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Il declassamento dell'ente intermedio siciliano non sarà indolore

13 giugno 2014 -

Sommario: 1. La provincia regionale quale ente territoriale di governo 2. La legittimazione ad agire in giudizio per la difesa degli interessi generali 3. La collaborazione della Corte dei Conti in materia di contabilità pubblica 4. Le attività di promozione dello sviluppo della comunità 5. Considerazioni finali

Il legislatore siciliano si è spesso caratterizzato per avere utilizzato veri e propri giochi di parole nel tentativo, a volte riuscito, di aggirare il controllo di costituzionalità affidato ancora oggi all’Ufficio del Commissario dello Stato (!?). Emblematico caso di siffatta “tecnica legislativa” è la normativa che nel tempo ha disciplinato l’ente intermedio in Sicilia. Con la famosa Legge n. 9/86, il legislatore regionale, non potendo istituire, al pari delle altre regioni, le province perché non previste dall’articolo 15 dello Statuto, introduce nell’ordinamento locale i liberi consorzi di comuni denominandoli però “province regionali”.

Attraverso tale tecnica, che in altra occasione non abbiamo esitato a definire di mechanè[1], il legislatore intende formalmente conformarsi allo Statuto introducendo nel sistema delle autonomie locali i consorzi di comuni quali enti pubblici intermedi, ma sostanzialmente mantiene quelle province che avrebbero dovuto essere soppresse secondo la previsione statutaria.

Con la Legge regionale n. 9/86 il legislatore osa fare ancora di più. Ai liberi consorzi di comuni, denominati province regionali, viene riconosciuto espressamente lo status di “enti territoriali di governo”.

Con la novella riforma n. 8/2014 lo stesso legislatore gioca al contrario. Nel ri-disciplinare i liberi consorzi di comuni statuisce che i medesimi, in sede di prima applicazione della legge, coincidono con le nove province regionali e assumono la denominazione di “liberi consorzi di comuni”.

Ora, la questione della semantica (rectius, nomen juris) di volta in volta utilizzata dal legislatore, in disparte i registrati casi di diffusa inconsapevolezza tra i componenti dell’Assemblea Regionale Siciliana, sottende almeno due aspetti che richiedono inevitabilmente approfondimenti di tipo giuridico-istituzionale.

Il primo, a cui si rimanda per una specifica riflessione, va inquadrato nel contesto della successione tra enti pubblici, anche nella considerazione che nel testo di legge “non vi è traccia né dal punto di vista testuale, né da quello logico sistematico, di disposizioni soppressive del precedente ente provincia, ma la riqualificazione, o meglio, ridefinizione dello stesso come Libero consorzio”[2].

Il secondo aspetto, che rappresenta l’ubi consistam della presente riflessione, riguarda l’implicito declassamento dell’ente intermedio operato con la novella riforma. Il legislatore ha infatti voluto, ancorché tacitamente, abbandonare la strada tracciata dalla Legge regionale n. 9/86, non solo privando gli organi di governo dell’ente intermedio dell’elezione diretta, ma spogliandolo dello status di ente territoriale di governo.

Per comprendere meglio ciò che il legislatore siciliano non dice espressamente, bisogna definire i contorni istituzionali del libero consorzio di comuni come concepito dalla Legge regionale n. 8/2014, così come quelli tracciati dalla Legge regionale n. 9/86 per la provincia regionale.

Tutto ruota attorno alla qualificazione di ente territoriale. Infatti, mentre il libero consorzio di comuni ha tradizionalmente (articolo 31 del TUEL), ma anche secondo le previsioni di cui all’articolo 20 della Legge regionale 18 marzo 1955 n. 17 ed all’articolo 13 del Decreto Legge del Presidente della regione del 29 ottobre 1955 n. 6, “…natura di ente pubblico non territoriale, dotato di autonomia amministrativa e finanziaria” ed avente natura associativa e strumentale rispetto agli enti che vi partecipano, la provincia regionale è, anche per espressa volontà del legislatore (articolo 4, comma 3, Legge regionale n. 9/86) un ente pubblico territoriale che realizza l’autogoverno della comunità consortile e sovrintende, nel quadro della programmazione regionale, all’ordinato sviluppo economico e sociale della comunità medesima.



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