticati dalle autorità o da coloro che hanno responsabilità, quelli trascurati o ignorati in ogni ambiente adultocentrico, dalle scuole “prese” da programmi e progetti alle strutture “child free”.

Oltre alla cura dei figli, uno degli elementi che gravano sempre di più sulle famiglie odierne, già fragili, lacerate, isolate, è il cosiddetto “caregiving”, lavoro di cura all’interno di una famiglia nei confronti di un familiare anziano, disabile o infermo. La sociologa Sara Nanetti riporta: “[…] la sostenibilità del caregiving dipende dalla possibilità di costruire e mantenere alleanze, non solo affettive, ma anche organizzative e relazionali. In questo quadro, assume particolare rilievo tutto ciò che rende le reti attivabili e interconnesse, dall’accesso alle risorse, fino agli spazi di confronto e mutuo aiuto. È qui che l’associazionismo può diventare un dispositivo di riconoscimento, orientamento e sostegno, capace di trasformare l’esperienza individuale, talvolta maturata dentro il dolore, in una solidarietà praticabile e duratura. In questa prospettiva, sostenere i caregiver non significa soltanto “aggiungere servizi”, ma intervenire sulla struttura delle reti, rafforzando i ponti tra famiglie, terzo settore, comunità e istituzioni; poiché la cura, quando resta isolata, può consumare la persona che se ne fa carico, ma quando è condivisa e riconosciuta, anche da punto di vista istituzionale, può diventare una forma di legame che protegge sia chi assiste sia chi è assistito e, in ultima analisi, una risorsa di coesione sociale” (in un articolo del 27 gennaio 2026). Le famiglie al cui interno operano i caregiver (prevalentemente donne) hanno bisogno del sostegno delle reti di famiglie e dell’associazionismo, espressione della solidarietà di cui all’art. 2 Cost. e che, in passato, esisteva nel vicinato, tra parenti o in altre relazioni interpersonali spontanee.

La parola cura richiama cure e cuore, come si evince da una delle più significative definizioni di cura: “la cura va intesa come atteggiamento relazionale che comunica all’altro fiducia e valore (“tu per me sei importante”) e in questo risiede la sua valenza formativa” (Parte III - La centralità dei bambini - linee pedagogiche per il sistema integrato zerosei adottate con Decreto Ministeriale del 22 novembre 2021, n. 334).

La famiglia torni a essere luogo (etimologicamente, secondo alcuni, “spazio libero, aperto, luminoso”) privilegiato della cura e le istituzioni tornino a prendersi cura della famiglia