Traffico di esseri umani e tratta di persone.

Azioni di contrasto integrate tra tutela della persona ed esigenze investigative: la centralità dell’articolo 18 Decreto Legislativo 286/1998
1. Le migrazioni: corsi e ricorsi della storia. 

Se si vuole correttamente considerare il contesto globale all’interno del quale si sviluppa e si riproduce la metastasi globale del traffico di esseri umani e della tratta di persone, la premessa deve essere quella dell’oggettiva interpretazione del reale, al di fuori, dunque, da fobie di razza, di religioni, di nazionalismi, lontano dal pregiudizio per le diversità. Solo in questa ottica neutrale è possibile l’approfondimento teso ad un’analisi lucida dei fenomeni migratori sotto i molteplici punti di vista. Ed allora è indispensabile riflettere sul fatto che la storia dell’umanità è principalmente storia di migrazioni, di individui e di popoli in perenne ricerca di un territorio dove stabilirsi e dove insediare la propria speranza di vita per il futuro. In particolare, la storia dell’Europa è stata caratterizzata in ogni sua fase da enormi ondate migratorie. Anche dopo la fine del periodo delle grandi migrazioni che seguì al crollo dell’impero romano, la mappa etnica dell’Europa continuò a ricevere profonde trasformazioni in seguito alle molteplici conquiste periodiche da parte dei popoli più disparati ed in seguito ai conseguenti spostamenti migratori delle popolazioni [1]. 

Questo ricorrente aumento dei flussi migratori che si verifica in taluni periodi storici e che può essere inteso come una temibile invasione oppure come una opportunità storica positiva, a seconda dell’angolo visuale che si adotta, è la conseguenza di un continuo esodo di popolazioni. Nei tempi moderni ed in particolare nel secolo scorso, fino ad un certo momento i flussi migratori sono stati repressi da regimi autoritari oppure da oggettive difficoltà di movimento.

Ad oggi, invece, sia per la caduta di quei regimi totalitari (come nel caso dei popoli dell’Europa dell’est), sia per le più agevoli possibilità di spostamento, anche dovute ai repentini progressi tecnologici, i flussi migratori hanno conosciuto una notevole crescita esponenziale. All’inizio dello scorso secolo le migrazioni seguivano la direzione dall’Europa alle Americhe; poi verso la metà del secolo scorso, la migrazione dall’Europa si spinse anche in Africa ed in Australia.

Nei nostri giorni e da circa 15 anni, l’Europa è destinataria di notevoli ondate migratorie provenienti dall’est europeo, dall’Asia e dall’Africa (ma anche l’America settentrionale è obiettivo dei migranti africani ed asiatici). Nel continente europeo questa enorme flusso migratorio ha indotto gli Stati ad elaborare specifiche strategie di approccio nei confronti di un fenomeno che ha colto di sorpresa, quanto meno per le sue enormi dimensioni. La gestione dei flussi migratori, che è conseguenza della profonda trasformazione globale e culturale che investe le società occidentali, non è solo finalizzata a governare le dinamiche del fenomeno, ma principalmente è diretta ad individuare e comprendere le cause stesse del problema. E’ ragionevole ritenere che l’esodo talvolta drammatico degli immigrati abbia ragion d’essere fondamentalmente nello squilibrio tra due sistemi contrapposti: la ricchezza dei Paesi occidentali e l’estrema povertà dei paesi sottosviluppati. L’immigrazione è stata interpretata anche come il paradosso di un capitalismo post moderno che genera nuovi poveri, ma che, al contempo, ne ha bisogno per garantire il funzionamento del sistema economico dei Paesi ricchi. Infatti, sul versante economico i flussi migratori sono determinati da alcune cause, anche interdipendenti: lo stato di povertà o di insicurezza, dovuto a perduranti guerre, in cui vivono gli immigrati nel loro Paese d’origine; il calo demografico che si registra nei Paesi ricchi; il risparmio che si ricava con l’impiego di manodopera straniera, disponibile a svolgere determinati lavori che i locali non svolgono più ed a salari nettamente più bassi. Il governo dei fenomeni sociali richiede analisi realistiche e opzioni politiche lungimiranti. Non sfugge alla regola l’immigrazione che va affrontata per quel che veramente rappresenta e deve essere gestita in una prospettiva di profonde trasformazioni globali. In verità, i fenomeni migratori presentano ovunque un incremento quantitativo e con esso rilevanti novità qualitative. Le tradizionali classificazioni (migrazioni economiche e politiche, volontarie e involontarie, etc.) rivelano una crescente inadeguatezza; allo stesso modo, diventa ogni giorno più esile la distinzione tra immigrazione tout court, rifugio umanitario e asilo, fenomeni tutti rappresentati nei flussi eterogenei di disperati che sfidano il mare su gommoni o "carrette" per raggiungere le coste siciliane (oggi) piuttosto che quelle calabresi o pugliesi (negli anni appena passati) oppure che premono sui confini terrestri da est. Proprio la vicenda relativa all’asilo è emblematica, poiché si tratta di un istituto che, nel corso della storia, si è trasformato da privilegio di tipo ecclesiastico a prerogativa del sovrano assoluto e poi, a diritto del perseguitato politico, per divenire, infine, un fatto generalizzato [2].

A seguito delle trasformazioni avvenute tra le due guerre mondiali, è emersa sulla scena internazionale anche la figura del rifugiato, da intendersi, in base alle convenzioni internazionali, come la persona che fugge dal suo paese con il fondato motivo di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, fede politica o appartenenza ad un gruppo sociale. La ratio dell’asilo politico e del rifugio umanitario mantiene tutta la sua validità anche oggi. Tuttavia, al contempo, le esigenze di contrasto del terrorismo internazionale e delle forme di criminalità transnazionale hanno accelerato la crisi dell’istituto dell’asilo individuale, mentre le fughe di massa dalle guerre, le persecuzioni etniche e religiose, le carestie o le condizioni di sottosviluppo estreme hanno reso l’emigrazione per libera scelta dell’individuo minoritaria. Ai fenomeni strutturali si affiancano poi quelli indotti dai sistemi legislativi. E’ un dato di fatto che le politiche di freno all’immigrazione spesso hanno avuto come effetto automatico l’aumento a dismisura delle richieste di rifugio o comunque, a fronte delle dimensioni globali del fenomeno, singole politiche restrittive di stati nazionali non raccordate in un orientamento univoco della comunità internazionale non soltanto non hanno raggiunto gli scopi prefissati, ma determinano (o rischiano di determinare) un aumento del fenomeno in termini di clandestinità e di sfruttamento dei migranti.

1.1. Globalizzazione e migrazioni.

Se le migrazioni rappresentano un ricorso storico [3], quelle dei nostri anni sono caratterizzate dall’età in cui avvengono, vale a dire l’età della globalizzazione. In questo senso può apparire una banalità, ma in effetti è una fotografia impeccabile della realtà l’osservazione secondo cui se le opportunità globali non si muovono verso la gente, allora sarà inevitabilmente la gente a muoversi verso le opportunità globali [4].

Oltre alle altre motivazioni sinteticamente accennate in precedenza, le migrazioni dell’età della globalizzazione trovano fondamento nella sperequazione delle risorse e delle aspettative di vita tra due blocchi mondiali. I mezzi di comunicazione di massa, oltre alla facilitazione delle comunicazioni interpersonali, hanno diffuso tra miliardi di persone una quantità immensa di informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro esistenti nel mondo. Alla fine del secondo millennio i popoli del sud (e dell’est) della terra hanno appreso che al nord (e all’ovest) di essa le condizioni e le aspettative di vita sono notevolmente migliori. Di conseguenza, il mondo-mercato è divenuto un enorme insieme di gruppi di riferimento[5], da cui scaturisce la pretesa dei popoli svantaggiati, conosciute le condizioni di miglior trattamento dei popoli ricchi, di ricevere un pari trattamento o di godere di analoghe aspettative di vita. Dunque, la globalizzazione dei gruppi di riferimento ha attivato enormi flussi migratori, dapprima in direzione sud-nord e subito dopo in direzione est-ovest, fino a confondere ormai le direttrici di spostamento (si pensi all’ingente provenienza in Italia, sopratutto via Spagna, di immigrati irregolari dall’America Latina). Ad un effetto positivo conseguente al fatto che gli immigrati giunti nei paesi ricchi sono disponibili a svolgere lavori non più ambiti dai lavoratori locali, si aggiunge l’effetto negativo conseguente al fatto che, sussistendo nei paesi ricchi un elevato grado di disoccupazione dovuto a diverse cause (si pensi ad esempio all’automazione delle produzioni) i lavoratori immigrati si pongono in concorrenza con quelli delle nazioni di arrivo. Ciò è fonte di tensioni facilmente riscontrabili. Ed è proprio in queste tensioni (ma non solo) che germogliano le convinzioni, diffuse tanto quanto errate, che accostano al fenomeno migratorio un sicuro aumento della criminalità ovvero che associano alla figura dell’immigrato quella del soggetto disponibile o incline al reato [6].  

2. La schiavitù moderna.

Il fenomeno della tratta di persone è a tutti gli effetti una forma di schiavitù moderna [7].

Rispetto alla schiavitù cosiddetta storica, la nuova schiavitù presenta caratteristiche radicalmente differenti: principalmente la schiavitù oggi è illegale, mentre un tempo era lecita e tollerata; inoltre, l’attuale dissenso della popolazione rispetto al verificarsi del fenomeno, un tempo invece, ritenuto componente esenziale dello sviluppo di una società. Un dato comune alle due forme di schiavitù, tuttavia, è l’essenziale carattere economico del fenomeno. Oggi il commercio della merce persona ai fini di sfruttamento costituisce un mercato illegale che rende alle organizzazioni criminali, diversi miliardi di dollari l’anno, inferiore soltanto al traffico di stupefacenti e di armi [8].

A differenza della schiavitù storica, che si basava quasi esclusivamente su esigenze di lavoro servile, la schiavitù moderna nasce e si sviluppa su una domanda e un’offerta praticamente inesauribili: da un parte, infatti, la merce persona è una risorsa di cui non mancherà la disponibilità, dall’altra le spinte che costituiscono il volano di questo mercato possiedono una forza e un potere che difficilmente diminuiranno nel tempo, anzi esistono indicatori che lasciano ritenere il contrario. Se il principale obiettivo, infatti, è quello dell’appagamento economico dei trafficanti, vi sono anche ulteriori fattori che alimentano il commercio di esseri umani, tra cui si annovera la domanda di prestazioni sessuali, lo sfruttamento del lavoro nero ovvero di manodopera più disponibile, meno costosa e meno garantita.

In linea con quanto brevemente accennato in precedenza, le zone di reclutamento dei nuovi schiavi sono costituite dai Paesi poveri, soprattutto quelli che hanno subito un crollo rapido e inatteso delle condizioni di vita, in seguito, di norma, a un mutamento di regime o all’incertezza politica ed economica conseguente a profonde trasformazioni politiche e sociali o al coinvolgimento in una guerra. Questa visione delle cose fa emergere l’altra faccia dell’immigrazione, vale a dire quella che si identifica non già nell’equazione tra immigrato clandestino e criminale [9], ma nella più fondata assimilazione tra immigrato e vittima di gravissimi reati. Da questo punto di vista, sarebbe più opportuno di parlare di traffico o tratta di merce umana, intendendo proprio l’uomo come entità svuotata della propria personalità e della propria sfera di diritti [10].

Dal punto di vista del trafficante, la principale caratteristica che differenzia la persona oggetto di tratta, dalle altre merci oggetto di traffici illeciti, quali ad esempio le armi, la droga, le sigarette, è il fatto che la merce persona è dotata di volontà e di parola e quindi, da controllare attraverso la violenza, l’inganno, il ricatto. Il corpo umano viene sfruttato con intensità ancora maggiore rispetto alla schiavitù storica. Oltre che a fini sessuali, talvolta il corpo umano è usato per finalità ancora più aberranti, come nel caso in cui parti del corpo siano prelevate, senza il permesso della persona interessata, oppure con un consenso estorto, o con il ricorso a metodi violenti, per essere utilizzate ed impiegate nel commercio di organi. Dunque, se il commercio di esseri umani è una forma di turpe mercato che richiama vecchie pratiche della storia, nelle sue caratteristiche e per le sue peculiarità il traffico di migranti e la tratta di persone (secondo l’accezione mutuata dalla Convenzione internazionale delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, aperta alla firma a Palermo dal 12 al 15 dicembre 2000, nonché dai Protocolli Addizionali contro la tratta di persone e contro il traffico di migranti) [11] costituiscono fenomeni nuovi, con caratteristiche ancora, in parte, non del tutto riconosciute e riconoscibili, in costante progressione e che hanno raggiunto dimensioni enormi e preoccupanti. Non esistono ancora, nonostante la grande attenzione che negli ultimi anni il fenomeno ha suscitato, sufficienti fonti che riescano a individuare con precisione i dati internazionali riguardanti la tratta, né per quanto concerne la dimensione numerica del fenomeno, né rispetto alle modalità utilizzate dalle organizzazioni criminali nella prassi. Questa difficoltà è dovuta alla principale caratteristica della tratta che si traduce nella sua continua mutevolezza: in tempi rapidi cambiano i soggetti, i flussi, i mezzi, le destinazioni. Al mutare delle legislazioni preventive e repressive degli Stati nei quali si svolge la tratta, il mercato delle persone si adatta con una flessibilità sorprendente. Per questo motivo sono essenziali, ai fini di una funzionale repressione del fenomeno, una ricerca e un’attenzione continue alla sua evoluzione, e soprattutto l’utilizzo di strumenti normativi capaci, da una parte, di affrontare la tratta nonostante i suoi repentini cambiamenti e, dall’altra, dotati di validità in tutto il territorio in cui operano le organizzazioni criminali.

I Protocolli Addizionali delle Nazioni Unite [12], allegati alla Convenzione di Palermo, sembrano possedere queste caratteristiche sia in relazione al fenomeno del traffico di migranti, sia in merito alla tratta di persone, in quanto nell’individuare le figure del trafficking in persons e dello smuggling of migrants, si basa su una definizione delle fattispecie precisa e nello stesso tempo ampia (e quindi flessibile); ma soprattutto, tali definizioni dovrebbero avere la prerogativa di essere universalmente riconosciute e di costituire la base permanente per l’esatto studio del fenomeno e per la pianificazione di coordinate ed integrate azioni di contrasto.

3. I fenomeni migratori: occasione di profitto della criminalità organizzata.

Per varie ragioni, anch’esse note, i paesi di destinazione dei flussi migratori hanno posto in essere politiche di contenimento degli immigrati. In molti di questi stati sono cresciute e sono via via diventate particolarmente robuste le concezioni di base che considerano l’immigrato come una minaccia alla sicurezza interna (fenomeno, questo, che è esploso in tutti i paesi europei inducendo effetti di generalizzata insicurezza urbana) e non invece come una risorsa sia sul piano economico che su quello culturale. Non sempre c’è stata la necessaria distinzione tra immigrazione e criminalità che, d’altra parte, ha sempre accompagnato tutti i fenomeni migratori in ogni epoca storica. Senza entrare nel merito delle politiche adottate dai singoli paesi sul terreno del governo dell’immigrazione, è certo che le scelte di contenimento hanno contribuito a che la criminalità organizzata decidesse di investire risorse sempre più ingenti nella gestione illegale dei flussi migratori [13]. Al divieto di ingresso regolare oltre un determinato numero prefissato è subito corrisposta la proposta di superare l’ostacolo frapposto. La criminalità organizzata a livello internazionale, anzi transnazionale, si è posta come un’azienda o meglio, come una società di servizi in grado, verso adeguata retribuzione, di garantire il viaggio per l’Italia o per un altro paese europeo. La criminalità organizzata si è proposta non solo di offrire un servizio, ma è divenuta protagonista di un ruolo paradossale di dispensatrice di speranze, perchè si è autoreferenziata come lo strumento principale, indispensabile, per realizzare un sogno, quello di raggiungere un paese che, agli occhi del migrante, rappresenta un investimento di vita per il futuro. In tal modo chi offriva (ed offre) questo servizio illegale acquisiva meriti e creava consenso. Inevitabilmente, in virtù di questa scelta strategica la criminalità organizzata ha subito una profonda trasformazione diventando non più soltanto una criminalità locale, ma assumendo sempre di più i caratteri di organizzazione criminale transnazionale dal momento che, in ragione del servizio offerto, è obbligata a valicare i confini nazionali per attraversare clandestinamente ed illegalmente i confini di un altro Stato o di più Stati.

Come sopra ricordato, il traffico delle persone risponde a un bisogno elementare: quello di emigrare, di cercare di migliorare le propria esistenza andando a lavorare fuori e lontano dal proprio Paese, lasciandosi alle spalle le situazioni di sofferenza. Quindi, la motivazione principale è la domanda di emigrazione avanzata da chi vuole emigrare e che è soddisfatta, dietro compenso, da un soggetto criminale organizzato che garantisce al richiedente un ingresso per vie illegali in Italia o nel paese di destinazione prescelto dal migrante. Nel particolare comparto del traffico degli esseri umani, il soggetto criminale svolge una funzione assimilabile a quella di una buona agenzia di viaggi, di un efficiente tour operator, che assicura l’arrivo nel posto pattuito disinteressandosi completamente del futuro della persona trasportata. E’ fondamentalmente un rapporto tra il migrante che chiede e il criminale che offre un servizio illegale dietro adeguato compenso; in sostanza, uno scambio adeguatamente retribuito che avviene su una base illegale.

A queste modalità si è affiancata un’altra attività, quella della tratta degli esseri umani. Tra traffico e tratta esistono differenze significative, anche se nel linguaggio comune spesso si tende a confondere. Tuttavia, occorre precisare che i confini sono labili e che di frequente episodi di traffico, in itinere divengono casi di tratta. Infatti, i due mercati, sempre contigui, tendono spesso a confondersi. Talvolta infatti le organizzazioni ed i singoli imprenditori svolgono entrambe le attività, e spesso le vie di trasporto internazionale coincidono, in tutto o in parte (l’Albania, ad esempio, è stata una stazione di raccolta di gran parte dei migranti dell’Est europeo e dell’Asia indipendentemente dal loro ruolo, di vittime del traffico a fini di sfruttamento o di semplici acquirenti del servizio di trasporto illegale in altro Stato, da loro richiesto). Inoltre, accade frequentemente che la persona trasportata, inizialmente richiedente il servizio di ingresso migratorio illegale in uno Stato, divenga in un momento successivo vittima di tratta.

E’ stato rilevato, infatti, che, in molti casi la persona si rivolge spontaneamente agli esponenti delle organizzazioni che gestiscono il servizio migratorio illegale per essere condotta in altro Stato e solo in seguito, durante le fasi del viaggio, la condotta del trasportatore si modifica, subentra la coercizione e intervengono la finalità di sfruttamento e le altre manifestazioni di prevaricazione (minacce, violenze o si svela l’inganno originario).

Il traffico si articola in un certo periodo di tempo e riguarda il territorio di più Stati; pertanto, è frequente che alcuni elementi obiettivi si manifestino in uno Stato diverso da quello in cui la persona ha iniziato il viaggio; e può accadere che proprio a seguito del manifestarsi di tali elementi si possa configurare un’ipotesi di trafficking, piuttosto che di semplice smuggling: ciò comporta la necessità di conoscere e valutare tutte le fasi in cui si è articolata la condotta per poterla identificare e qualificare giuridicamente in maniera corretta. Inoltre, si è registrato che i due fenomeni vengono confusi anche nella percezione dell’opinione pubblica che, almeno nel nostro Paese, difficilmente distingue la figura della persona trafficata da quella dell’immigrato irregolare e difficilmente attribuisce alla prima il ruolo di vittima [14].

Deve divenire patrimonio conoscitivo diffuso, tanto nell’opinione pubblica, quanto negli stessi operatori, la fallacia della distinzione tra vittime innocenti e vittime colpevoli. Il problema è particolarmente visibile in relazione alla tratta per scopi di prostituzione forzata o di altre forme di sfruttamento sessuale, ma è attinente a tutti i migranti irregolari trafficati.

Questa distinzione rilevabile nella prassi presuppone che le vittime colpevoli non siano meritevoli di protezione contro il lavoro forzato, la schiavitù o condizioni analoghe, visto che gli abusi a cui sono sottoposte sono ritenute essere una conseguenza di una loro presunta colpa. Secondo questo approccio le vittime autentiche sono quelle capaci di provare di essere state forzate a diventare prostitute, mentre le vittime colpevoli sono coloro che erano già coinvolte nella prostituzione prima di essere trafficate, supponendo che esse sarebbero o sono consenzienti a svolgere questa attività anche in condizioni non coercitive. Secondo tale interpretazione, l’elemento di coercizione è erroneamente considerato in relazione alla volontà o meno della persona di svolgere attività Di prostituzione e non invece alle condizioni coercitive o schiavistiche alle quali può essere assoggettata in un secondo tempo. La conseguenza diretta di questa distinzione può consistere nel paradosso che anziché essere il responsabile ad essere perseguito, preliminarmente è la vittima a dover provare la sua innocenza, colpevolizzata per la sua presunta immoralità [15].

4. Peculiarità aggressive della tratta di persone.

In linea generale, a differenza del traffico di migranti, la tratta è caratterizzata da un impegno più pervasivo del soggetto criminale che sfrutta, utilizzando lo strumento della violenza, fisica e psicologica, in modo particolare donne e bambini.  

Nella tratta l’attività del soggetto criminale è molteplice e si esplica in più fasi. La prima fase è quella necessaria del reclutamento delle persone attraverso varie modalità che vanno dal sequestro di persona, al rapimento, all’inganno, all’indebitamento; la seconda fase è quella della gestione delle persone prescelte che parte dal momento del reclutamento e prosegue fino al completamento di tutte le fasi di attraversamento delle frontiere che possono essere numerose (si pensi ai tanti immigrati cinesi); la terza ed ultima fase è quella relativa allo sfruttamento intensivo delle persone trasportate nel paese di destinazione. Il dato temporale costituisce un’altra delle diversità che differenziano e distinguono traffico e tratta; mentre nel traffico il rapporto tra il migrante e il soggetto criminale si esaurisce generalmente nel tempo necessario a compiere il trasporto, nella tratta il rapporto non ha una durata prestabilita e solitamente tende ad essere lungo come nel caso dell’indebitamento, quando il rapporto si esaurisce in seguito alla restituzione del debito, o addirittura a tempo indeterminato come nei casi di rapimento o di inganno.

A questo proposito, si potrebbe tentare un ardito accostamento (solo simbolico ed espressivo del legame perverso tra sfruttatore e sfruttato) tra la tratta e l’usura. In entrambi i casi la richiesta proviene dalla vittima, la quale richiede al trafficante il trasporto in altro Paese e all’usuraio il prestito di denaro. In entrambi i casi la richiesta è finalizzata ad ottenere un servizio (trasporto e erogazione di denaro) apparentemente strumentale al miglioramento delle proprie condizioni di vita ovvero all’acquisizione di una speranza per il futuro. In ogni caso, dal momento dell’accordo tra domanda ed offerta si crea un rapporto perverso con colui che inizialmente viene visto (proprio in ragione di questa mal riposta gratitudine, conseguenza della falsa speranza acquisita) come un benefattore, mentre successivamente si rivela come un aguzzino senza scrupoli [16]. Infine, in entrambi i casi finalità ultima dello sfruttatore sarà quella di prolungare al massimo il rapporto con la vittima, allo scopo di ottimizzare i vantaggi da essa ricavabili. E’ ovvio che le differenze tra le due figure delittuose sono enormi, ma l’analogia appare convincente dal punto di vista del legame perverso e temporalmente prolungato che si instaura tra sfruttatore e vittima.

Detto questo, la distinzione tra traffico e tratta è importante per conoscere bene fenomeni che, pur avendo delle apparenti somiglianze sono tra di loro profondamente diversi; è fondamentale per la prassi da seguire da parte degli organi investigativi nazionali ed internazionali preposti alla repressione dei reati; è indispensabile per la sempre più attenta creazione di strumenti normativi di diritto interno ed internazionale in grado di sanzionare efficacemente le condotte criminali. Occorre tener presente che un ulteriore elemento distintivo tra trafficanti e schiavisti è quello della preoccupazione del buon fine della loro merce, vale a dire della cura che essa arrivi integra a destinazione. Infatti, non mancano coloro che, una volta incassato il compenso del viaggio, mandano allo sbaraglio i trafficati costringendoli a intraprendere viaggi pieni di rischi come di frequente è accaduto tra le coste africane e quelle italiane [17].  

Ai tradizionali mercati criminali (armi, droga, contrabbando di tabacchi) si sono aggiunti nuovi settori caratterizzati in modo preminente dallo scambio di una merce del tutto particolare, quella umana, spesso soggiogata in condizioni assimilabili a quella della schiavitù [18]. Generalmente le organizzazioni che gestiscono questo mercato hanno tutte le caratteristiche del modo di operare delle organizzazioni mafiose, a cominciare dall’uso spregiudicato e permanente della violenza in danno di donne e di bambini. Sul piano internazionale è diffusa l’idea di definire queste organizzazioni con il termine più illuminante di nuove mafie [19]. Il panorama criminale internazionale si è così arricchito di nuove, più aggressive presenze organizzate, provenienti da paesi nei quali una simile attività era assente oppure marginale. Nel corso degli anni si è andata progressivamente rafforzando la collaborazione tra mafie straniere ed italiane, con precise caratteristiche: da un lato si è registrato uno scambio di servizi, dall’altro lato si è realizzata una gestione comune degli affari più lucrosi. In cambio della tolleranza o di appoggi logistici le mafie nostrane hanno ricevuto vantaggi relativi ad altro tipo di traffici illeciti all’estero. In questo contesto, le grandi organizzazioni mafiose straniere, le quali hanno investito parte delle risorse criminali precedentemente accumulate con il traffico delle armi, della droga e del contrabbando, hanno realizzato un network transnazionale in grado di agire in più Paesi e di spostare persone. La transnazionalità [20] di queste organizzazioni risiede nella capacità di lavorare in rete creando nei singoli Paesi, di transito e di destinazione, strutture snelle e specializzate, mentre i vertici delle organizzazioni stesse si trovano altrove, ben protetti nei Paesi d’origine [21].  

La transnazionalità ha prodotto notevoli effetti di interscambio tra le maggiori organizzazioni criminali e mafiose operanti a livello internazionale. Si sono creati dei raggruppamenti misti formati da criminali appartenenti a diverse nazionalità. Si sono rafforzati gruppi criminali locali di medio livello dopo essere entrati in contatto con strutture criminali e mafiose più efficienti e più potenti. La struttura organizzativa complessiva che raggruppa i criminali che operano nel settore può essere definita come un sistema criminale integrato all’interno del quale possiamo distinguere tre diversi livelli.

Al primo livello operano le cosiddette organizzazioni etniche, che si occupano di pianificare e gestire lo spostamento dal Paese di origine al Paese di destinazione della "merce umana". In una perfetta logica di imprenditorialità i capi di queste organizzazioni non vengono in contatto con le persone trafficate poichè si occupano esclusivamente di gestire i capitali, finanziare i costi della migrazione, rapportarsi con i fornitori dei servizi strumentali e intrattenere le relazioni di tipo corruttivo.

Al secondo livello è possibile collocare le organizzazioni che operano nei territori sensibili, situati cioè nelle zone di confine tra i diversi Paesi di passaggio o di destinazione. Ad esse le organizzazioni etniche affidano compiti operativi, tra cui fornire documenti falsi, corrompere i funzionari addetti al controllo transfrontaliero, scegliere le rotte e le modalità di trasporto, ospitare i clandestini in attesa del trasferimento. Il terzo livello, infine, è costituito da organizzazioni minori operanti nelle zone di transito e in quelle di confine. Esse rispondono alle richieste delle organizzazioni di livello intermedio, ma anche alle autonome iniziative di singoli migranti o di piccoli gruppi. Queste organizzazioni si occupano materialmente di ricevere e smistare i clandestini, di curarne il passaggio attraverso i luoghi di confine e di consegnare i trafficati agli emissari finali.

5. Le cause del traffico e i soggetti coinvolti

L’espressione tratta delle persone indica il fenomeno criminale consistente nel reclutamento, trasporto e successivo sfruttamento a fine di lucro di esseri umani.

La tratta deve essere considerata, quindi, come una specificazione della più ampia fattispecie del traffico di esseri umani che comprende ulteriori e differenti aspetti non propriamente rientranti nella tratta di persone, ma ad essa legati. Per questi motivi nel descrivere il fenomeno in questione è imprescindibile inoltrarsi anche nell’esposizione degli aspetti riguardanti il traffico di esseri umani in genere nelle diverse fasi del reclutamento, del trasporto e dello sfruttamento.

Muovendo dalle esigenze a cui si è fatto cenno in precedenza, è possibile delineare le tipologie di vittime coinvolte nel traffico di esseri umani. Le vittime del traffico possono essere persone in fuga dal sottosviluppo e in ricerca del lavoro, in cui aspirazione economica e sociale e disagio politico confluiscono, oppure persone, spesso donne e bambini, rapite o attirate con promesse di lavoro dalle organizzazioni criminali, o ancora persone in fuga dalla persecuzione, dalla violenza, dalla guerra. Per un corretto approccio all’analisi del fenomeno, è bene valutare quali siano le ragioni che generano questo spostamento di massa, talvolta comprendente intere popolazioni, ragioni strettamente legate all’andamento politico, economico e climatico dei Paesi coinvolti. Le cause da cui scaturisce il traffico di esseri umani sono riconducibili a due categorie: i push factors (fattori di espulsione) che spingono a far ricorso al traffico e i pull factors (fattori di attrazione) che rendono attraente la meta occidentale.

Tra i primi, innanzitutto, compare la situazione economica di povertà. In particolar modo nei Paesi del c.d. Terzo Mondo le condizioni di vita delle persone sono a livelli bassissimi: questo fattore unito ad una crescita demografica incontrollata e all’impoverimento di interi settori sociali causato dalla liberalizzazione economica, ha fatto crescere esponenzialmente l’offerta di potenziali schiavi e nel contempo ne ha abbassato il prezzo. Nelle realtà di questi Paesi (ma anche dei Paesi dell’Est europeo dopo il crollo dei regimi autoritari) si è affermato un nuovo modello economico che ha smantellato le precedenti protezioni sociali seppure minime ed elementari, portando a fallimento i sistemi di protezione sociale e causando inevitabilmente un ulteriore impoverimento nella popolazione. Inoltre, a ciò si aggiunge la presenza di guerre tra Stati o di guerre civili, magari aggravate da conflitti etnici o religiosi, con conseguenze discriminatorie di una parte della popolazione. Relativamente alla tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale si può considerare concausa del fenomeno l’ineguaglianza socio-economica delle donne nei loro Paesi d’origine.

Tutte queste situazioni spingono da una parte le persone a migrare, dall’altra formano per i trafficanti un enorme bacino di raccolta di schiavi. I pull factors fungono, invece, da spinta per le persone a fare ricorso alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico, affinché permettano loro di giungere nei Paesi occidentali. In essi le persone, abbagliate dal miraggio di una esistenza scintillante, individuano le condizioni adatte per rifarsi una vita. Inoltre negli Stati occidentali i migranti possono trovare assistenza sociale globale, sistemi di governo democratici, stabilità politica e sociale. Paradossalmente la spinta a migrare proviene anche dagli stessi Paesi ricchi nei quali le persone che ci vivono non sono più disposte ad esercitare lavori particolarmente rischiosi o per i quali è indispensabile molta forza fisica.

Con particolare riferimento alla tratta degli esseri umani [22], dall’esame soggettivo del fenomeno si rileva come essa sia basata principalmente sullo sfruttamento di minori e di donne. I minori sono impiegati il più delle volte, nell’accattonaggio. Altre volte, invece, viene prescelto il mercato della pedofilia o della pornografia infantile. Il sesso commerciale è l’altro grande ambito che viene totalmente occupato dalle donne. La tratta delle donne ha introdotto profondi cambiamenti nel mondo della prostituzione, sia in quella visibile che si esercita per strada sia in quella invisibile che si esercita nei locali chiusi, in appartamenti o in locali notturni, negli alberghi, nelle finte sale di massaggi.

Gli anni Ottanta avevano visto la prevalenza delle prostitute italiane e delle latinoamericane, ma gli anni Novanta, che si caratterizzano per l’esplosione dei flussi migratori (e della tratta) hanno visto la ritirata delle italiane nei luoghi chiusi e la presenza sulla strada delle donne africane, delle donne dell’Est provenienti dapprima dai paesi più vicini, poi dagli stati appartenenti all’ex Unione Sovietica, fino alle attuali Repubbliche caucasiche o alle Repubbliche dell’Asia centrale.

Negli ultimi anni si assiste al sempre più frequente aumento di luoghi di prostituzione al chiuso, dove le donne dell’est hanno aumentato notevolmente le loro presenze. Le vittime della tratta di esseri umani spesso sono giovani senza prospettive nei luoghi di origine, attirate da false promesse di un lavoro ben remunerato all’estero. In molti casi non conoscono nè la vera natura della futura occupazione, né le condizioni di vita che verranno loro imposte. In altri casi si trasferiscono all’estero attratte da facili guadagni e da migliori prospettive di vita, più o meno consapevoli del tipo di lavoro che dovranno compiere una volta giunte a destinazione.

Uno dei sistemi a cui spesso ricorrono le organizzazione criminali per il reclutamento di molte vittime della tratta, in particolare minorenni, è il sequestro. Una volta giunti nei paesi di destinazione, la maggior parte dei migranti-vittime, sono sprovvisti di documenti di identità, di risorse finanziarie, di punti di riferimento e non conoscono la lingua. Sono quindi estremamente vulnerabili, dipendono totalmente dai loro aguzzini e sono sottoposti ad ogni tipo di violenza e abuso; non nutrono fiducia alcuna nel confronti delle istituzioni perché spesso nei loro paesi di origine esiste una diffusa corruzione; temono ritorsioni nei riguardi dei loro familiari rimasti in patria [23]. Generalmente le vittime sono costrette a prostituirsi e a versare tutti i loro guadagni a coloro che le sfruttano.

Tuttavia questa pratica assume caratteri diversi a seconda delle origini e dei migranti e dei trafficanti. I criminali originari dell’Europa centro orientale obbligano le loro vittime a prostituirsi ricorrendo alla violenza o alle minacce e quando non lavorano sono segregate in casa. Invece le giovani donne africane, in particolare nigeriane, non subiscono mai uno stretto controllo in virtù di pregressi accordi con i criminali, accompagnati dai riti voodoo. Esse, temendo le conseguenze negative di tali riti su di loro e sulle loro famiglie, sono costrette a concedersi, principalmente per strada.

Un’altra forma nascosta di asservimento è costituita dalla schiavitù domestica. Un consistente numero di donne, bambini e uomini lavora in condizioni di sfruttamento, contrariamente agli standard normativi ed alle esigenze di rispetto della dignità umana. Il pesante sfruttamento lavorativo è una condizione che contraddistingue, in particolar modo, i cittadini asiatici. Tra di essi è particolarmente preoccupante, per i diversi profili di illegalità connessi, lo sfruttamento dei cittadini cinesi nel mondo del lavoro nero e sommerso. Accade, comunque, di frequente che le vittime di tratta dedite alla prostituzione (così come le vittime sfruttate in diversi ambiti) siano consapevoli del tipo di lavoro che devono compiere, anche se non conoscevano le precise condizioni alle quali dovevano attenersi. Occorre sottolineare con fermezza che la conoscenza preventiva delle attività compiute nel Paese di destinazione non costituisce in alcun modo un elemento significativo per stabilire se il migrante sia vittima di traffico e di tratta. L’interprete del fenomeno, qualunque sia l’angolo di visuale adottato, deve essere preliminarmente consapevole del fatto che traffico e tratta sono fenomeni che intaccano la persona umana e la sua dimensione di diritti fondamentali, a nulla rilevando la disponibilità del migrante a compiere lavori turpi o degradati, poiché tale scelta, quasi sempre, è dettata soltanto dalla speranza di poter avere una congrua aspettativa di vita, impossibile nel Paese di origine per le più disparate contingenze (guerre, persecuzioni, povertà, sottosviluppo, etc.).

6. Il contrasto al fenomeno; le linee guida delle fonti normative sovranazionali

Le caratteristiche del traffico di persone e la sua transnazionalità rendono oltremodo difficile la conoscenza stessa del fenomeno ed ancor più le possibilità di una sua prevenzione e repressione per le difficoltà di coordinamento [24] tra i diversi Stati, per le difformità delle rispettive normative sanzionatorie e degli strumenti investigativi, e per la valutazione di liceità delle condotte di traffico (o, comunque, per una sorta di sostanziale disinteresse alla loro punizione) da parte di molti Stati. La distinzione ormai diffusamente utilizzata, fra trafficking in persons (per la tratta di persone in condizioni di assoggettamento e con finalità di sfruttamento) e smuggling of migrants (in senso letterale contrabbando di migranti, per gli altri casi) che, anche per la sinteticità dei termini, consente di individuare subito e definire con maggior precisione le due articolazioni del fenomeno.

Ad oggi, tuttavia, i passi da compiere sono ancora molti. Quasi la metà degli Stati che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale di Palermo, non ha purtroppo sottoscritto i due Protocolli addizionali, quello per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, e quello per combattere il traffico di migranti, via mare e via aria. I due Protocolli rappresentano il punto d’arrivo normativo, di un lungo percorso intrapreso nel secolo scorso dalla Comunità internazionale, al fine di contrastare il fenomeno del traffico di esseri umani.

L’articolo 3 del Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite del dicembre 2000 per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, definisce tratta di persone il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi.  

L’omologo articolo 3 del Protocollo addizionale per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria indica con il termine traffico di migranti il procurare, al fine di ricavare, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o materiale, l’ingresso illegale di una persona in uno Stato di cui la persona non è cittadina o residente permanente e qualifica ingresso illegale il varcare i confini senza soddisfare i requisiti necessari per l’ingresso legale nello Stato di accoglienza. Considerata l’elasticità più volte sottolineata, con cui occorre operare la distinzione tra le due forme di movimento transnazionale dei migranti, appare chiaro quanto sia complesso adottare una strategia efficace, sia in chiave preventiva, sia in chiave repressiva. E’ probabilmente molto più agevole rilevare cosa non debba essere fatto, tanto a livello internazionale, quanto interno. Certamente non può esistere contrasto ai fenomeni di smuggling e di trafficking senza una cooperazione internazionale nei diversi ambiti di riferimento (giuridico, sociale, culturale, economico, etc.). Evidentemente, quindi, le normative interne non possono far altro che seguire la medesima direzione tracciata in campo sovranazionale. Occorre, poi, considerare che la visione di intervento deve essere integrata, vale a dire consapevole di tutte le diverse implicazioni tematiche e problematiche [25].

Ad esempio, non può avere utilità determinante l’adozione di azioni repressive di contrasto se non debitamente accompagnate da altre misure che abbiano presente la natura globale e multidisciplinare del fenomeno. In modo sintetico, ma onnicomprensivo, si può affermare che l’intera rete integrata di intervento deve recare quale fulcro centrale di ispirazione la tutela dei diritti, non solo quelli degli Stati, bensì anche i diritti umani, poiché i migranti sono prima di tutto persone. Il complesso delle misure introdotte con la Convenzione di Palermo e con i relativi Protocolli, pur permeato di un’impostazione tipicamente investigativa e giudiziaria, risulta assai ampio e costruttivo proprio in questa direzione. Viene citato l’obbligo di criminalizzare i delitti individuati da Convenzione e Protocolli, l’attuazione di misure di prevenzione, e soprattutto, la predisposizione di un più efficace sistema di cooperazione al fine di individuare, processare e punire i responsabili, recuperando nei limiti del possibile i profitti delle condotte delittuose. Gli articoli da 18 a 21 della Convenzione disciplinano i profili di reciproca assistenza nel campo investigativo e giudiziario. Ma accanto a ciò viene previsto espressamente l’obbligo di prevedere meccanismi efficienti di assistenza alle vittime. Infatti, per quanto attiene alle esigenze di intervento in garanzia dei diritti, in particolare, il Protocollo sulla tratta di persone prevede lo scopo di tutelare ed assistere le vittime, nel pieno rispetto dei loro diritti umani, mentre il Protocollo sui migranti, più sinteticamente, afferma la necessità della contestuale tutela dei diritti dei migranti oggetto di traffico clandestino.

Il Protocollo sulla tratta contiene, dunque, norme a tutela delle vittime, che prevedono, fra l’altro, la protezione della loro riservatezza ed identità, anche escludendo la pubblicità per i procedimenti giudiziari. Contempla, inoltre, disposizioni finalizzate all’informazione, assistenza (anche tecnico-legale durante le fasi del procedimento) e protezione, con misure di recupero fisico, psicologico e sociale (anche in collaborazione con le organizzazioni non governative). E’ prevista la possibilità di fornire alloggio, assistenza sanitaria, opportunità di inserimento nonché di risarcimento del danno. E’ previsto altresì che ogni Stato Parte prenda in considerazione l’adozione di misure che consentano alle vittime della tratta di restare nello Stato di accoglienza e viceversa è prescritto allo Stato Parte di cui la vittima sia cittadina (nel caso in cui la stessa decida volontariamente di rimpatriare) di favorire il suo rientro, rilasciando i documenti di viaggio ed ogni altra autorizzazione necessaria.

Tratto saliente del Protocollo sul traffico di Migranti è invece quello di garantire al migrante la non punibilità penale per il fatto di essere stato coinvolto, quale oggetto, nelle condotte criminose individuate dal protocollo (articolo 5). Sulla stessa scia, ma in ambito europeo, la Decisione quadro relativa alla posizione della vittima adottata dal Consiglio dell’Unione europea il 15 marzo 2001, ha sottolineato la necessità che gli Stati membri ravvicinino le loro disposizioni (...) per raggiungere l’obiettivo di offrire alle vittime della criminalità, indipendentemente dallo Stato membro in cui si trovino, un livello elevato di protezione.

È stato, poi, precisato che le disposizioni della decisione quadro non hanno come unico obiettivo quello di salvaguardare gli interessi della vittima nell’ambito del procedimento penale in senso stretto, ma comprendono altresì misure di assistenza alle vittime, prima, durante e dopo il procedimento penale, che potrebbero attenuare gli effetti del reato (così nelle considerazioni generali), ed è stato ribadito l’impegno in virtù del quale ciascuno Stato membro garantisce un livello adeguato di protezione alle vittime di reati (articolo 8.1). Orbene, tutte queste indicazioni non hanno natura meramente assistenzialistica, ma contribuiscono a rafforzare il sistema di prevenzione e repressione dei traffici di persone, anzi, come risulta testualmente, esse mirano anche ad incentivare il momento repressivo, e ben si inquadrano, quindi, nel più ampio scenario normativo internazionale di sollecitazione all’adozione da parte dei diversi Paesi di misure omogenee per prevenire e reprimere severamente le condotte in questione[26]. Dunque, anche l’Europa ha gradualmente dimostrato di essere fortemente impegnata per contrastare un fenomeno che, come si è visto, da tempo la coinvolge direttamente quale area di destinazione dei traffici di persone.

Durante i primi anni in cui si percepiva la gravità e l’intensità del nuovo flusso migratorio, si succedevano le prime disposizioni cautelative. Infatti, nella Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen 19 giugno 1990, all’articolo 27 ci si limitava ad impegnare le Parti contraenti a stabilire sanzioni appropriate nei confronti di chiunque aiuti o tenti di aiutare, a scopo di lucro, uno straniero ad entrare o a soggiornare nel territorio di una Parte contraente in violazione della legislazione di detta parte contraente relativa all’ingresso ed al soggiorno degli stranieri, a reprimere, cioè, quelle condotte che poi sarebbero state definite di smuggling of migrants, solo se commesse a scopo di lucro.

In seguito, però l’Unione europea ha elaborato un complesso normativo più attento alla complessità delle tematiche. Nell’ambito del terzo pilastro, relativo alla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale, ha sviluppato, a partire dal 1996, un approccio globale e pluridisciplinare in materia di prevenzione e contrasto alla tratta di esseri umani. Nel febbraio 1997 il Consiglio ha così adottato un’azione comune (97/154/JHA) relativa all’azione di contrasto al traffico di esseri umani e lo sfruttamento sessuale dei minori al fine di armonizzare la disciplina normativa degli Stati membri.

Il trattato di Amsterdam, entrato in vigore il 1 maggio 1999, ha espressamente menzionato all’articolo 29 il contrasto al traffico di esseri umani come uno dei principali obiettivi della cooperazione giudiziaria e di polizia e nelle conclusioni del Consiglio europeo di Tampere dell’ottobre 1999 (ai punti 22, 23, 26, 48) è stato dato carattere prioritario alla lotta contro la tratta di esseri umani per la creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia all’interno dell’Unione. Anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza nel mese di dicembre del 2000, è stata ribadita la proibizione della schiavitù e della tratta di esseri umani che costituiscono una grave violazione dei diritti e della dignità dell’uomo (articolo 5). I successivi pilastri normativi europei nel campo della legislazione contro la tratta sono stati: la Decisione quadro del Consiglio del 19 luglio 2002 sulla lotta alla tratta degli esseri umani, che rende più simili gli ordinamenti penali degli Stati membri in materia; la Direttiva del Consiglio del 29 aprile 2004 riguardante il titolo di soggiorno da rilasciare ai cittadini di paesi terzi vittime della tratta di esseri umani o coinvolti in un’azione di favoreggiamento dell’immigrazione illegale che cooperino con le autorità competenti; e, in merito ad alcuni aspetti della tratta, la Decisione quadro del Consiglio del 22 dicembre 2003 relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile. Altri atti, come la decisione quadro del Consiglio del 15 marzo 2001 relativa alla posizione della vittima nel procedime 1. Le migrazioni: corsi e ricorsi della storia. 

Se si vuole correttamente considerare il contesto globale all’interno del quale si sviluppa e si riproduce la metastasi globale del traffico di esseri umani e della tratta di persone, la premessa deve essere quella dell’oggettiva interpretazione del reale, al di fuori, dunque, da fobie di razza, di religioni, di nazionalismi, lontano dal pregiudizio per le diversità. Solo in questa ottica neutrale è possibile l’approfondimento teso ad un’analisi lucida dei fenomeni migratori sotto i molteplici punti di vista. Ed allora è indispensabile riflettere sul fatto che la storia dell’umanità è principalmente storia di migrazioni, di individui e di popoli in perenne ricerca di un territorio dove stabilirsi e dove insediare la propria speranza di vita per il futuro. In particolare, la storia dell’Europa è stata caratterizzata in ogni sua fase da enormi ondate migratorie. Anche dopo la fine del periodo delle grandi migrazioni che seguì al crollo dell’impero romano, la mappa etnica dell’Europa continuò a ricevere profonde trasformazioni in seguito alle molteplici conquiste periodiche da parte dei popoli più disparati ed in seguito ai conseguenti spostamenti migratori delle popolazioni [1]. 

Questo ricorrente aumento dei flussi migratori che si verifica in taluni periodi storici e che può essere inteso come una temibile invasione oppure come una opportunità storica positiva, a seconda dell’angolo visuale che si adotta, è la conseguenza di un continuo esodo di popolazioni. Nei tempi moderni ed in particolare nel secolo scorso, fino ad un certo momento i flussi migratori sono stati repressi da regimi autoritari oppure da oggettive difficoltà di movimento.

Ad oggi, invece, sia per la caduta di quei regimi totalitari (come nel caso dei popoli dell’Europa dell’est), sia per le più agevoli possibilità di spostamento, anche dovute ai repentini progressi tecnologici, i flussi migratori hanno conosciuto una notevole crescita esponenziale. All’inizio dello scorso secolo le migrazioni seguivano la direzione dall’Europa alle Americhe; poi verso la metà del secolo scorso, la migrazione dall’Europa si spinse anche in Africa ed in Australia.

Nei nostri giorni e da circa 15 anni, l’Europa è destinataria di notevoli ondate migratorie provenienti dall’est europeo, dall’Asia e dall’Africa (ma anche l’America settentrionale è obiettivo dei migranti africani ed asiatici). Nel continente europeo questa enorme flusso migratorio ha indotto gli Stati ad elaborare specifiche strategie di approccio nei confronti di un fenomeno che ha colto di sorpresa, quanto meno per le sue enormi dimensioni. La gestione dei flussi migratori, che è conseguenza della profonda trasformazione globale e culturale che investe le società occidentali, non è solo finalizzata a governare le dinamiche del fenomeno, ma principalmente è diretta ad individuare e comprendere le cause stesse del problema. E’ ragionevole ritenere che l’esodo talvolta drammatico degli immigrati abbia ragion d’essere fondamentalmente nello squilibrio tra due sistemi contrapposti: la ricchezza dei Paesi occidentali e l’estrema povertà dei paesi sottosviluppati. L’immigrazione è stata interpretata anche come il paradosso di un capitalismo post moderno che genera nuovi poveri, ma che, al contempo, ne ha bisogno per garantire il funzionamento del sistema economico dei Paesi ricchi. Infatti, sul versante economico i flussi migratori sono determinati da alcune cause, anche interdipendenti: lo stato di povertà o di insicurezza, dovuto a perduranti guerre, in cui vivono gli immigrati nel loro Paese d’origine; il calo demografico che si registra nei Paesi ricchi; il risparmio che si ricava con l’impiego di manodopera straniera, disponibile a svolgere determinati lavori che i locali non svolgono più ed a salari nettamente più bassi. Il governo dei fenomeni sociali richiede analisi realistiche e opzioni politiche lungimiranti. Non sfugge alla regola l’immigrazione che va affrontata per quel che veramente rappresenta e deve essere gestita in una prospettiva di profonde trasformazioni globali. In verità, i fenomeni migratori presentano ovunque un incremento quantitativo e con esso rilevanti novità qualitative. Le tradizionali classificazioni (migrazioni economiche e politiche, volontarie e involontarie, etc.) rivelano una crescente inadeguatezza; allo stesso modo, diventa ogni giorno più esile la distinzione tra immigrazione tout court, rifugio umanitario e asilo, fenomeni tutti rappresentati nei flussi eterogenei di disperati che sfidano il mare su gommoni o "carrette" per raggiungere le coste siciliane (oggi) piuttosto che quelle calabresi o pugliesi (negli anni appena passati) oppure che premono sui confini terrestri da est. Proprio la vicenda relativa all’asilo è emblematica, poiché si tratta di un istituto che, nel corso della storia, si è trasformato da privilegio di tipo ecclesiastico a prerogativa del sovrano assoluto e poi, a diritto del perseguitato politico, per divenire, infine, un fatto generalizzato [2].

A seguito delle trasformazioni avvenute tra le due guerre mondiali, è emersa sulla scena internazionale anche la figura del rifugiato, da intendersi, in base alle convenzioni internazionali, come la persona che fugge dal suo paese con il fondato motivo di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, fede politica o appartenenza ad un gruppo sociale. La ratio dell’asilo politico e del rifugio umanitario mantiene tutta la sua validità anche oggi. Tuttavia, al contempo, le esigenze di contrasto del terrorismo internazionale e delle forme di criminalità transnazionale hanno accelerato la crisi dell’istituto dell’asilo individuale, mentre le fughe di massa dalle guerre, le persecuzioni etniche e religiose, le carestie o le condizioni di sottosviluppo estreme hanno reso l’emigrazione per libera scelta dell’individuo minoritaria. Ai fenomeni strutturali si affiancano poi quelli indotti dai sistemi legislativi. E’ un dato di fatto che le politiche di freno all’immigrazione spesso hanno avuto come effetto automatico l’aumento a dismisura delle richieste di rifugio o comunque, a fronte delle dimensioni globali del fenomeno, singole politiche restrittive di stati nazionali non raccordate in un orientamento univoco della comunità internazionale non soltanto non hanno raggiunto gli scopi prefissati, ma determinano (o rischiano di determinare) un aumento del fenomeno in termini di clandestinità e di sfruttamento dei migranti.

1.1. Globalizzazione e migrazioni.

Se le migrazioni rappresentano un ricorso storico [3], quelle dei nostri anni sono caratterizzate dall’età in cui avvengono, vale a dire l’età della globalizzazione. In questo senso può apparire una banalità, ma in effetti è una fotografia impeccabile della realtà l’osservazione secondo cui se le opportunità globali non si muovono verso la gente, allora sarà inevitabilmente la gente a muoversi verso le opportunità globali [4].

Oltre alle altre motivazioni sinteticamente accennate in precedenza, le migrazioni dell’età della globalizzazione trovano fondamento nella sperequazione delle risorse e delle aspettative di vita tra due blocchi mondiali. I mezzi di comunicazione di massa, oltre alla facilitazione delle comunicazioni interpersonali, hanno diffuso tra miliardi di persone una quantità immensa di informazioni sulle condizioni di vita e di lavoro esistenti nel mondo. Alla fine del secondo millennio i popoli del sud (e dell’est) della terra hanno appreso che al nord (e all’ovest) di essa le condizioni e le aspettative di vita sono notevolmente migliori. Di conseguenza, il mondo-mercato è divenuto un enorme insieme di gruppi di riferimento[5], da cui scaturisce la pretesa dei popoli svantaggiati, conosciute le condizioni di miglior trattamento dei popoli ricchi, di ricevere un pari trattamento o di godere di analoghe aspettative di vita. Dunque, la globalizzazione dei gruppi di riferimento ha attivato enormi flussi migratori, dapprima in direzione sud-nord e subito dopo in direzione est-ovest, fino a confondere ormai le direttrici di spostamento (si pensi all’ingente provenienza in Italia, sopratutto via Spagna, di immigrati irregolari dall’America Latina). Ad un effetto positivo conseguente al fatto che gli immigrati giunti nei paesi ricchi sono disponibili a svolgere lavori non più ambiti dai lavoratori locali, si aggiunge l’effetto negativo conseguente al fatto che, sussistendo nei paesi ricchi un elevato grado di disoccupazione dovuto a diverse cause (si pensi ad esempio all’automazione delle produzioni) i lavoratori immigrati si pongono in concorrenza con quelli delle nazioni di arrivo. Ciò è fonte di tensioni facilmente riscontrabili. Ed è proprio in queste tensioni (ma non solo) che germogliano le convinzioni, diffuse tanto quanto errate, che accostano al fenomeno migratorio un sicuro aumento della criminalità ovvero che associano alla figura dell’immigrato quella del soggetto disponibile o incline al reato [6].  

2. La schiavitù moderna.

Il fenomeno della tratta di persone è a tutti gli effetti una forma di schiavitù moderna [7].

Rispetto alla schiavitù cosiddetta storica, la nuova schiavitù presenta caratteristiche radicalmente differenti: principalmente la schiavitù oggi è illegale, mentre un tempo era lecita e tollerata; inoltre, l’attuale dissenso della popolazione rispetto al verificarsi del fenomeno, un tempo invece, ritenuto componente esenziale dello sviluppo di una società. Un dato comune alle due forme di schiavitù, tuttavia, è l’essenziale carattere economico del fenomeno. Oggi il commercio della merce persona ai fini di sfruttamento costituisce un mercato illegale che rende alle organizzazioni criminali, diversi miliardi di dollari l’anno, inferiore soltanto al traffico di stupefacenti e di armi [8].

A differenza della schiavitù storica, che si basava quasi esclusivamente su esigenze di lavoro servile, la schiavitù moderna nasce e si sviluppa su una domanda e un’offerta praticamente inesauribili: da un parte, infatti, la merce persona è una risorsa di cui non mancherà la disponibilità, dall’altra le spinte che costituiscono il volano di questo mercato possiedono una forza e un potere che difficilmente diminuiranno nel tempo, anzi esistono indicatori che lasciano ritenere il contrario. Se il principale obiettivo, infatti, è quello dell’appagamento economico dei trafficanti, vi sono anche ulteriori fattori che alimentano il commercio di esseri umani, tra cui si annovera la domanda di prestazioni sessuali, lo sfruttamento del lavoro nero ovvero di manodopera più disponibile, meno costosa e meno garantita.

In linea con quanto brevemente accennato in precedenza, le zone di reclutamento dei nuovi schiavi sono costituite dai Paesi poveri, soprattutto quelli che hanno subito un crollo rapido e inatteso delle condizioni di vita, in seguito, di norma, a un mutamento di regime o all’incertezza politica ed economica conseguente a profonde trasformazioni politiche e sociali o al coinvolgimento in una guerra. Questa visione delle cose fa emergere l’altra faccia dell’immigrazione, vale a dire quella che si identifica non già nell’equazione tra immigrato clandestino e criminale [9], ma nella più fondata assimilazione tra immigrato e vittima di gravissimi reati. Da questo punto di vista, sarebbe più opportuno di parlare di traffico o tratta di merce umana, intendendo proprio l’uomo come entità svuotata della propria personalità e della propria sfera di diritti [10].

Dal punto di vista del trafficante, la principale caratteristica che differenzia la persona oggetto di tratta, dalle altre merci oggetto di traffici illeciti, quali ad esempio le armi, la droga, le sigarette, è il fatto che la merce persona è dotata di volontà e di parola e quindi, da controllare attraverso la violenza, l’inganno, il ricatto. Il corpo umano viene sfruttato con intensità ancora maggiore rispetto alla schiavitù storica. Oltre che a fini sessuali, talvolta il corpo umano è usato per finalità ancora più aberranti, come nel caso in cui parti del corpo siano prelevate, senza il permesso della persona interessata, oppure con un consenso estorto, o con il ricorso a metodi violenti, per essere utilizzate ed impiegate nel commercio di organi. Dunque, se il commercio di esseri umani è una forma di turpe mercato che richiama vecchie pratiche della storia, nelle sue caratteristiche e per le sue peculiarità il traffico di migranti e la tratta di persone (secondo l’accezione mutuata dalla Convenzione internazionale delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, aperta alla firma a Palermo dal 12 al 15 dicembre 2000, nonché dai Protocolli Addizionali contro la tratta di persone e contro il traffico di migranti) [11] costituiscono fenomeni nuovi, con caratteristiche ancora, in parte, non del tutto riconosciute e riconoscibili, in costante progressione e che hanno raggiunto dimensioni enormi e preoccupanti. Non esistono ancora, nonostante la grande attenzione che negli ultimi anni il fenomeno ha suscitato, sufficienti fonti che riescano a individuare con precisione i dati internazionali riguardanti la tratta, né per quanto concerne la dimensione numerica del fenomeno, né rispetto alle modalità utilizzate dalle organizzazioni criminali nella prassi. Questa difficoltà è dovuta alla principale caratteristica della tratta che si traduce nella sua continua mutevolezza: in tempi rapidi cambiano i soggetti, i flussi, i mezzi, le destinazioni. Al mutare delle legislazioni preventive e repressive degli Stati nei quali si svolge la tratta, il mercato delle persone si adatta con una flessibilità sorprendente. Per questo motivo sono essenziali, ai fini di una funzionale repressione del fenomeno, una ricerca e un’attenzione continue alla sua evoluzione, e soprattutto l’utilizzo di strumenti normativi capaci, da una parte, di affrontare la tratta nonostante i suoi repentini cambiamenti e, dall’altra, dotati di validità in tutto il territorio in cui operano le organizzazioni criminali.

I Protocolli Addizionali delle Nazioni Unite [12], allegati alla Convenzione di Palermo, sembrano possedere queste caratteristiche sia in relazione al fenomeno del traffico di migranti, sia in merito alla tratta di persone, in quanto nell’individuare le figure del trafficking in persons e dello smuggling of migrants, si basa su una definizione delle fattispecie precisa e nello stesso tempo ampia (e quindi flessibile); ma soprattutto, tali definizioni dovrebbero avere la prerogativa di essere universalmente riconosciute e di costituire la base permanente per l’esatto studio del fenomeno e per la pianificazione di coordinate ed integrate azioni di contrasto.

3. I fenomeni migratori: occasione di profitto della criminalità organizzata.

Per varie ragioni, anch’esse note, i paesi di destinazione dei flussi migratori hanno posto in essere politiche di contenimento degli immigrati. In molti di questi stati sono cresciute e sono via via diventate particolarmente robuste le concezioni di base che considerano l’immigrato come una minaccia alla sicurezza interna (fenomeno, questo, che è esploso in tutti i paesi europei inducendo effetti di generalizzata insicurezza urbana) e non invece come una risorsa sia sul piano economico che su quello culturale. Non sempre c’è stata la necessaria distinzione tra immigrazione e criminalità che, d’altra parte, ha sempre accompagnato tutti i fenomeni migratori in ogni epoca storica. Senza entrare nel merito delle politiche adottate dai singoli paesi sul terreno del governo dell’immigrazione, è certo che le scelte di contenimento hanno contribuito a che la criminalità organizzata decidesse di investire risorse sempre più ingenti nella gestione illegale dei flussi migratori [13]. Al divieto di ingresso regolare oltre un determinato numero prefissato è subito corrisposta la proposta di superare l’ostacolo frapposto. La criminalità organizzata a livello internazionale, anzi transnazionale, si è posta come un’azienda o meglio, come una società di servizi in grado, verso adeguata retribuzione, di garantire il viaggio per l’Italia o per un altro paese europeo. La criminalità organizzata si è proposta non solo di offrire un servizio, ma è divenuta protagonista di un ruolo paradossale di dispensatrice di speranze, perchè si è autoreferenziata come lo strumento principale, indispensabile, per realizzare un sogno, quello di raggiungere un paese che, agli occhi del migrante, rappresenta un investimento di vita per il futuro. In tal modo chi offriva (ed offre) questo servizio illegale acquisiva meriti e creava consenso. Inevitabilmente, in virtù di questa scelta strategica la criminalità organizzata ha subito una profonda trasformazione diventando non più soltanto una criminalità locale, ma assumendo sempre di più i caratteri di organizzazione criminale transnazionale dal momento che, in ragione del servizio offerto, è obbligata a valicare i confini nazionali per attraversare clandestinamente ed illegalmente i confini di un altro Stato o di più Stati.

Come sopra ricordato, il traffico delle persone risponde a un bisogno elementare: quello di emigrare, di cercare di migliorare le propria esistenza andando a lavorare fuori e lontano dal proprio Paese, lasciandosi alle spalle le situazioni di sofferenza. Quindi, la motivazione principale è la domanda di emigrazione avanzata da chi vuole emigrare e che è soddisfatta, dietro compenso, da un soggetto criminale organizzato che garantisce al richiedente un ingresso per vie illegali in Italia o nel paese di destinazione prescelto dal migrante. Nel particolare comparto del traffico degli esseri umani, il soggetto criminale svolge una funzione assimilabile a quella di una buona agenzia di viaggi, di un efficiente tour operator, che assicura l’arrivo nel posto pattuito disinteressandosi completamente del futuro della persona trasportata. E’ fondamentalmente un rapporto tra il migrante che chiede e il criminale che offre un servizio illegale dietro adeguato compenso; in sostanza, uno scambio adeguatamente retribuito che avviene su una base illegale.

A queste modalità si è affiancata un’altra attività, quella della tratta degli esseri umani. Tra traffico e tratta esistono differenze significative, anche se nel linguaggio comune spesso si tende a confondere. Tuttavia, occorre precisare che i confini sono labili e che di frequente episodi di traffico, in itinere divengono casi di tratta. Infatti, i due mercati, sempre contigui, tendono spesso a confondersi. Talvolta infatti le organizzazioni ed i singoli imprenditori svolgono entrambe le attività, e spesso le vie di trasporto internazionale coincidono, in tutto o in parte (l’Albania, ad esempio, è stata una stazione di raccolta di gran parte dei migranti dell’Est europeo e dell’Asia indipendentemente dal loro ruolo, di vittime del traffico a fini di sfruttamento o di semplici acquirenti del servizio di trasporto illegale in altro Stato, da loro richiesto). Inoltre, accade frequentemente che la persona trasportata, inizialmente richiedente il servizio di ingresso migratorio illegale in uno Stato, divenga in un momento successivo vittima di tratta.

E’ stato rilevato, infatti, che, in molti casi la persona si rivolge spontaneamente agli esponenti delle organizzazioni che gestiscono il servizio migratorio illegale per essere condotta in altro Stato e solo in seguito, durante le fasi del viaggio, la condotta del trasportatore si modifica, subentra la coercizione e intervengono la finalità di sfruttamento e le altre manifestazioni di prevaricazione (minacce, violenze o si svela l’inganno originario).

Il traffico si articola in un certo periodo di tempo e riguarda il territorio di più Stati; pertanto, è frequente che alcuni elementi obiettivi si manifestino in uno Stato diverso da quello in cui la persona ha iniziato il viaggio; e può accadere che proprio a seguito del manifestarsi di tali elementi si possa configurare un’ipotesi di trafficking, piuttosto che di semplice smuggling: ciò comporta la necessità di conoscere e valutare tutte le fasi in cui si è articolata la condotta per poterla identificare e qualificare giuridicamente in maniera corretta. Inoltre, si è registrato che i due fenomeni vengono confusi anche nella percezione dell’opinione pubblica che, almeno nel nostro Paese, difficilmente distingue la figura della persona trafficata da quella dell’immigrato irregolare e difficilmente attribuisce alla prima il ruolo di vittima [14].

Deve divenire patrimonio conoscitivo diffuso, tanto nell’opinione pubblica, quanto negli stessi operatori, la fallacia della distinzione tra vittime innocenti e vittime colpevoli. Il problema è particolarmente visibile in relazione alla tratta per scopi di prostituzione forzata o di altre forme di sfruttamento sessuale, ma è attinente a tutti i migranti irregolari trafficati.

Questa distinzione rilevabile nella prassi presuppone che le vittime colpevoli non siano meritevoli di protezione contro il lavoro forzato, la schiavitù o condizioni analoghe, visto che gli abusi a cui sono sottoposte sono ritenute essere una conseguenza di una loro presunta colpa. Secondo questo approccio le vittime autentiche sono quelle capaci di provare di essere state forzate a diventare prostitute, mentre le vittime colpevoli sono coloro che erano già coinvolte nella prostituzione prima di essere trafficate, supponendo che esse sarebbero o sono consenzienti a svolgere questa attività anche in condizioni non coercitive. Secondo tale interpretazione, l’elemento di coercizione è erroneamente considerato in relazione alla volontà o meno della persona di svolgere attività Di prostituzione e non invece alle condizioni coercitive o schiavistiche alle quali può essere assoggettata in un secondo tempo. La conseguenza diretta di questa distinzione può consistere nel paradosso che anziché essere il responsabile ad essere perseguito, preliminarmente è la vittima a dover provare la sua innocenza, colpevolizzata per la sua presunta immoralità [15].

4. Peculiarità aggressive della tratta di persone.

In linea generale, a differenza del traffico di migranti, la tratta è caratterizzata da un impegno più pervasivo del soggetto criminale che sfrutta, utilizzando lo strumento della violenza, fisica e psicologica, in modo particolare donne e bambini.  

Nella tratta l’attività del soggetto criminale è molteplice e si esplica in più fasi. La prima fase è quella necessaria del reclutamento delle persone attraverso varie modalità che vanno dal sequestro di persona, al rapimento, all’inganno, all’indebitamento; la seconda fase è quella della gestione delle persone prescelte che parte dal momento del reclutamento e prosegue fino al completamento di tutte le fasi di attraversamento delle frontiere che possono essere numerose (si pensi ai tanti immigrati cinesi); la terza ed ultima fase è quella relativa allo sfruttamento intensivo delle persone trasportate nel paese di destinazione. Il dato temporale costituisce un’altra delle diversità che differenziano e distinguono traffico e tratta; mentre nel traffico il rapporto tra il migrante e il soggetto criminale si esaurisce generalmente nel tempo necessario a compiere il trasporto, nella tratta il rapporto non ha una durata prestabilita e solitamente tende ad essere lungo come nel caso dell’indebitamento, quando il rapporto si esaurisce in seguito alla restituzione del debito, o addirittura a tempo indeterminato come nei casi di rapimento o di inganno.

A questo proposito, si potrebbe tentare un ardito accostamento (solo simbolico ed espressivo del legame perverso tra sfruttatore e sfruttato) tra la tratta e l’usura. In entrambi i casi la richiesta proviene dalla vittima, la quale richiede al trafficante il trasporto in altro Paese e all’usuraio il prestito di denaro. In entrambi i casi la richiesta è finalizzata ad ottenere un servizio (trasporto e erogazione di denaro) apparentemente strumentale al miglioramento delle proprie condizioni di vita ovvero all’acquisizione di una speranza per il futuro. In ogni caso, dal momento dell’accordo tra domanda ed offerta si crea un rapporto perverso con colui che inizialmente viene visto (proprio in ragione di questa mal riposta gratitudine, conseguenza della falsa speranza acquisita) come un benefattore, mentre successivamente si rivela come un aguzzino senza scrupoli [16]. Infine, in entrambi i casi finalità ultima dello sfruttatore sarà quella di prolungare al massimo il rapporto con la vittima, allo scopo di ottimizzare i vantaggi da essa ricavabili. E’ ovvio che le differenze tra le due figure delittuose sono enormi, ma l’analogia appare convincente dal punto di vista del legame perverso e temporalmente prolungato che si instaura tra sfruttatore e vittima.

Detto questo, la distinzione tra traffico e tratta è importante per conoscere bene fenomeni che, pur avendo delle apparenti somiglianze sono tra di loro profondamente diversi; è fondamentale per la prassi da seguire da parte degli organi investigativi nazionali ed internazionali preposti alla repressione dei reati; è indispensabile per la sempre più attenta creazione di strumenti normativi di diritto interno ed internazionale in grado di sanzionare efficacemente le condotte criminali. Occorre tener presente che un ulteriore elemento distintivo tra trafficanti e schiavisti è quello della preoccupazione del buon fine della loro merce, vale a dire della cura che essa arrivi integra a destinazione. Infatti, non mancano coloro che, una volta incassato il compenso del viaggio, mandano allo sbaraglio i trafficati costringendoli a intraprendere viaggi pieni di rischi come di frequente è accaduto tra le coste africane e quelle italiane [17].  

Ai tradizionali mercati criminali (armi, droga, contrabbando di tabacchi) si sono aggiunti nuovi settori caratterizzati in modo preminente dallo scambio di una merce del tutto particolare, quella umana, spesso soggiogata in condizioni assimilabili a quella della schiavitù [18]. Generalmente le organizzazioni che gestiscono questo mercato hanno tutte le caratteristiche del modo di operare delle organizzazioni mafiose, a cominciare dall’uso spregiudicato e permanente della violenza in danno di donne e di bambini. Sul piano internazionale è diffusa l’idea di definire queste organizzazioni con il termine più illuminante di nuove mafie [19]. Il panorama criminale internazionale si è così arricchito di nuove, più aggressive presenze organizzate, provenienti da paesi nei quali una simile attività era assente oppure marginale. Nel corso degli anni si è andata progressivamente rafforzando la collaborazione tra mafie straniere ed italiane, con precise caratteristiche: da un lato si è registrato uno scambio di servizi, dall’altro lato si è realizzata una gestione comune degli affari più lucrosi. In cambio della tolleranza o di appoggi logistici le mafie nostrane hanno ricevuto vantaggi relativi ad altro tipo di traffici illeciti all’estero. In questo contesto, le grandi organizzazioni mafiose straniere, le quali hanno investito parte delle risorse criminali precedentemente accumulate con il traffico delle armi, della droga e del contrabbando, hanno realizzato un network transnazionale in grado di agire in più Paesi e di spostare persone. La transnazionalità [20] di queste organizzazioni risiede nella capacità di lavorare in rete creando nei singoli Paesi, di transito e di destinazione, strutture snelle e specializzate, mentre i vertici delle organizzazioni stesse si trovano altrove, ben protetti nei Paesi d’origine [21].  

La transnazionalità ha prodotto notevoli effetti di interscambio tra le maggiori organizzazioni criminali e mafiose operanti a livello internazionale. Si sono creati dei raggruppamenti misti formati da criminali appartenenti a diverse nazionalità. Si sono rafforzati gruppi criminali locali di medio livello dopo essere entrati in contatto con strutture criminali e mafiose più efficienti e più potenti. La struttura organizzativa complessiva che raggruppa i criminali che operano nel settore può essere definita come un sistema criminale integrato all’interno del quale possiamo distinguere tre diversi livelli.

Al primo livello operano le cosiddette organizzazioni etniche, che si occupano di pianificare e gestire lo spostamento dal Paese di origine al Paese di destinazione della "merce umana". In una perfetta logica di imprenditorialità i capi di queste organizzazioni non vengono in contatto con le persone trafficate poichè si occupano esclusivamente di gestire i capitali, finanziare i costi della migrazione, rapportarsi con i fornitori dei servizi strumentali e intrattenere le relazioni di tipo corruttivo.

Al secondo livello è possibile collocare le organizzazioni che operano nei territori sensibili, situati cioè nelle zone di confine tra i diversi Paesi di passaggio o di destinazione. Ad esse le organizzazioni etniche affidano compiti operativi, tra cui fornire documenti falsi, corrompere i funzionari addetti al controllo transfrontaliero, scegliere le rotte e le modalità di trasporto, ospitare i clandestini in attesa del trasferimento. Il terzo livello, infine, è costituito da organizzazioni minori operanti nelle zone di transito e in quelle di confine. Esse rispondono alle richieste delle organizzazioni di livello intermedio, ma anche alle autonome iniziative di singoli migranti o di piccoli gruppi. Queste organizzazioni si occupano materialmente di ricevere e smistare i clandestini, di curarne il passaggio attraverso i luoghi di confine e di consegnare i trafficati agli emissari finali.

5. Le cause del traffico e i soggetti coinvolti

L’espressione tratta delle persone indica il fenomeno criminale consistente nel reclutamento, trasporto e successivo sfruttamento a fine di lucro di esseri umani.

La tratta deve essere considerata, quindi, come una specificazione della più ampia fattispecie del traffico di esseri umani che comprende ulteriori e differenti aspetti non propriamente rientranti nella tratta di persone, ma ad essa legati. Per questi motivi nel descrivere il fenomeno in questione è imprescindibile inoltrarsi anche nell’esposizione degli aspetti riguardanti il traffico di esseri umani in genere nelle diverse fasi del reclutamento, del trasporto e dello sfruttamento.

Muovendo dalle esigenze a cui si è fatto cenno in precedenza, è possibile delineare le tipologie di vittime coinvolte nel traffico di esseri umani. Le vittime del traffico possono essere persone in fuga dal sottosviluppo e in ricerca del lavoro, in cui aspirazione economica e sociale e disagio politico confluiscono, oppure persone, spesso donne e bambini, rapite o attirate con promesse di lavoro dalle organizzazioni criminali, o ancora persone in fuga dalla persecuzione, dalla violenza, dalla guerra. Per un corretto approccio all’analisi del fenomeno, è bene valutare quali siano le ragioni che generano questo spostamento di massa, talvolta comprendente intere popolazioni, ragioni strettamente legate all’andamento politico, economico e climatico dei Paesi coinvolti. Le cause da cui scaturisce il traffico di esseri umani sono riconducibili a due categorie: i push factors (fattori di espulsione) che spingono a far ricorso al traffico e i pull factors (fattori di attrazione) che rendono attraente la meta occidentale.

Tra i primi, innanzitutto, compare la situazione economica di povertà. In particolar modo nei Paesi del c.d. Terzo Mondo le condizioni di vita delle persone sono a livelli bassissimi: questo fattore unito ad una crescita demografica incontrollata e all’impoverimento di interi settori sociali causato dalla liberalizzazione economica, ha fatto crescere esponenzialmente l’offerta di potenziali schiavi e nel contempo ne ha abbassato il prezzo. Nelle realtà di questi Paesi (ma anche dei Paesi dell’Est europeo dopo il crollo dei regimi autoritari) si è affermato un nuovo modello economico che ha smantellato le precedenti protezioni sociali seppure minime ed elementari, portando a fallimento i sistemi di protezione sociale e causando inevitabilmente un ulteriore impoverimento nella popolazione. Inoltre, a ciò si aggiunge la presenza di guerre tra Stati o di guerre civili, magari aggravate da conflitti etnici o religiosi, con conseguenze discriminatorie di una parte della popolazione. Relativamente alla tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale si può considerare concausa del fenomeno l’ineguaglianza socio-economica delle donne nei loro Paesi d’origine.

Tutte queste situazioni spingono da una parte le persone a migrare, dall’altra formano per i trafficanti un enorme bacino di raccolta di schiavi. I pull factors fungono, invece, da spinta per le persone a fare ricorso alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico, affinché permettano loro di giungere nei Paesi occidentali. In essi le persone, abbagliate dal miraggio di una esistenza scintillante, individuano le condizioni adatte per rifarsi una vita. Inoltre negli Stati occidentali i migranti possono trovare assistenza sociale globale, sistemi di governo democratici, stabilità politica e sociale. Paradossalmente la spinta a migrare proviene anche dagli stessi Paesi ricchi nei quali le persone che ci vivono non sono più disposte ad esercitare lavori particolarmente rischiosi o per i quali è indispensabile molta forza fisica.

Con particolare riferimento alla tratta degli esseri umani [22], dall’esame soggettivo del fenomeno si rileva come essa sia basata principalmente sullo sfruttamento di minori e di donne. I minori sono impiegati il più delle volte, nell’accattonaggio. Altre volte, invece, viene prescelto il mercato della pedofilia o della pornografia infantile. Il sesso commerciale è l’altro grande ambito che viene totalmente occupato dalle donne. La tratta delle donne ha introdotto profondi cambiamenti nel mondo della prostituzione, sia in quella visibile che si esercita per strada sia in quella invisibile che si esercita nei locali chiusi, in appartamenti o in locali notturni, negli alberghi, nelle finte sale di massaggi.

Gli anni Ottanta avevano visto la prevalenza delle prostitute italiane e delle latinoamericane, ma gli anni Novanta, che si caratterizzano per l’esplosione dei flussi migratori (e della tratta) hanno visto la ritirata delle italiane nei luoghi chiusi e la presenza sulla strada delle donne africane, delle donne dell’Est provenienti dapprima dai paesi più vicini, poi dagli stati appartenenti all’ex Unione Sovietica, fino alle attuali Repubbliche caucasiche o alle Repubbliche dell’Asia centrale.

Negli ultimi anni si assiste al sempre più frequente aumento di luoghi di prostituzione al chiuso, dove le donne dell’est hanno aumentato notevolmente le loro presenze. Le vittime della tratta di esseri umani spesso sono giovani senza prospettive nei luoghi di origine, attirate da false promesse di un lavoro ben remunerato all’estero. In molti casi non conoscono nè la vera natura della futura occupazione, né le condizioni di vita che verranno loro imposte. In altri casi si trasferiscono all’estero attratte da facili guadagni e da migliori prospettive di vita, più o meno consapevoli del tipo di lavoro che dovranno compiere una volta giunte a destinazione.

Uno dei sistemi a cui spesso ricorrono le organizzazione criminali per il reclutamento di molte vittime della tratta, in particolare minorenni, è il sequestro. Una volta giunti nei paesi di destinazione, la maggior parte dei migranti-vittime, sono sprovvisti di documenti di identità, di risorse finanziarie, di punti di riferimento e non conoscono la lingua. Sono quindi estremamente vulnerabili, dipendono totalmente dai loro aguzzini e sono sottoposti ad ogni tipo di violenza e abuso; non nutrono fiducia alcuna nel confronti delle istituzioni perché spesso nei loro paesi di origine esiste una diffusa corruzione; temono ritorsioni nei riguardi dei loro familiari rimasti in patria [23]. Generalmente le vittime sono costrette a prostituirsi e a versare tutti i loro guadagni a coloro che le sfruttano.

Tuttavia questa pratica assume caratteri diversi a seconda delle origini e dei migranti e dei trafficanti. I criminali originari dell’Europa centro orientale obbligano le loro vittime a prostituirsi ricorrendo alla violenza o alle minacce e quando non lavorano sono segregate in casa. Invece le giovani donne africane, in particolare nigeriane, non subiscono mai uno stretto controllo in virtù di pregressi accordi con i criminali, accompagnati dai riti voodoo. Esse, temendo le conseguenze negative di tali riti su di loro e sulle loro famiglie, sono costrette a concedersi, principalmente per strada.

Un’altra forma nascosta di asservimento è costituita dalla schiavitù domestica. Un consistente numero di donne, bambini e uomini lavora in condizioni di sfruttamento, contrariamente agli standard normativi ed alle esigenze di rispetto della dignità umana. Il pesante sfruttamento lavorativo è una condizione che contraddistingue, in particolar modo, i cittadini asiatici. Tra di essi è particolarmente preoccupante, per i diversi profili di illegalità connessi, lo sfruttamento dei cittadini cinesi nel mondo del lavoro nero e sommerso. Accade, comunque, di frequente che le vittime di tratta dedite alla prostituzione (così come le vittime sfruttate in diversi ambiti) siano consapevoli del tipo di lavoro che devono compiere, anche se non conoscevano le precise condizioni alle quali dovevano attenersi. Occorre sottolineare con fermezza che la conoscenza preventiva delle attività compiute nel Paese di destinazione non costituisce in alcun modo un elemento significativo per stabilire se il migrante sia vittima di traffico e di tratta. L’interprete del fenomeno, qualunque sia l’angolo di visuale adottato, deve essere preliminarmente consapevole del fatto che traffico e tratta sono fenomeni che intaccano la persona umana e la sua dimensione di diritti fondamentali, a nulla rilevando la disponibilità del migrante a compiere lavori turpi o degradati, poiché tale scelta, quasi sempre, è dettata soltanto dalla speranza di poter avere una congrua aspettativa di vita, impossibile nel Paese di origine per le più disparate contingenze (guerre, persecuzioni, povertà, sottosviluppo, etc.).

6. Il contrasto al fenomeno; le linee guida delle fonti normative sovranazionali

Le caratteristiche del traffico di persone e la sua transnazionalità rendono oltremodo difficile la conoscenza stessa del fenomeno ed ancor più le possibilità di una sua prevenzione e repressione per le difficoltà di coordinamento [24] tra i diversi Stati, per le difformità delle rispettive normative sanzionatorie e degli strumenti investigativi, e per la valutazione di liceità delle condotte di traffico (o, comunque, per una sorta di sostanziale disinteresse alla loro punizione) da parte di molti Stati. La distinzione ormai diffusamente utilizzata, fra trafficking in persons (per la tratta di persone in condizioni di assoggettamento e con finalità di sfruttamento) e smuggling of migrants (in senso letterale contrabbando di migranti, per gli altri casi) che, anche per la sinteticità dei termini, consente di individuare subito e definire con maggior precisione le due articolazioni del fenomeno.

Ad oggi, tuttavia, i passi da compiere sono ancora molti. Quasi la metà degli Stati che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale di Palermo, non ha purtroppo sottoscritto i due Protocolli addizionali, quello per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, e quello per combattere il traffico di migranti, via mare e via aria. I due Protocolli rappresentano il punto d’arrivo normativo, di un lungo percorso intrapreso nel secolo scorso dalla Comunità internazionale, al fine di contrastare il fenomeno del traffico di esseri umani.

L’articolo 3 del Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite del dicembre 2000 per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, definisce tratta di persone il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi.  

L’omologo articolo 3 del Protocollo addizionale per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria indica con il termine traffico di migranti il procurare, al fine di ricavare, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o materiale, l’ingresso illegale di una persona in uno Stato di cui la persona non è cittadina o residente permanente e qualifica ingresso illegale il varcare i confini senza soddisfare i requisiti necessari per l’ingresso legale nello Stato di accoglienza. Considerata l’elasticità più volte sottolineata, con cui occorre operare la distinzione tra le due forme di movimento transnazionale dei migranti, appare chiaro quanto sia complesso adottare una strategia efficace, sia in chiave preventiva, sia in chiave repressiva. E’ probabilmente molto più agevole rilevare cosa non debba essere fatto, tanto a livello internazionale, quanto interno. Certamente non può esistere contrasto ai fenomeni di smuggling e di trafficking senza una cooperazione internazionale nei diversi ambiti di riferimento (giuridico, sociale, culturale, economico, etc.). Evidentemente, quindi, le normative interne non possono far altro che seguire la medesima direzione tracciata in campo sovranazionale. Occorre, poi, considerare che la visione di intervento deve essere integrata, vale a dire consapevole di tutte le diverse implicazioni tematiche e problematiche [25].

Ad esempio, non può avere utilità determinante l’adozione di azioni repressive di contrasto se non debitamente accompagnate da altre misure che abbiano presente la natura globale e multidisciplinare del fenomeno. In modo sintetico, ma onnicomprensivo, si può affermare che l’intera rete integrata di intervento deve recare quale fulcro centrale di ispirazione la tutela dei diritti, non solo quelli degli Stati, bensì anche i diritti umani, poiché i migranti sono prima di tutto persone. Il complesso delle misure introdotte con la Convenzione di Palermo e con i relativi Protocolli, pur permeato di un’impostazione tipicamente investigativa e giudiziaria, risulta assai ampio e costruttivo proprio in questa direzione. Viene citato l’obbligo di criminalizzare i delitti individuati da Convenzione e Protocolli, l’attuazione di misure di prevenzione, e soprattutto, la predisposizione di un più efficace sistema di cooperazione al fine di individuare, processare e punire i responsabili, recuperando nei limiti del possibile i profitti delle condotte delittuose. Gli articoli da 18 a 21 della Convenzione disciplinano i profili di reciproca assistenza nel campo investigativo e giudiziario. Ma accanto a ciò viene previsto espressamente l’obbligo di prevedere meccanismi efficienti di assistenza alle vittime. Infatti, per quanto attiene alle esigenze di intervento in garanzia dei diritti, in particolare, il Protocollo sulla tratta di persone prevede lo scopo di tutelare ed assistere le vittime, nel pieno rispetto dei loro diritti umani, mentre il Protocollo sui migranti, più sinteticamente, afferma la necessità della contestuale tutela dei diritti dei migranti oggetto di traffico clandestino.

Il Protocollo sulla tratta contiene, dunque, norme a tutela delle vittime, che prevedono, fra l’altro, la protezione della loro riservatezza ed identità, anche escludendo la pubblicità per i procedimenti giudiziari. Contempla, inoltre, disposizioni finalizzate all’informazione, assistenza (anche tecnico-legale durante le fasi del procedimento) e protezione, con misure di recupero fisico, psicologico e sociale (anche in collaborazione con le organizzazioni non governative). E’ prevista la possibilità di fornire alloggio, assistenza sanitaria, opportunità di inserimento nonché di risarcimento del danno. E’ previsto altresì che ogni Stato Parte prenda in considerazione l’adozione di misure che consentano alle vittime della tratta di restare nello Stato di accoglienza e viceversa è prescritto allo Stato Parte di cui la vittima sia cittadina (nel caso in cui la stessa decida volontariamente di rimpatriare) di favorire il suo rientro, rilasciando i documenti di viaggio ed ogni altra autorizzazione necessaria.

Tratto saliente del Protocollo sul traffico di Migranti è invece quello di garantire al migrante la non punibilità penale per il fatto di essere stato coinvolto, quale oggetto, nelle condotte criminose individuate dal protocollo (articolo 5). Sulla stessa scia, ma in ambito europeo, la Decisione quadro relativa alla posizione della vittima adottata dal Consiglio dell’Unione europea il 15 marzo 2001, ha sottolineato la necessità che gli Stati membri ravvicinino le loro disposizioni (...) per raggiungere l’obiettivo di offrire alle vittime della criminalità, indipendentemente dallo Stato membro in cui si trovino, un livello elevato di protezione.

È stato, poi, precisato che le disposizioni della decisione quadro non hanno come unico obiettivo quello di salvaguardare gli interessi della vittima nell’ambito del procedimento penale in senso stretto, ma comprendono altresì misure di assistenza alle vittime, prima, durante e dopo il procedimento penale, che potrebbero attenuare gli effetti del reato (così nelle considerazioni generali), ed è stato ribadito l’impegno in virtù del quale ciascuno Stato membro garantisce un livello adeguato di protezione alle vittime di reati (articolo 8.1). Orbene, tutte queste indicazioni non hanno natura meramente assistenzialistica, ma contribuiscono a rafforzare il sistema di prevenzione e repressione dei traffici di persone, anzi, come risulta testualmente, esse mirano anche ad incentivare il momento repressivo, e ben si inquadrano, quindi, nel più ampio scenario normativo internazionale di sollecitazione all’adozione da parte dei diversi Paesi di misure omogenee per prevenire e reprimere severamente le condotte in questione[26]. Dunque, anche l’Europa ha gradualmente dimostrato di essere fortemente impegnata per contrastare un fenomeno che, come si è visto, da tempo la coinvolge direttamente quale area di destinazione dei traffici di persone.

Durante i primi anni in cui si percepiva la gravità e l’intensità del nuovo flusso migratorio, si succedevano le prime disposizioni cautelative. Infatti, nella Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen 19 giugno 1990, all’articolo 27 ci si limitava ad impegnare le Parti contraenti a stabilire sanzioni appropriate nei confronti di chiunque aiuti o tenti di aiutare, a scopo di lucro, uno straniero ad entrare o a soggiornare nel territorio di una Parte contraente in violazione della legislazione di detta parte contraente relativa all’ingresso ed al soggiorno degli stranieri, a reprimere, cioè, quelle condotte che poi sarebbero state definite di smuggling of migrants, solo se commesse a scopo di lucro.

In seguito, però l’Unione europea ha elaborato un complesso normativo più attento alla complessità delle tematiche. Nell’ambito del terzo pilastro, relativo alla cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale, ha sviluppato, a partire dal 1996, un approccio globale e pluridisciplinare in materia di prevenzione e contrasto alla tratta di esseri umani. Nel febbraio 1997 il Consiglio ha così adottato un’azione comune (97/154/JHA) relativa all’azione di contrasto al traffico di esseri umani e lo sfruttamento sessuale dei minori al fine di armonizzare la disciplina normativa degli Stati membri.

Il trattato di Amsterdam, entrato in vigore il 1 maggio 1999, ha espressamente menzionato all’articolo 29 il contrasto al traffico di esseri umani come uno dei principali obiettivi della cooperazione giudiziaria e di polizia e nelle conclusioni del Consiglio europeo di Tampere dell’ottobre 1999 (ai punti 22, 23, 26, 48) è stato dato carattere prioritario alla lotta contro la tratta di esseri umani per la creazione di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia all’interno dell’Unione. Anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza nel mese di dicembre del 2000, è stata ribadita la proibizione della schiavitù e della tratta di esseri umani che costituiscono una grave violazione dei diritti e della dignità dell’uomo (articolo 5). I successivi pilastri normativi europei nel campo della legislazione contro la tratta sono stati: la Decisione quadro del Consiglio del 19 luglio 2002 sulla lotta alla tratta degli esseri umani, che rende più simili gli ordinamenti penali degli Stati membri in materia; la Direttiva del Consiglio del 29 aprile 2004 riguardante il titolo di soggiorno da rilasciare ai cittadini di paesi terzi vittime della tratta di esseri umani o coinvolti in un’azione di favoreggiamento dell’immigrazione illegale che cooperino con le autorità competenti; e, in merito ad alcuni aspetti della tratta, la Decisione quadro del Consiglio del 22 dicembre 2003 relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile. Altri atti, come la decisione quadro del Consiglio del 15 marzo 2001 relativa alla posizione della vittima nel procedime