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La problematica legittimità della c.d. clausola sociale negli appalti pubblici: la conferma della tendenza ad una tutela “debole” dei diritti dei lavoratori

Nota a Consiglio di Stato, Seziona Terza, Sentenza n. 2078 del 05 maggio 2017 01 giugno 2017 -
La problematica legittimità della c.d. clausola sociale negli appalti pubblici: la conferma della tendenza ad una tutela “debole” dei diritti dei lavoratori

1. Premessa

Una recente pronuncia del Consiglio di Stato (sentenza n. 2078 del 05.05.2017, resa dalla sez. III) rappresenta l’occasione per sviluppare delle brevi riflessioni circa l’effettiva latitudine applicativa della c.d. clausola (di salvaguardia) sociale negli appalti pubblici, che risponde, con ogni evidenza, anche sulla spinta di direttive comunitarie[1], all’intento di garantire idonee forme di tutela ai lavoratori già impegnati nell’erogazione di servizi, ovvero nell’espletamento di appalti, connotati da rilievo pubblicistico, sia sub specie di mantenimento (tendenziale, come si dirà in appresso) dei livelli occupazionali pregressi e sia per garantire la promozione di standard elevati di tutela sociale[2] e di modalità di svolgimento delle prestazioni lavorative che rispettino, in ossequio, del resto, ai principi affermati dall’articolo 36 della Costituzione, la dignità di coloro che sono chiamati a svolgerle.

In relazione a quel che precede è appena il caso di precisare che una disamina puntuale dell’istituto de quo presupporrebbe un’analisi ad ampio spettro che involgerebbe, necessariamente, un’attenta esegesi di una pluralità di disposizioni normative, ivi comprese talune previsioni del codice civile, e della contrattazione collettiva.

Evidenti ragioni di spazio inducono, tuttavia, chi scrive a limitare le proprie considerazioni unicamente al profilo afferente il diritto amministrativo.

 

2. La sentenza del Consiglio di Stato

Orbene, operata tale doverosa premessa (di carattere eminentemente metodologico) corre l’obbligo di evidenziare, in via preliminare, come il provvedimento giurisdizionale sopra richiamato costituisca l’esito di una controversia originata dall’avvenuta aggiudicazione, risalente all’ottobre del 2015 (e, dunque, nella vigenza del decreto legislativo n. 163 del 2006), da parte di un’Asl calabrese, del servizio di ristorazione.

Il concorrente secondo classificato nell’ambito della procedura di affidamento de qua impugnava la deliberazione di aggiudicazione definitiva, in uno con gli atti ad essa presupposti e connessi, dinanzi al competente TAR Calabria, deducendo la sussistenza di una pluralità di vizi di legittimità fra cui, per quanto di specifico interesse in questa sede, la prospetta violazione della c.d. clausola sociale, alla luce della disciplina dettata dall’articolo 12 bis della legge regionale della Calabria n. 26 del 2007 e ss.mm.ii.

La società ricorrente evidenziava, inoltre, come la sopra menzionata previsione normativa risultasse sostanzialmente ribadita dall’articolo 21.3 del capitolato speciale d’appalto e che, per l’effetto, sussisteva un obbligo di assunzione, in capo al soggetto subentrante nella gestione del servizio di che trattasi, di tutte le figure professionali, prescindente dai livelli e dai ruoli ricoperti, precedentemente impegnati nell’erogazione del servizio medesimo e quantificati, nel caso di specie, dalla stazione appaltante in 69 unità lavorative.



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