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Titolo e diffamazione: quando un articolo di giornale degrada a tweet

Nota parzialmente critica a Cassazione civile, Sezione III, 16 maggio 2017 06 dicembre 2017 -

di Fabio Ferrari

 

Il titolo di un articolo di giornale è idoneo ad integrare, ex se, il reato di diffamazione a mezzo stampa. Ciò risulta a maggior ragione vero innanzi all’evolversi delle modalità di fruizioni delle informazioni, le quali appaiono oggigiorno acquisite in modo sempre più frammentario e sbrigativo. Tale superficialità, pertanto, impone delle significative conseguenze nella valutazione dell’evento lesivo, dovendosi conferire meno importanza al legame complessivo tra titolo e testo.

Il fatto che il titolo di un articolo giornalistico sia idoneo ad integrare, ex se, un contenuto diffamatorio non è una novità: la giurisprudenza di legittimità, con una certa frequenza, ha confermato che la lesione dell’onore può derivare non solo dal testo nella sua interezza, bensì anche dagli elementi più in rilievo e sintetici del medesimo, quali titolo, sottotitolo, occhiello, foto, didascalia[1].

In modo assai condivisibile, però, queste affermazioni sono quasi sempre state accompagnate da una precisazione di fondamentale importanza: la diffamazione è rilevabile solo qualora il titolo sia in sé e per sé in grado di rivelarsi lesivo; il lettore, cioè, deve poter cogliere appieno l’offesa attraverso esso, così da potersi ritenere già integrato, esaustivamente, il pregiudizio dell’altrui onore, senza alcun bisogno di approfondire il tema con il corpo centrale dello scritto. Al contrario, un titolo che esprime una diffamazione generica, meramente intuitiva, approssimativa (o in ogni caso impossibile da cogliere nei suoi elementi costitutivi senza la completa lettura) non può configurare da sé alcun illecito; in questo caso, dunque, sarà proprio il testo, nella sua interezza, determinante per chiarire il carattere ingiurioso o meno dell’incipit: se la base diffamatoria del titolo troverà conferma nel rimanente contenuto del pezzo, la lesione sarà accertata; se, diversamente, la complessità della narrazione rivelerà uno scritto rispettoso dei limiti imposti al diritto di cronaca e critica, l’iniziale pregiudizio recato dal titolo sarà assorbito, e definitivamente stemperato, dall’innocuo testo.

Così, solo per fare qualche esempio, l’autonoma capacità diffamatoria del titolo è stata rilevata in una recente pronuncia della Cassazione[2]: in essa si è ribadito come, pur dovendosi in linea di principio dare una lettura congiunta dell’intero pezzo, i singoli elementi di questo possono risultare idonei a ledere l’onore altrui; a maggior ragione, puntualizza la Corte, innanzi «all’icastica perentorietà» del titolo, spesso in grado di forviare il lettore «frettoloso» e proteso ad un’analisi «superficiale» del testo. Nella fattispecie, il pezzo titolava «(…) truffa all’Imec. Spuntano altri indizi per i tre alla sbarra», precisando però solo nel corpo centrale che si trattava non di un rinvio a giudizio, bensì di una “mera” udienza in camera di consiglio ex artt. 409 e 410 c.p.p.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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