«Grandi spazi» nel pensiero internazionalistico di Carl Schmitt

Prima parte
Monte Terminillo (Rieti)
Ph. Federico Radi / Monte Terminillo (Rieti)

Abstract:

Il saggio delinea il concetto di ‘grande spazio’ elaborato da Carl Schmitt nel 1941 e tiene conto delle diverse interpretazioni che ne sono state proposte. La nozione, infatti, è sostanzialmente aperta e consente di accedere sia a una prospettiva gerarchizzante che a una visione orizzontale, più confacente alla moderna sensibilità delle relazioni internazionali.

 

In questa prima parte, saranno esplorati la dissoluzione dello jus publicum europaeum e il fallimento della Società delle Nazioni come organizzazione promotrice di un nuovo nomos universalistico.

 

1. La dissoluzione dello jus publicum europaeum

La crisi dello jus publicum europaeum[1], ad avviso di Schmitt, principiò con la fine dell’eurocentrismo del diritto internazionale[2], che segnò la dissoluzione dell’ordinamento concreto in una visione «generale-universale»[3]. L’affermazione nello scenario internazionale delle potenze statunitense e giapponese[4] incise sulla tenuta del nomos della terra europeo. Ma ancor più rivelatore fu il riconoscimento quali Stati di entità politiche africane e asiatiche del tutto prive dei caratteri strutturali della forma-Stato elaborata dalla scienza giuridica europea. Si pervenne, così, a imporre regole giuridiche uniformi a spazi diversi tra loro, secondo cadenze universalistiche che ignoravano le specificità storiche, culturali e spirituali dei popoli.

In realtà, «la destituzione dell’Europa da centro della terra, nel diritto internazionale, fu scambiata […] per un’elevazione dell’Europa a punto centrale della terra»; tuttavia

ciò che subentrava al suo posto non era un “sistema” di Stati, ma una compresenza confusa di relazioni fattuali, senza connessioni spaziali e spirituali, di oltre cinquanta Stati eterogenei […]: un caos senza alcuna struttura, che non era più capace di alcuna limitazione comune della guerra e per il quale, infine, nemmeno il concetto di “civiltà” poteva valere più come sostanza di una certa omogeneità[5].

Questa costruzione, del resto, era coerente con il disegno economicistico britannico che esigeva un panorama giuridico unitario nel quale sviluppare le rotte e gli affari[6]. Non sfugge come all’identità del diritto internazionale pubblico – con la reductio ad unum delle diverse specie di territorio: madrepatria e colonie – corrispondesse altresì un sistema economico unitario, conforme ai valori liberisti e segnato dalla distinzione tra pubblico e privato[7].

La comunità del liberum commercium internazionale stava infatti dietro l’immagine, posta in primo piano, di Stati sovrani tra loro rigorosamente separati sul piano territoriale[8]: proprio qui, nel campo dell’economia, l’antico ordinamento spaziale perse evidentemente la sua struttura[9].

Secondo Schmitt, l’Inghilterra tentò di imporre un nuovo nomos della terra, ponendosi come centro universale. Ma l’isola si rivelò troppo piccola per quest’impresa, e al contempo troppo potente sui mari per consentire una diversa ripartizione oceanica[10].

L’equilibrio tra terra e mare dello jus publicum europaeum disparve definitivamente al prevalere del mare (e della tecnica[11]) sulla terra, in esito alla prima guerra mondiale. Fu quel conflitto che sancì la vittoria di potenze extraeuropee e – soprattutto – degli Stati Uniti.

«Le conferenze di pace di Parigi dell’inverno 1918-1919 dovevano porre fine ad una guerra mondiale e introdurre una pace mondiale»[12]. Tuttavia, fallirono nel loro intento. Furono, peraltro, conferenze non esclusivamente europee: non solo ad esse parteciparono grandi potenze extraeuropee, come Stati Uniti e Giappone, ma si svolsero anzi in danno di due grandi imperi mitteleuropei, la Germania e l’Austria-Ungheria:

mentre nei secoli passati erano state le conferenze europee a determinare l’ordinamento spaziale della terra, nelle conferenze di pace di Parigi […] era il mondo che decideva sull’ordinamento spaziale dell’Europa[13].

 

2. La Società delle Nazioni

L’universalismo derivante dalla Weltanschauung dei vincitori si tradusse nell’istituzione della Società delle Nazioni ginevrina[14]. Questa, peraltro, non riuscirà mai a governare la pace mondiale, per la mancanza di un ordinamento concreto da assumere a parametro dello status quo[15]:

Il motivo vero e proprio dell’insuccesso della Lega di Ginevra era la totale mancanza, in essa, di ogni decisione in grado di fondare un ordinamento spaziale, e persino di ogni idea di un ordinamento spaziale[16].

Anzitutto, la Lega – per usare la definizione preferita da Schmitt[17] – risultava condizionata degli Stati Uniti, il cui Presidente Wilson l’aveva fortemente patrocinata, senza tuttavia riuscire a convincere il Senato americano votare l’adesione. Pur avendo rinunciato a farne parte, però, gli USA la controllavano attraverso i propri Paesi-satellite del continente americano.

Ne alimentava inoltre la delegittimazione l’assenza di un’altra superpotenza, la Russia sovietica, che non fino al 1935 non volle aderirvi[18].

D’altro canto, i principali protagonisti dell’organizzazione internazionale, Francia e Inghilterra, non condividevano la stessa immagine della terra.

L’impostazione britannica era di intransigenza sul controllo marittimo, che consentiva all’isola di governare il proprio impero mondiale, ma di apertura a rivisitazioni territoriali sul suolo europeo. Al contrario, la Francia – potenza terranea – ostacolava recisamente qualsiasi cambiamento territoriale continentale.

Ma la vera questione era considerata da Schmitt l’alternativa tra centralizzazione e pluralismo del potere mondiale:

lo sviluppo planetario aveva condotto già da tempo a un chiaro dilemma tra universo e pluriverso, tra monopolio e polipolio, ovvero al problema se il pianeta fosse maturo per il monopolio globale di un’unica potenza o fosse invece un pluralismo di grandi spazi in sé ordinati e coesistenti, di sfere d’intervento e di aree di civiltà, a determinare il nuovo diritto internazionale[19].

A questo grande interrogativo la Lega non seppe, e non poté, offrire risposta, limitandosi semplicemente a registrare le volontà dei singoli Stati dominanti[20].

Come rileva Carlo Galli

la Società delle Nazioni è insomma uno strumento di politica «indiretta», per la protezione dei vincitori e del loro bottino, e per la punizione dei vinti; il suo universalismo è in realtà imperialismo, un’arma di guerra che si presenta come strumento di pace[21].

Opinione, questa, condivisa da Gianfranco Miglio che osservava che

Le potenze dell’Intesa avevano combattuto la Germania in nome degli ideali liberaldemocratici e dell’eguaglianza nel diritto: ma le clausole punitive del trattato di Versailles apparvero presto, agli occhi di Schmitt e dei suoi connazionali, per ciò che in buona parte erano: e cioè i mezzi con cui i vincitori tentavano di imbrigliare la potenzialità economico-industriale dei tedeschi. Era un’esperienza che aveva già fatto il più antico politologo dell’Occidente, Tucidide, quando si era accorto che Sparta, dopo aver combattuto l’imperialismo di Atene, lo stava sostituendo con uno ancora peggiore[22].

Ancor più impietosamente, Günter Maschke afferma che

Sotto gli orpelli delle sue declamazioni umanitarie, la Società delle Nazioni era soprattutto un’organizzazione di vincitori volta ad assicurarsi il bottino del 1918-1919 e a salvaguardare l’ingiusto e conflittuale status quo creato da Versailles, che era di fatto una guerra in tempo di pace, o – come sembra avere detto Clemenceau – una continuazione della guerra con altri mezzi. Ma prima di tutto la Società delle Nazioni era una macchina per la repressione e il dissanguamento della Germania […][23].

L’organizzazione internazionale, insomma, si mostrava istanza decisionale superiore per i Paesi deboli o sconfitti, mentre rappresentava nient’altro che una camera di compensazione diplomatica, priva di poteri incisivi, rispetto alle potenze vincitrici[24].

Anche con riferimento al concetto di guerra, la Lega appariva perplessa. Pur proclamandosi fedele al modello tradizionale di guerra interstatale,

cercava […] di introdurre, per mezzo di pressioni economiche e finanziarie, nuovi strumenti di costrizione e nuove sanzioni, il che finì per cancellare la guerra non discriminante del diritto internazionale interstatale e, con essa, il fondamento del diritto di neutralità fino ad allora riconosciuto[25].

Schmitt, schematicamente, riconosceva la mediocrità della Società delle Nazioni sotto tre profili:

  1. i mutamenti territoriali. Riscontrava come la carenza di un chiaro nomos della terra impedisse di elaborare soluzioni alle concorrenti necessità, rappresentate da diversi Stati, di tutela dello status quo e di revisione degli assetti territoriali;
  2. le neutralizzazioni permanenti. L’adesione a una prospettiva moralistica del diritto internazionale e ad un concetto di bellum iustum faceva cadere l’ubi consistam della neutralità, fondata sulla aequalitas degli iusti hostes. La partecipazione delle potenze neutrali all’assemblea ginevrina ne comportava, pertanto, una squalificazione e ne poneva a repentaglio l’indispensabile terzietà;
  3. il rapporto con l’emisfero occidentale, riconosciuto per tabulas come spazio politico dalla codificazione, all’art. 21 del Trattato di Versailles, della dottrina di Monroe. Peraltro, questo prezzo politico-diplomatico fu pagato invano, atteso che gli Stati Uniti non aderirono alla Lega delle Nazioni. L’ambiguità statunitense, fatta di presenza sostanziale e assenza formale, determinava una forma di eterodirezione della Lega da parte degli USA. Era la conferma di un potere mondiale che superava i confini territoriali, imponendo il controllo di uno Stato su altri Stati, quantunque questi ultimi conservassero un’apparenza sovrana. Con l’accoglimento della dottrina di Monroe senza alcun corrispettivo, la Lega ginevrina «rinunciò a porre a fondamento del proprio sistema spaziale, che non era né specificamente europeo né coerentemente globale, un chiaro ordinamento dello spazio»[26]. Abdicava così a qualsiasi potere di indirizzo nei confronti degli Stati americani, che, de jure posito, rimanevano protetti da ogni ingerenza esterna[27].

Senza che la Società delle Nazioni potesse svolgere il ruolo di un katechon ­ – ovvero di un freno alla dinamica conflittuale –, la prevalenza del punto di vista della potenza oceanica si tradusse nell’adesione a una logica monistica e universalistica, trascendente nel moralismo internazionale[28].

Andando a ritroso nella storia del diritto internazionale, dallo justus hostis, del quale si riconosce la legittimità[29], si ritornò al bellum justum[30]. La caratterizzazione sostanziale della giustezza del conflitto e della ragione delle parti belligeranti implicava, dunque, che il nemico degradasse a criminale[31].

Questa tendenza è individuata da Schmitt negli artt. 227 e 231 del Trattato di Versailles. Nel primo, veniva messo sotto accusa il Kaiser Guglielmo II Hohenzollern; nel secondo, si addebitava alla Germania la responsabilità della guerra[32].

In quanto fuorilegge il nemico doveva essere affrontato e distrutto, in una guerra totale, estesa anche ai civili.

Tale lettura morale dell’ostilità si evidenziava anche dalla continuazione della guerra con altri mezzi. In particolare, le riparazioni economiche imposte alla Germania e le sue umiliazioni territoriali venivano interpretate da Schmitt come una non-pace, assimilabile ad una guerra strisciante[33].

Il nomos di Versailles e Ginevra rimaneva, così, drammaticamente precario e instabile.

 

3. Gli Stati Uniti, nemico dell’ordine terraneo

Il contrammiraglio della Marina americana Mahan considerava gli Stati Uniti l’isola maggiore[34], che avrebbe potuto subentrare alla Gran Bretagna nel dominio del mare e, attraverso quell’elemento, del mondo. Gli Stati Uniti, del resto, non sono soltanto eredi della tradizione marittima e, dunque, industriale anglosassone. Sono anche figli dei puritani inglesi, che fornirono l’energia spirituale per i grandi viaggi oceanici e la conquista di mare e di terra dei gloriosi XVI e XVII secolo[35].

Questo carattere marittimo, tuttavia, non si manifestò immediatamente nella storia americana. Ciò anche in virtù dell’esigenza dei coloni e poi degli Stati Uniti di conquistare l’ovest[36]. La loro, dunque, fu all’inizio un’epopea terrestre, che, però, si volgeva alla creazione di un’isola. Solo quando la presa del continente fu compiuta poterono volgersi definitivamente ai mari: all’Atlantico prima, al Pacifico poi.

La politica americana è allora pervasa dall’ambiguità: una tendenza alla chiusura isolazionista, una controforza che si proietta invece nel mondo[37].

Questa duplicità si manifesterebbe anche nella fondamentale dottrina di Monroe, del 1823. Vi si affermava l’indipendenza del continente americano, respingendo qualsivoglia tentativo di ingerenza delle potenze europee. Veniva tracciata una linea, che riservava al nuovo mondo l’emisfero l’occidentale. Gli Stati Uniti si facevano garanti dei Paesi del Centro e del Sud America, di recente liberatisi dalla madrepatria europea. Veniva istituita una linea di demarcazione – un cordone sanitario – che separava così l’emisfero occidentale dalla corrotta Europa[38].

In breve, la Monroe Doctrine sanzionava un’egemonia statunitense sul continente, tanto da far giungere alla sineddoche per cui l’America vien fatta coincidere con gli Stati Uniti.

Sarebbe questa, ad avviso di Schmitt, la prima teorizzazione del grande spazio (Grossraum), inteso come territorio eccedente i confini nazionali, caratterizzato da affinità politico-culturale, in cui è egemone un Impero, con esclusione dell’intervento di potenze estranee[39].

Quantunque detentori di questo primo modello storico-concreto di grande spazio, gli Stati Uniti virarono, tuttavia, verso una concezione marittimo-universalista[40]

È questa una torsione della dottrina di Monroe, interpretata dagli USA come principio abilitante l’intervento ovunque siano in gioco interessi americani[41]. Ne sono testimonianza le posizioni di Wilson e di Roosvelt, icasticamente sintetizzate nella dottrina di Stimson del 1932[42].

Durante il secondo conflitto mondiale – che per Schmitt si sarebbe declinato in una doppia guerra: quella terrestre, iniziata col conflitto civile spagnolo del ’36, e quella oceanica, scoppiata a Pearl Harbour nel dicembre ’41–, l’Autore concentrò la propria analisi sull’intervento americano[43]. Richiamando le tesi del 1904 dell’ammiraglio Mahan, sosteneva che gli Stati uniti sarebbero succeduti all’Inghilterra come superpotenza oceanica, in quanto ‘isola più grande’ in grado di sostenere l’imperialismo marittimo in uno spazio dilatato[44].

L’Autore si dimostrava però critico rispetto alla decisività dell’entrata in guerra americana, rilevando come gli Stati uniti non potessero essere determinanti a causa delle intrinseche contraddizioni della loro politica, combattuti com’erano tra interventismo e isolazionismo, in un’ambigua lettura della dottrina di Monroe[45]:

da decenni, insomma, l’emisfero guidato dagli Stati Uniti vacilla tra tradizione e situation, isolazionismo e interventismo, neutralità e guerra mondiale, riconoscimento e non riconoscimento di ogni nuova situazione[46].

Pur riconoscendo che gli USA potevano avvalersi sia dell’arma ideologico-concettuale del ‘grande spazio’ americano, sia della vocazione universale britannica, in un doppio gioco ideologico e pragmatico, secondo Schmitt questa indecisione di fondo rendeva la nuova superpotenza un attore inconsapevole della storia. Né rallentatori – con l’Impero britannico, katechon di ogni mutamento mondiale – né propulsori di un nuovo ordinamento della terra:

quando abbandonò il terreno dell’isolamento e della neutralità, il presidente Roosvelt si sottomise nolens volens al costitutivo orientamento frenante e rallentante del vecchio impero mondiale britannico. Nel medesimo tempo però proclamò il «secolo americano», per mantenere la traiettoria americana verso il nuovo e il futuro in cui si era mossa la stupefacente ascesa degli Stati Uniti nel XIX secolo. Anche in questo caso […] il passo oscilla nelle profonde contraddizioni interne di un emisfero che ha perduto il proprio baricentro[47].

Evidentemente, Schmitt scriveva da tedesco in guerra contro gli Alleati nel 1942: gli americani furono decisivi nel conflitto e confermarono il Novecento come ‘the American century’.

Tuttavia, la critica culturale agli Stati Uniti non cessò: Schmitt non rinunciò mai al suo tradizionale nemico, neppure dopo la sua sconfitta[48].

Nel Nomos della terra (1950), osserverà come

nel medesimo tempo in cui si iniziava in politica estera l’imperialismo degli Stati Uniti, la situazione interna statunitense vedeva invece terminata l’epoca della sua novità. Il presupposto e il fondamento di quella che, in senso reale e non semplicemente ideologico, poteva essere detta la novità dell’emisfero occidentale era venuto meno. Già attorno al 1890 cessò negli Stati Uniti la libertà di conquista interna e si era conclusa la colonizzazione del territorio che era stato fino ad allora libero. Fino a quel momento era rimasta ancora valida negli Stati Uniti la vecchia linea di confine, che teneva separati i territori colonizzati e territori liberi, ovvero aperti alla libera conquista. Fino ad allora era esistito anche l’abitante tipico di questa linea di confine, chiamato frontier: colui che poteva spostarsi dal territorio colonizzato al territorio libero. Ma ora, assieme al territorio libero cessava anche la libertà fino ad allora esistente. L’ordinamento fondamentale degli Stati Uniti, il radical title, si trasformò […][49].

Ad ogni modo, nonostante le valutazioni schmittiane, era indubbio che dalla seconda guerra mondiale fosse sorto un nuovo nomos della terra, sotto il segno delle due superpotenze USA e URSS.

 

4. Il nomos della cortina di ferro e l’alternativa multipolare

Già dal 1942 Schmitt aveva evidenziato la specificità della seconda guerra mondiale nel fatto che essa era

una guerra per l’ordinamento dello spazio in grande stile, la prima guerra per l’ordinamento dello spazio di proporzioni planetarie[50].

Non quindi una guerra dentro il nomos, ma una guerra per un nuovo nomos globale.

Concluso il conflitto, non abdicò alle sue categorie interpretative, cercando di leggere la contemporaneità attraverso i concetti di nomos e di grande spazio e l’opposizione terra-mare.

Pur ammettendo l’aleatorietà della distinzione est-ovest, Schmitt osservava come l’emisfero occidentale fosse essenzialmente oceanico, mentre quello orientale terraneo. Rinveniva dunque nuovamente la sua formula terra contro mare, in cui civiltà telluriche orientali si scontrano con quelle marittime occidentali[51].

Era, tuttavia, certo che la struttura geopolitica binaria fosse per sua natura transitoria, innalzando la tensione internazionale ed umana ad un livello insostenibile[52].

Secondo l’Autore tre sarebbero stati i fenomeni caratterizzanti un nuovo nomos del secondo dopoguerra: l’anticolonialismo, la presa dello spazio cosmico, l’industrializzazione del terzo mondo[53].

L’anticolonialismo sarebbe stato fondato, nell’avviso di Schmitt, su una leggenda nera antieuropea, che aveva dipinto l’Europa come aggressore e nemico della pace. Dietro la coltre ideologica, l’anticolonialismo avrebbe avuto, dunque, una connotazione eminentemente spaziale: suo scopo sarebbe stato di distruggere l’ordine europeo per sostituirlo con un nuovo ordine. Ciò sarebbe dimostrato dalla circostanza che sul banco degli imputati sia stato posto il solo imperialismo europeo, mentre analoghe posture aggressive – come quella sovietica – non sono state oggetto della stessa censura. Ad ogni modo, secondo Schmitt, la weltanschauung anticolonialista avrebbe carattere soltanto ‘negativo’:

non ha la capacità di promuovere in modo positivo l’inizio di un nuovo ordinamento dello spazio[54].

Al contempo, sarebbe venuta in gioco – per contrappasso – anche la ‘colonizzazione’ del cosmo, secondo la nota azione tripartita di appropriazione, divisione, produzione.

Tuttavia, al centro della visione politica sarebbe rimasta, per il filosofo tedesco, la terra. Il dominio della terra avrebbe garantito i mezzi tecnici per conquistare il cosmo; e la conquista del cosmo avrebbe assicurato le risorse ideologiche fondamentali per conquistare la terra, il solo vero obiettivo delle potenze in lotta.

La guerra fredda rappresenta, per Schmitt, un conflitto che distrugge tutti i concetti classici del diritto internazionale europeo: la distinzione tra guerra e pace e quella tra nemico e criminale.

L’Autore ha, dunque, schematizzato diacronicamente la guerra fredda in tre fasi.

La fase del One World rappresenterebbe il pre-stadio della guerra fredda. In questo periodo, Stati Uniti e URSS – alleati contro Hitler – avrebbero creato un sistema internazionale tendenzialmente unitario, ispirato alla concordia delle due superpotenze.

Ma già nel ’47, al manifestarsi dei primi contrasti tra i due Stati-guida, avrebbe avuto inizio la fase bipolare, segnata dal confronto agonistico tra USA e URSS, con il declino delle tradizionali partizioni guerra-pace e nemico-criminale.

La terza fase consisterebbe, invece, nell’emersione di ‘terze forze’, che avrebbero potuto aprire a un mondo multipolare.

Schmitt si interrogava, così, su quale sarebbe potuto essere il nuovo nomos della terra dopo la guerra fredda: la vittoria completa di una delle due parti, con l’affermazione di un impero mondiale, che stringesse terra e mare; una riedizione dello jus publicum europaeum, con l’affermazione degli Stati Uniti sullo spazio aereo in luogo del dominio britannico sul mare; o, infine, la creazione di grandi spazi reciprocamente indipendenti[55].           

Riguardo la prima ipotesi, Schmitt manifestò notevoli preoccupazioni, dimostrando – naturalmente – la sua propensione per la terza, quella di un equilibrio dei ‘grandi spazi’.

A suo avviso, l’unità del mondo, implicante il dominio di un solo principio politico sulla terra, sebbene possa apparire desiderabile, non sarebbe concettualmente neutra. Infatti, la signoria esclusiva può essere tanto buona che cattiva.

Schmitt riconosceva come il progresso della tecnica sembrasse favorire l’unità, ma dubitava che il mondo potesse essere ridotto – attraverso il progresso scientifico – a un’entità pienamente dominabile e plasmabile da una sola superpotenza che imponesse il proprio esclusivo nomos.

Riteneva che quale che fosse stato il vincitore si sarebbe aperta un’era di universalismo, sotto il dominio di un’unica superpotenza[56]. In questo senso, Ovest ed Est apparivano a Schmitt accomunati dalla filosofia della storia, e cioè da una visione escatologica per cui, con il progresso della tecnica e la pianificazione, si sarebbe giunti ad una società ideale (del consumo o della terra elettrificata, rispettivamente)[57]. Questa logica storicista avrebbero tanto i piani quinquennali staliniani, quanto la fede nel progresso della società del benessere occidentale[58].

Schmitt propendeva, dunque, per la soluzione dei ‘grandi spazi’, che gli sembrava peraltro la più realistica[59]. Il mondo sarebbe stato troppo grande per contenere solo due ideologie dalla medesima radice, non mancando quelle che potremmo chiamare aree di civilizzazione non riducibili alla dicotomia USA-URSS: l’Europa, l’Islam, l’India, la Cina, gli Stati di civiltà ibero-lusitana.

Sarebbero dunque esistite riserve spirituali eccedenti la sola dicotomia Est-Ovest, che avrebbero restituito infine un mondo plurale[60].

Del resto, come osserva Andrea Mossa, Schmitt rinviene nell’azione internazionale degli Stati Uniti una «tendenza entropica», un nulla-di-ordine che si contrappone a una visione spazialmente regolata della terra. In questa prospettiva, potrebbe dunque parlarsi di un moto “entropico e centripeto”, in cui il disordine si sviluppa in ragione di una centralizzazione del potere mondiale nel monopolio di una sola potenza.

Sicché, mentre la Gran Bretagna poteva essere considerata un katechon, una forza ritardante la fine della propria potenza imperiale-coloniale, gli Stati Uniti paiono piuttosto l’Anticristo, che, nel mysterium iniquitatis, usurpa il potere divino, imponendo un’unicità coatta e livellatrice di ogni differenza[61].

Nell’ultima fase del pensiero schmittiano,

“il vinto che scrive la storia” userà parole ben diverse: […] intendendo il nemico non più come avversario irriducibile, da annientare in una battaglia decisiva, bensì come un simile con il quale occorre trovare un’intesa e un confine. Poiché il nemico è colui che, limitandomi, mi definisce, annientarlo significherebbe annientare me stesso[62].

 

5. La dottrina dei ‘grandi spazi’

Non sempre può pretendersi da uno studioso una pars construens. È talora già nella notazione critica che si concentra l’utilità di una riflessione, che può consentire di meglio comprendere il reale. Tuttavia, Schmitt non si sottrae all’elaborazione di una proposta di nuovo nomos della terra, in opposizione al potere globale americano o sovietico.

L’ideale schmittiano per conferire stabilità alle relazioni internazionali e garantire la pace è dunque il ‘grande spazio’[63], così definito per la prima volta nel 1941:

Il termine «grande spazio» esprime, dal nostro punto di vista, il mutamento delle dimensioni e delle rappresentazioni dello spazio terrestre che domina l’attuale sviluppo della politica mondiale. Mentre infatti la parola «spazio», accanto ai suoi vari significati specifici, mantiene un senso fisico-matematico generale e neutrale, l’espressione «grande spazio» costituisce per noi un concetto concreto, storico-politico, che guarda al presente[64].

Secondo Carlo Galli, il ‘grande spazio’ è

uno spazio messo in forma da un comando egemone, portatore del principio organizzativo dello Stato, ma ben più di questo capace di dar vita a un ordine politico concreto, consapevole di dovere governare al proprio interno una pluralità di organismi nazionali (che l’Impero gerarchizza nel proprio Grande spazio, escludendone le potenze estranee.

Un mondo diviso in grandi spazi governati da potenze egemoni potrebbe garantire la pace o – almeno – una limitazione della guerra. Osserva Stefano Pietropaoli che

alle soglie della seconda guerra mondiale la proposta teorica schmittiana rispecchiava l’anelito di una Germania che si sentiva stretta nella morsa di due universalismi: quello liberale a ovest, quello bolscevico a est. Schmitt sognava un’Europa forte, capace di difendere la propria autonomia dalle aspirazioni espansionistiche degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica[65].

Questo nuovo concetto ordinante viene elaborato movendo dall’analisi economico-organizzativa:

[…] con le prestazioni stupefacenti della grande industria tedesca nel dopoguerra […] diventa per la prima volta specificamente chiara come parola e come cosa; e ciò in virtù della collaborazione pianificata tra vaste reti di elettrodotti e gasdotti, e un «raggruppamento di centrali elettriche», il che significa razionale sfruttamento della varietà degli impianti per la produzione di energia, razionale ripartizione dei vari carichi, ricorso a riserve interscambiabili […][66].

È interessante osservare come Schmitt, pur critico riguardo allo scatenamento della tecnica, non esiti a trarre proprio dallo sviluppo industriale la nozione fondamentale del nuovo ordinamento spaziale della terra.

E, forse con maggiori implicazioni di quanto possa apparire, suggerisce che

la formazione economica del grande spazio può del resto – come accade spesso nell’economia dell’elettricità – svilupparsi dal basso in alto, con distretti spazialmente limitati che si associano più o meno «organicamente» in complessi più grandi; ma può anche – come appare evidente nella fornitura a distanza di coke metallurgico – essere intrapresa fin dall’inizio mediante reti che coprono grandi spazi e progettate in vista di grandi spazi, cui poi si allacciano le reti che servono i piccoli spazi[67].

Come si avrà modo di esporre in seguito, già da qui si può intuire l’ambiguità della nozione di ‘grande spazio’, suscettibile d’applicarsi sia a realtà federative bottom-up che processi impositivi top-down.

Riguardo il percorso bottom-up, Schmitt, nel Nomos della terra (1950), evoca anche il pensiero di Maurice Hauriou (1856-1929), secondo il quale le istituzioni politiche si formano in esito alla creazione di un mercato comune, quando esso «oltrepassa i confini della città-Stato e si fa territorio nazionale». Alla luce di queste considerazioni istituzionalistiche, Hauriou aveva proposto l’orizzonte di «un grande spazio unificato federalisticamente», ma a Ginevra era invece prevalsa la «pretesa ideologica di un universalismo acritico»[68].

Il ‘grande spazio’ mira a designare la nuova unità spaziale di diritto internazionale, a differenza delle precedenti nozioni di ‘sfera di interesse’, ‘back country’, ‘contiguity’, ‘settore’, incapaci di realizzare un nomos della terra[69], come pure si rivelava insufficiente il diritto demografico dei popoli, sostenuto da Giappone e Italia[70].

Per grande spazio si intende, sotto il profilo definitorio, un ambito eccedente il territorio statuale, dominato – per mezzo di un principio politico determinato[71] – da un impero, che escluda le ingerenze di altri attori geopolitici portatori di diverse idee ordinatrici.

Il ‘Grossraum’ non coincide con lo spazio vitale hitleriano[72], anche se alcune interpretazioni potrebbero rafforzare il secondo per il tramite del primo. Invero, Schmitt tende a dimostrare come un pezzo di mondo possa e debba, secondo il diritto internazionale che emerge dalla realtà effettuale, essere sottoposto all’influenza determinante di uno Stato-guida, che si fa garante dell’esclusione di soggetti estranei.

Non si tratterebbe neppure di evocare i confini naturali, privi di portata euristica, in quanto scollegati dalla dimensione politica, culturale, sociale e spirituale dei popoli, bensì di uno ‘spazio operativo politico’, sede di una potenza idonea a circoscriverlo. Il grande spazio non è infatti un dato, ma un esito concreto storicamente determinato.

Come detto, il soggetto politico che si proietta nel ‘grande spazio’, rifiutando l’altrui ingerenza, è l’impero.

Imperi, in questo senso, sono le potenze egemoni, la cui idea politica s’irradia in un grande spazio determinato, e che per questo spazio escludono per principio gli interventi di potenze esterne[73].

L’Impero rappresenta, per Schmitt, la nuova grandezza storico-politica protagonista del diritto internazionale, cui lo Stato – come struttura formale determinata ormai inane rispetto alla rivoluzione spaziale della tecnica scatenata – dovrebbe far luogo.

L’Impero non coincide con il ‘grande spazio’, sebbene ogni ‘grande spazio’ esiga un Impero. Quest’ultimo proietta la propria egemonia su un territorio più esteso di quello ove esercita una sovranità diretta, controllando anche popoli e Stati nella propria orbita di influenza.

Schmitt ha cura di sottolineare che – in relazione ai ‘grandi spazi’ – non debba farsi riferimento all’Empire britannico, universale e frammentario, né all’universalistico Imperium dei romani, ma al Reich tedesco, paradigma, anche spirituale, di un impero nazionale radicato sul suolo. Il Reich, dunque, espressione del Völk, dovrebbe controllare e garantire un ‘grande spazio’, da intendersi quale ‘spazio operativo’ eccedente i singoli territori nazionali[74].

Quale autorevole precedente storico, Schmitt invoca la dottrina di Monroe (1823), che consegna il ‘grande spazio’ americano a un regime internazionale distinto da quello legittimistico-dinastico europeo, nel quale non sarebbero più state ammesse conquiste coloniali da parte degli europei. Schmitt non mira a un’acritica recezione del principio, sostenendo invece che il suo

[…] compito consiste piuttosto nel rendere manifesta l’idea fondamentale in essa racchiusa – utile per il diritto internazionale – di un principio giuridico dei grandi spazi, in modo da renderla proficua anche per altri spazi vitali e altre situazioni storiche[75].

Nondimeno, la politica dei due presidenti Theodore (1901-1909) e Franklin D. Roosevelt (1933-1945) avrebbe riletto la dottrina di Monroe, travisandone il contenuto di affermazione di un grande spazio[76] e rivendicando invece agli Stati uniti un presenzialismo ubiquitario negli affari internazionali. La dottrina di Monroe cessa così di esprimere, avant la lettre, una teoria dei grandi spazi, per assurgere invece a versione statunitense dell’universalismo anglosassone[77], che non concepisce una ripartizione spaziale della terra, per accedere ad una politica di indifferenziazione pan-interventista[78]. Se si tratti di principio giuridico o politico è, secondo Schmitt, questione in fondo superflua. Il giurista evidenzia tuttavia come l’establishment americano abbia sempre propeso per una qualificazione politica, allo scopo di mantenere il monopolio della definizione del suo specifico contenuto, mediante una concretizzazione decisionistica di un principio ormai indeterminato.

Contro il concetto eminentemente terraneo dei ‘grandi spazi’, portato dalla dottrina di Monroe, si stagliava la dimensione oceanica del mondo. Questo principio divergente sarebbe risieduto nel principio della sicurezza delle vie di traffico dell’impero mondiale britannico, di cui si sono – mutatis mutandis – appropriati gli Stati Uniti[79].

A parere di Schmitt, connessa ai principi universalistici di interesse anglosassone è anche la tutela delle minoranze, che abiliterebbe un intervento tutorio delle grandi potenze liberali. Contraddittoriamente, peraltro, tale tutela ab externo sarebbe stata limitata esclusivamente ad un ‘grande spazio’, quello dell’Europa orientale dei nuovi Stati istituiti a seguito del primo conflitto mondiale[80].

È dunque in questi termini che si pone, ad avviso di Schmitt, la sfida tra l’universalismo individualistico liberale, che propone una omogenea regolamentazione internazionale del pianeta, e il principio terraneo dei ‘grandi spazi’, che riserva a ciascun territorio il proprio diritto, incoercibile da potenze estranee.

Mette conto osservare, dunque, come secondo Alain De Benoist

‘il grande spazio’ appare così destinato a giocare un ruolo di katechon rispetto alla globalizzazione[81].

Il concetto di ‘grande spazio’ in Schmitt è sostanzialmente aperto[82]. Non viene precisato, infatti, il processo – storico e politico – attraverso cui esso dovrebbe essere istituito, né si chiarisce come se ne debba assumere la guida.

Osserva al riguardo Carlo Galli che

se il concetto di Reich abbia o non un «nocciolo statualistico», e se il Grossraumdenken schmittiano sia aggressivo o ordinativo, è questione che ancora oggi è dibattuta. Da una parte vi è chi, come Koenen, sostiene non solo una sintonia lessicale, ma anche una dipendenza concettuale di Schmitt – il cui pensiero sarebbe sempre una “teologia del Reich” – dall’analoga tematica tipica della “rivoluzione conservatrice”, così che gli scritti di questi anni sarebbero l’ultimo tentativo schmittiano di realizzare, su scala internazionale, il progetto politico “conservatore”; dall’altra, studiosi come Maschke propendono invece per una maggiore indeterminatezza del concetto schmittiano di Reich, e sottolineano che con esso Schmitt sicuramente riconosce, come da tempo aveva fatto, la fine del significato politico dello Stato, in politica interna, ma al contempo ne accetta, a livello internazionale, una sopravvivenza a scopi funzionali e ordinativi[83].

Essendo stato sviluppato nel milieu intellettuale nazionalsocialista – quantunque con le doverose precisazioni già svolte e pur non essendosi mai espresso l’Autore in questo senso – parrebbe plausibile un’interpretazione gerarchicamente connotata, segnata dall’egemonia di un Impero che assoggetta i Paesi circostanti[84]. Si assisterebbe così ad una rispazializzazione mediante l’istituzione di uno Stato-guida che – in varia guisa – predominerebbe sugli Stati-satellite a sovranità limitata.

Carlo Galli rileva, ancora, che il Reich

[…] esercita la propria egemonia in un Grossraum di dimensioni continentali; all’interno di questo grande spazio trovano posto, in ruolo subordinato, altre nazionalità con configurazione statuale, almeno da un punto di vista organizzativo (le nazioni, quindi, non valgono come immediatezza etnica ma devono anzi essere giuridicamente “elaborate”). A livello planetario si avrebbe così un “equilibrio di egemonie” continentali, ovvero un ordine giuridico-politico pluralistico, capace di risolvere la questione della guerra discriminatoria […][85].

In questa costruzione, peraltro, che lo Stato-guida, l’Impero, curi gli interessi dei Paesi sotto-ordinati resta, in verità, una petitio principii.

È tuttavia altrettanto sostenibile un’altra lettura del ‘grande spazio’, in prospettiva comunitaria e coordinamentale, piuttosto che gerarchica.

Se, infatti, si volessero ‘prendere sul serio’ le assicurazioni schmittiane, si potrebbe ritenere che l’influenza imperiale si propaghi, geopoliticamente, a salvaguardia di un’area culturale coesa:

allora si mostrerà che i grandi spazi trovano il loro centro e il loro contenuto non solo nella tecnica ma anche nella sostanza spirituale degli uomini che lavorano assieme per svilupparli, sulla base della loro religione, della loro razza, della loro cultura e della loro lingua, e sulla base della viva forza della loro eredità nazionale[86].

In questa logica, Caterina Resta argomenta che

la teoria schmittiana del Grossraum rappresenta un passaggio obbligato per riflettere sulla necessità di una nuova, diversa rispazializzazione del Politico, di un nuovo nomos della terra, che sappia, anche, contrastare l’utopia di un universalismo giuridico assolutamente despazializzato. Particolarmente fecondo, a tale proposito, appare il concetto di “iconografia regionale”, che Schmitt riprende dal geografo Jean Gottmann; esso mostrerebbe come «le differenti immagini e concezioni del mondo scaturite da differenti religioni, tradizioni, dal passato storico e dalle organizzazioni sociali, costituiscono spazi peculiari»[87], contribuendo a costituire nel loro insieme «l’iconografia di una determinata regione»[88]. Si tratta, insomma, di riconoscere che lo spazio nel quale abitiamo non può ridursi a spazio meramente quantitativo, a tabula rasa […][89].

Ne conseguirebbe un legame ‘naturale’ tra Impero e Stati-satellite, cementato dall’identità del principio politico che anima il ‘Grossraum’. Il ‘grande spazio’ conserverebbe utilità euristica e normativa, per ipotizzare delle relazioni internazionali sottratte ad approcci monistico-universalistici.

Senza intenti anti-comunitari, la stessa Unione Europea potrebbe essere interpretata come concretizzazione – se non dell’idea ­– di un’idea di ‘grande spazio’[90].

Del resto, secondo Günter Maschke è proprio da Schmitt che dovrebbe muoversi per costruire l’Europa unita. In questo senso, Alessandro Campi rileva che l’Autore

affronta il tema di una unificazione politica del blocco continentale europeo sostenendo che una tale unificazione potrà avvenire solo in presenza di alcuni precisi fattori: un potere egemonico che faccia da traino all’intero processo di integrazione, un’idea politica direttiva intorno alla quale tutti i soggetti possano riconoscersi, una certa omogeneità culturale tra i membri della federazione europea, la chiara individuazione di un nemico politico. In mancanza di questi elementi, l’Europa in via di unificazione […] sarà un’area integrata di scambi commerciali e finanziari […], ma senza alcuna rilevanza politica[91].

Non v’è chi non veda come – in questa logica – l’Europa è forse troppo poco schmittiana[92].

Anche Carlo Galli, pur distanziandosi dai ‘grandi spazi’, auspica

una rispazializzazione della politica che non vada né nella direzione conflittuale del potere dello Stato né in quella gerarchica dell’Impero né in quella moralistica e universalistico-discriminatoria della guerra giusta; e che si orienti invece verso una combinazione di nuovo federalismo e di nuovo efficace universalismo cosmopolita postmoderno (dunque diverso da quello statualistico dell’ONU) coagulato attorno non a Grandi spazi ma a nuclei di «potenza civile» che lo rendono concreto (l’Europa potrebbe esserne uno)[93].

Più critica la posizione di Pier Paolo Portinaro, ad avviso del quale i ‘grandi spazi’ restano concetto ancora schiacciato sull’idea statuale, intrinsecamente polemico e – comunque – inafferrabile nei contenuti e nel funzionamento:

geopoliticamente i grandi spazi vengono definiti e attivati soltanto mediante decisioni sovrane, che sono sempre decisioni sull’amico e sul nemico. Se a monte di un sistema di Stati sta sempre un ordinamento spaziale concreto, quest’ultimo non può assurgere a grandezza politica se non attraverso la contrapposizione polemica nei confronti di un altro ordinamento spaziale; solo un’unità giuridica che detenga il monopolio del politico può però farsi portatrice degli interessi di un Grossraum contro altri imperi o Stati estranei a quell’area. In questo modo il decisionistico Quis judicabit? continua a valere anche nella fase in cui gli Stati cessano di essere unità sovrane per ridursi a strutture burocratiche della società civile. Che cosa possa in questa fase determinare l’identità di un grande spazio, resta un problema aperto[94].

Anche Alessandro Campi argomenta che Schmitt ha lanciato, senza vincerla, la

[…] sfida […] verso la costituzione di un «nuovo ordine mondiale» e di nuove forme di aggregazione del «politico» […]. Analista lucidissimo, non gli è infatti riuscito di pensare fino in fondo un ordine politico post-statuale, di cogliere quindi le conseguenze estreme del suo stesso pensiero, sia sul piano della Verfassung materiale e dell’ordine civile interno, sia su quello dell’ordinamento planetario. Senza essersi mai abbandonato a lamentazioni nostalgiche, pure non è riuscito a liberarsi completamente dell’ombra maestosa dello Stato e dello sguardo severo dei suoi primi e geniali teorici; ha sempre agito su di lui, specie negli anni del secondo dopoguerra, l’incubo sinistro della «guerra civile mondiale», di un bellum omnium contra omnes mondiale destinato a dissolvere, insieme agli Stati, l’uomo e la stessa madre-terra. Naturalmente, da questo oggettivo limite della sua dottrina non si può certo prendere lo spunto per rinnegare il valore delle sue impostazioni metodologiche e concettuali.

Günter Maschke osserva poi, come limite intrinseco della teoria di Schmitt, che  

il suo grande spazio era plasmato in termini puramente continentali, e in ultima analisi implicava niente di meno che le potenze marittime – proprio per il fatto di non disporre di un grande spazio chiuso e di controllare soltanto un reticolo di linee di traffico e di collegamento – avrebbero dovuto gentilmente «abdicare», per pura e semplice colpa geografica. Il problema dell’equilibrio tra terra e mare, nonché dell’equilibrio in mare, di cui si erano occupati ancora Napoleone e i giuristi francesi del suo tempo, nell’«ordinamento dei grandi spazi» di Schmitt fu semplicemente fatto sparire con un escamotage […][95].

Interessante l’opposta visione di Antonio Cantaro, secondo il quale, in prospettiva attualizzante, nei ‘grandi spazi’

[…] Schmitt sembra alludere alla possibilità di un nuovo nomos duale, di un ordine giuridico della terra frutto dello scontro/incontro tra il nomos della tecnica e il nomos dei grandi spazi di civiltà. Un ordine alternativo a quello dei falsi universalismi del XX secolo[96].

Non pretendendo di rispondere a interrogativi di tanta portata, non sfugge il profondo legame tra ‘grande spazio’ e ‘terza forza’ come concetti antinomici all’impero globale (Empire). I ‘grandi spazi’ sono ontologicamente plurali e, pertanto, implicano l’esistenza di ‘terze forze’, capaci di limitare l’intervento delle potenze estranee sul territorio di propria influenza.

Di qui si intravede la genealogia del ‘grande spazio’, superamento ma non abiura dello Stato dell’età moderna.

Se Magni homines di pari dignità erano gli stati dello jus publicum europaeum, eredi della res publica christiana, su quali nuove basi si potrebbero oggi confrontare grandi spazi continentali, la cui storia e cultura hanno spesso ben poco in comune? Se in passato l’equilibrio della forza è stato l’elemento che ha consentito la limitazione della guerra e impedito la criminalizzazione del nemico, come evitare che, fondandosi su questo stesso principio, i conflitti tra i grandi spazi non si traducano in uno «scontro di civiltà», ove avrebbe la meglio la civiltà più “forte”[97].

Per Schmitt la politica dell’equilibrio rappresenta, dunque, un’innegabile garanzia di pluralismo in un ordinamento spaziale[98]. Tramontato, per consunzione interna e caos esterno, il prodotto intellettuale ‘Stato’, questo alto compito di bilanciamento di forze e controforze può essere affidato ai ‘grandi spazi’, nuova costruzione del diritto dimensionata allo scenario mondiale della tecnica scatenata[99].

 

6. Schmitt e il realismo politico: Huntington e Bull

Schmitt è sovente considerato come un realista per la sua concezione delle relazioni internazionali[100].

Al riguardo, può tracciarsi un parallelo tra la teoria del ‘grande spazio’ e l’interpretazione delle relazioni internazionali di Samuel Huntington[101].

Al riguardo, Filippo Ruschi afferma che,

accogliendo i suggerimenti di Alessandro Campi, non si può fare a meno di notare che la soluzione prefigurata da Schmitt sembra anticipare quanto ipotizza Samuel Huntington nel celebre Clash of Civilization, laddove l'ordine mondiale riposa sull'equilibrio esistente tra differenti aree di civilizzazione. Solo che mentre per il politologo statunitense questo ordine ha, con un alto grado di probabilità, una deriva 'pan-conflittualista' – il clash appunto –, Schmitt, memore della grande lezione del Concerto Europeo, è consapevole delle potenzialità cooperative di un tale assetto anarchico[102].

Lo studioso di Harvard ha, infatti, teorizzato che, con la fine della guerra fredda, il sistema internazionale si sarebbe ordinato sulla base di aree di civiltà omogenee, coese anche per credo religioso, guidate da uno Stato egemone (core State). In particolare, vengono distinte sette od otto civiltà: sinica, giapponese, indù, islamica, occidentale, latinoamericana, russo-ortodossa e (forse) africana.

L’agente fondamentale del sistema geopolitico diviene così la civiltà, in luogo dello Stato. Le civiltà si confrontano dialetticamente tra loro, con un destino ineluttabile di conflitto per l’affermazione dei propri valori e interessi. In questa prospettiva, l’Autore – nel proprio rivendicato afflato patriottico – teme per la leadership degli Stati Uniti, core State dell’Occidente.

Attingendo alle categorie del realismo politico, Huntington presagisce il declino dell’impero americano, in ragione della perdita del nemico mortale – l’URSS – e della ciclicità della storia, che pretende per le potenze una parabola che si conclude con la loro fine[103].

In particolare, la sfida dell’Occidente, secondo la logica challenge-response di Arnold Toynbee, sarebbe ora la competizione – fino all’estremo del conflitto armato – con il mondo islamico e quello asiatico. Il primo si sarebbe radicalizzato sul piano identitario mediante la esaltazione dell’elemento religioso; il secondo invece sarebbe un competitor economico che vorrebbe affermare la propria influenza anche culturale sul pianeta.

Le aree di civiltà, dunque, come osservato da Ruschi, si muoverebbero in questa logica pan-conflittuale nella ri-definizione delle relazioni internazionali post-guerra fredda.

Può osservarsi che sia Schmitt che Huntington pensano per categorie ormai sovra-statuali. Il ‘grande spazio’ e la civilization rappresentano, effettivamente, macro-aree storicamente determinate, innervate da legami culturali e politici tra gli Stati membri e guidate da uno Stato egemone.

Nondimeno, restano delle distanze fondamentali tra i due pensatori. Anzitutto, il rilievo annesso da Huntington alla religione quale elemento condizionante la civiltà non trova corrispettivo nel principio dei ‘grandi spazi’. Questo si sostanzia, infatti, nel

nesso tra un popolo politicamente ridestato, un’idea politica e un grande spazio politicamente dominato da questa idea, che esclude interventi stranieri[104].

Vero che l’idea politica, in termini schmittiani, ben può coincidere con la religione, purché essa trasmodi in elemento divisivo tale da determinare la disponibilità al conflitto[105]. Tuttavia, in Schmitt la neutralizzazione westfaliana della religione rappresenta una conquista delle relazioni internazionali[106], sicché – almeno in concreto – il ‘grande spazio’ nel pensiero dell’Autore parrebbe fondare principalmente su valori istituzionali, culturali e popolari, piuttosto che religiosi stricto sensu.

Va poi evidenziato come il giurista di Plettenberg respinga l’idea, di ascendenza pagana, della ciclicità della storia, che sembrerebbe invece accolta non solo dal suo amico e interlocutore Jünger, ma anche da Huntington.

Parimenti lungi – almeno nelle intenzioni[107] – dalla filosofia della storia hegeliana o marxiana, per Schmitt la storia – che non si ripete mai due volte –  è retta, secondo il «ritmo»[108] di Toynbee, da

una tensione dialettica “storico-concreta”. Si tratta di una dinamica fondata su un succedersi di domande, cui corrispondono altrettante risposte. Ed è proprio lungo questo intreccio di sfide e di soluzioni che si dipana la trama della storia del mondo e i differenti ordini concreti che si sono succeduti. La metafora meccanicistica che dopo Cartesio e Newton ha avuto una notevole diffusione nel dibattito filosofico, per quanto immediata, è del tutto fuorviante: non c’è alcuna legge immutabile. Né tanto meno questa dialettica si sviluppa in maniera lineare seguendo un percorso gradatamente progressivo[109].

Non va trascurato che lo storicismo schmittiano rimane legato anche – in una prospettiva teologico-pessimistica – al mysterium iniquitatis. La storia procederebbe verso l’abisso, e le forze spirituali dell’umanità militerebbero, cateconticamente, per frenare la discesa[110].

Le due prospettive si incrociano con esiti diversificati.

Non sempre raccogliere la sfida dei tempi vuol dire agire da katechon. Si consideri l’Inghilterra, che, nel raccogliere la chiamata oceanica, ha contribuito decisivamente al superamento del paradigma terraneo. Esempio ancor più vistoso è rappresentato poi dagli Stati Uniti, che hanno risposto alla challenge cosmica e – soprattutto – a quella nucleare, favorendo la disgregazione degli ultimi barlumi dello jus publicum europaeum.

Nella visione schmittiana, la sfida odierna– irreggimentare politicamente e umanizzare la tecnica scatenata[111]  – pare invece evocare un ruolo catecontico.

Altra notazione interessante riguarda il concetto di nemico. Huntington teme che, caduto il grande nemico – l’Unione Sovietica –, gli Stati Uniti rischino di smarrire la propria missione e la propria identità. Il ragionamento pare calcare le tesi del rapporto Freund-Feind.

Va, però, sottolineato come in Schmitt il duopolio USA-URSS apparisse in sé pericoloso per la stabilità internazionale e fosse concepito come un momento necessariamente transitorio. Lo studioso americano, invece, ritiene che la faglia est-ovest garantisse uno schema di sicurezza internazionale desiderabile, in quanto struttura ordinante. È il successivo raggruppamento in aree di civiltà che darà luogo all’inevitabile scontro, con un rovesciamento rispetto all’ideale di equilibrio dei ‘grandi spazi’ propugnato da Schmitt.

A disconfermare il parallelo tra i due Autori, può essere richiamata l’osservazione di Filippo Ruschi, secondo cui solo una forzatura in senso nazionalsocialista del pensiero di Schmitt può condurre a ritenerlo precursore dello scontro di civiltà:

identificare nella dottrina schmittiana del Grossraum una rilettura giuridicamente ‘esperta’ del Lebensraum di Hitler […] rischia di essere frettolos[o], dal momento che fa di Schmitt l’aedo dello scontro tra civiltà e l’appassionato promotore di un nuovo ordine mondiale egemonizzato dall’Occidente, all’ombra magari della svastica[112].

Per Schmitt, insomma, scrive Portinaro,

se i rapporti degli Stati fra loro non sono rapporti di guerra di tutti contro tutti, ma al contrario sono rapporti tali da garantire la moderazione ed il contenimento di manifestazioni belliche, ciò è dovuto proprio al fatto che gli Stati sono già parte di ordinamenti più ampi che ne normalizzano le intenzioni[113].

Sicché, il ‘grande spazio’ schmittiano ha una vocazione – realisticamente – pacifica, nell’accezione del temperamentum belli, a differenza della civilization di Huntington.

La specularità delle posizioni dei due Autori considerati risente anche della loro differente altezza cronologica: Schmitt vedeva spalancato davanti all’umanità il rischio di una catastrofe nucleare, mentre Huntington può prendere atto del successo dell’‘equilibrio del terrore’.

Divergenze sussistono anche nella concettualizzazione dell’Occidente. Per Huntington si tratterebbe di una civiltà coesa, a guida americana, e anzi della civiltà dominante. Al contrario, per Schmitt – come noto – si tratta di un concetto ambiguo, insuscettibile di definizione coerente, attesa la mancanza di un chiaro riferimento geografico in materia. Il filosofo tedesco respingerebbe ogni apparentamento di Europa e Stati Uniti, tanto più ove questi ultimi assumessero un ruolo egemone.

Del resto, Schmitt e Jünger concepiscono il confronto tra Oriente e Occidente come complexio oppositorum, e non invece come un clash, nella prospettiva di Huntington[114].

Conclusivamente, pur presentando le tesi di Huntington delle analogie con i ‘grandi spazi’ schmittiani, tra le due teorie le discontinuità paiono prevalenti sulle affinità[115].

Maggiori affinità possono forse rintracciarsi con lo studioso australiano Hedley Bull, come rimarcato da Danilo Zolo e da Anderson Teixeira[116]. Bull, infatti, ha sostenuto come la società internazionale fondata sugli Stati si regga su un equilibrio anarchico, discendente dall’esigenza di contemperare le reciproche istanze di potenza e di sicurezza[117]. In questo senso, il pluriverso schmittiano e la società anarchica sembrerebbero trovare dei punti di convergenza, nella misura in cui si disconosce qualsiasi autorità sovraordinata e la pace internazionale viene garantita dal reciproco rispetto degli Stati, in una coazione all’ordine derivante dal timore della guerra.

 

7. Unità del mondo o pluriverso: il confronto con Kojève

Carl Schmitt era separato anche da Alexandre Kojève[118], come da Julien Freund, dall’esperienza della seconda guerra mondiale.

Il giurista tedesco, contiguo al nazismo e indagato a Norimberga; i filosofi francesi attivi nel movimento maquis, impegnati nella lotta di liberazione nazionale antihitleriana.

Tuttavia, sia Freund che Kojève – come noto – intrattennero con Schmitt rapporti personali cordialissimi, ispirati a reciproco rispetto e rivolti al perfezionamento teorico delle rispettive dottrine[119].

Il dialogo tra Schmitt e Kojève merita di essere ricordato in questa sede perché evidenzia il debito – già rievocato – del giurista verso Hegel, nonché inattesi parallelismi con il pensatore russo-francese su diversi fronti: il concetto d’impero; la filosofia della storia; il colonialismo. E alla luce di queste vicinanze, ma anche delle differenze tra i due Autori, può emergere, a tutto tondo, la visione schmittiana[120].

Kojève, tra i maggiori interpreti di Hegel in Francia, raccoglieva l’eredità della filosofia della storia del grande filosofo tedesco.

Riteneva che – attraverso la dialettica di tesi e antitesi, amico e nemico, Stato contro Stato – si sarebbe, infine, pervenuti a uno «Stato universale omogeneo», che avrebbe assicurato la neutralizzazione dei conflitti[121].

Questa fine del ‘politico’ era interpretata come l’esito di un progressivo superamento del sistema vestfaliano attraverso un’era degli imperi, che avrebbero soppiantato gli Stati nazionali.

In termini schmittiani, secondo Kojève l’incremento delle capacità tecniche dell’umanità avrebbe permesso, dal punto di vista dei problemi economici, di superare lo stadio dell’appropriazione, per giungere a un nomos della terra incentrato su una infinita produzione e una conseguente equa distribuzione.

L’Autore, provocatoriamente, sosteneva che la realizzazione del comunismo si fosse, in realtà, verificata proprio negli Stati Uniti, dove il consumismo aveva permesso una diffusione del benessere su larga scala.

Kojève era critico con il colonialismo, che riteneva minare alla base la possibile creazione di un One World ispirato al benessere collettivo e all’equa ripartizione delle risorse. In senso marxiano, a suo parere il concetto di ricchezza e di povertà, di capitale e proletariato si poneva lungo l’asse Nord/Sud. Afferma Kojève che

[…] la parola «colonialismo» designerà il sistema in cui il plusvalore è investito privatamente, come nel «capitalismo» classico, ma non è più ricavato all’interno del paese bensì all’estero[122].

Il ‘colonialismo economico’ deve correggere i propri squilibri, rischiando altrimenti l’implosione del sistema. Come il ‘capitalismo’ era stato superato dal ‘fordismo’, così anche il ‘colonialismo’ necessiterebbe di uno smussamento delle sue asperità e della conseguente riduzione del gap tra Paesi euroamericani e afroasiatici.

 Tre le soluzioni prospettate:

  1. aumentare i terms of trade, ovvero stabilizzare più elevati livelli di pagamento per i prodotti dei Paesi in via di sviluppo, così da rafforzarne l’economia;
  2. investire, mediante organismi internazionali, il ricavato delle materie prime dei Paesi in via di sviluppo in quegli stessi Paesi;
  3. investire, questa volta ad opera di singoli Stati ‘economicamente avanzati’, il plusvalore in determinati Stati in via di sviluppo, instaurando specifiche partnership bilaterali.

Secondo Kojève, con qualche amor di paradosso, davvero ‘colonialisti’ sarebbero gli Stati Uniti, che rifiutano qualsivoglia strategia redistributiva. Per contro, Francia e Inghilterra sarebbero persino ‘anticolonialisti’, perché investirebbero da cinque a sei volte il plusvalore nei Paesi in via di sviluppo.

Il rapporto tra Paesi ‘colonialisti’ e Paesi ‘in via di sviluppo’ sarebbe, secondo Kojève, «il nomos della terra occidentale»[123]. E suggerisce, accanto alle radici dell’appropriazione, della divisione e dello sfruttamento,

[…] una quarta radice, forse quella centrale: la radice del dono. Questa radice della legge economica e socio-politica del mondo occidentale moderno è sfuggita all’acume dei Greci antichi: forse perché erano un piccolo popolo schiavista e non una grande potenza cristiana?[124]

Per il filosofo russo-francese,

quando ormai tutto è stato preso, è possibile dividere o spartire solo se alcuni danno ciò che altri riceveranno per consumarlo[125].

Dunque, diviene indifferibile, per l’Occidente, rendere il Sud del mondo partecipe del benessere, mediante un dare che è anche un prendere, un fattore di stabilizzazione e una modalità di creazione di nuovi mercati.

Secondo la previsione di Kojève, allora, nell’edificio tripartito del nomos, l’appropriazione dovrebbe essere una categoria ormai superata[126]; la produzione dovrebbe aumentare geometricamente, di pari passo con la tecnica; la distribuzione dovrebbe essere ispirata a canoni di razionalità ed equità, così da assicurare un equilibrato nomos mondiale: il ‘colonialismo datore’.

Al di là dell’omaggio a Schmitt – del resto la prolusione è stata pronunciata ad una conferenza organizzata da quest’ultimo –, possono registrarsi notevoli divaricazioni tra il pensiero del filosofo di Plettenberg e di Kojève[127].

Anzitutto, la prospettiva post-statuale dei due Autori è profondamente diversa. Per Schmitt, la fine dello Stato nazionale sfocerà nel ‘grande spazio’, egemonizzato da un Impero. Si potranno così riprodurre le dinamiche realiste del multipolarismo, instaurandosi un nomos della terra ispirato all’equilibrio di potenza e al rispetto reciproco tra i ‘majores homines[128].

Al contrario, secondo Kojève gli Imperi rappresentano un medium tra il sistema vestfaliano e lo Stato mondiale[129]: un momento di transizione verso la fine della storia.

Anche nel dettaglio della teoria imperiale si riscontrano divergenze notevoli. Se Kojève evoca un Impero latino a guida francese, con la Germania – il ‘nemico’ della Francia – in orbita anglosassone, Schmitt ha sempre riconosciuto al proprio Paese, cuore d’Europa, il ruolo di centro gravitazionale del continente, depositario della sua sostanza spirituale[130].

Riguardo la filosofia della storia, inevitabilmente, i due pensatori discordano, sebbene ad avviso di entrambi Oriente e Occidente stiano volgendosi verso il medesimo fine: l’unità del mondo[131].

Kojève, secondo cadenze hegeliane, guarda alla sintesi ultima della fine della storia[132]. L’estrema neutralizzazione dovrebbe generare uno Stato mondiale, in cui la dialettica si arresta e con essa anche la politica, che per Kojève è la lotta per il ‘prestigio’. L’uomo giungerebbe così a una vita felice, di gioco, arte ed amore, al di fuori delle logiche di violenza che hanno caratterizzato la storia del passato.

Schmitt, invece, rifiuta ogni mediazione: il rapporto esistenziale Freund/Feind è destinato a permanere eternamente, a meno di voler rinnegare la politicità e la stessa natura umane.

L’anticolonialismo di Kojève – in questo senz’altro un idealista – si scontra con il realismo schmittiano. Il giurista tedesco decostruisce e smaschera il concetto di anticolonialismo come ideologia spaziale antieuropea. Anzi: la fine del colonialismo coincide, per Schmitt, con la fine dello jus publicum europaeum e della limitazione della guerra. Il forzato riconoscimento di Stati sovrani africani o asiatici – vuote forme prive di contenuto storico-culturale – favorisce un’uniformità indifferenziata che repelle al filosofo tedesco, perché apre le porte alla visione liscia e non striata di un ordine mondiale[133].

Del resto, a Schmitt pare ingenuo ritenere che il ‘dare’, nel senso kojèviano, possa essere sciolto dall’appropriazione. Non può esservi distribuzione senza appropriazione, perché solo Dio può creare e dare «dal nulla»[134]. In questo senso, Schmitt pare riconoscere una certa ingenuità liberale nel pensiero di Kojève, riaffermando, in ultima istanza, le categorie fondanti del suo pensiero: amicizia/inimicizia, agonismo tra Stati, realismo nelle relazioni internazionali.

 

[1] Sul concetto di jus publicum europaeum secondo Schmitt, cfr. S. PIETROPAOLI, Mitologie del diritto internazionale moderno. Riflessioni sull’interpretazione schmittiana della genesi dello jus publicum europaeum, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno» 37/2008.

[2] Schmitt legge l’inizio della fine nella conferenza sul Congo del 1885, allorché fu riconosciuto un nuovo Stato africano dagli Stati Uniti. Un protagonismo, dunque, tutto extraeuropeo.

[3] C. SCHMITT, Il nomos della terra, Adelphi, Milano, 1991 [1950], p. 287.

[4] Il Giappone conquistò il rango di potenza pari a quelle europee sconfiggendo la Russia nel 1904: ivi, p. 293.

[5] Ivi, p. 297.

[6] Particolarmente interessante l’analogia tracciata da Schmitt tra mare libero e senza regole, nuovo mondo beyond the line e mercato concorrenziale: cfr. C. SCHMITT, Mutamento di struttura del diritto internazionale (1943), in Stato, grande spazio, nomos, Adelphi, Milano, 2005, p. 221.

[7] ID., Il nomos della terra, cit., p. 300, in cui si fa riferimento a uno «standard costituzionalistico liberale».

[8] Ivi, p. 299.

[9] Ivi, p. 302. Per Schmitt, l’abdicazione al risolvere le questioni spaziali fondamentali del diritto internazionale suonava come una resa del ceto dei giuristi, cui – parafrasando Alberico Gentili – riferiva l’esortativo «sileamus in munere alieno». Si verifica così la fine del ciclo dello jus publicum europaeum: il diritto che aveva sedato le guerre civili, cede innanzi alla nuova guerra civile mondiale; e i giuristi, che avevano preso la parola nel XV-XVI secolo, restano ora ammutoliti e inermi: cfr. in tema P. P. PORTINARO, La crisi dello jus publicum europaeum, Edizioni di comunità, Milano, 1982, p. 21.

[10] È per questo che, almeno per quanto riguarda i mari, l’impero britannico appare a Schmitt un katechon: C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 303.

[11] C. GALLI, Lo sguardo di Giano, Il Mulino, Bologna, 2008, p. 141, nell’elencare i fattori di dissoluzione dello jus publicum europaeum che hanno cospirato all’affermazione dell’universalismo, osserva che «[…] razionalismo, individualismo, potenza tecnica, moralismo e normativismo, [che] hanno in comune l’indeterminatezza, ossia il fatto che per la loro azione ogni differenza ordinativa si perde in uno spazio liscio e potenzialmente unificabile».

[12] C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 306.

[13] Ivi, p. 307.

[14] Schmitt assunse un atteggiamento critico nei confronti della Società delle Nazioni sin dal 1926, allorché, pur condividendo la tesi dell’adesione alla Società per tutelare gli interessi tedeschi, sottolineò che «l’universalità perseguita dalla Società delle Nazioni non [potesse] che rimanere spaziale ed esteriore, non rispettando le dimensioni praticabili di un’autentica comunità politica»: così G. PERCONTE LICATESE, Postfazione, in C. SCHMITT, La società delle nazioni. Analisi di una costruzione politica, Milano, 2018 [1926], p. 170. P. P. PORTINARO, op. cit., p. 189 osserva che, già nell’opera del 1926, «la Società delle Nazioni è presentata […] come il tipico esempio di questo legame tra imperialismo economico e pacifismo».

[15] Schmitt osserva che «mentre la res publica christiana del Medioevo conteneva un ordinamento spaziale reale, la Lega di Ginevra tra il 1919 e il 1939 offre un esempio tipico di come non si possa fondare alcun ordinamento internazionale complessivo senza la chiara idea di un nomos radicato nello spazio»: cfr. C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 310.

[16] Ivi, p. 311.

[17] A. CAMPI, Introduzione a C. SCHMITT, L’unità del mondo e altri saggi, Antonio Pellecani editore, Roma, 2003, p. 44 rileva che «Schmitt […] nega, con sottili argomentazioni tecnico-giuridiche, che la Società delle Nazioni rappresenti un’autentica federazione (Bund) di Stati portatrice di un autonomo jus belli […] e che quindi non può vantare alcuna sovranità sui territori degli Stati membri ed alcun autonomo potere federale».

[18] C. SCHMITT, L’ordinamento del mondo dopo la Seconda guerra mondiale (1962), in Un giurista davanti a se stesso, Neri Pozza, Vicenza, 2012, p. 233.

[19] Ibidem.

[20] Per una rassegna di argomenti critici schmittiani sulla Società ginevrina, cfr. P. P. PORTINARO, op. cit., p. 196.

[21] C. GALLI, Lo sguardo di Giano, cit., p. 136.

[22] G. MIGLIO, I novant’anni di Carl Schmitt, in ID., Carl Schmitt. Saggi (a cura di D. PALANO), Scholé, Brescia, 2018., pp. 27-28.

[23] G. MASCHKE, Epilogo a C. SCHMITT, Stato, grande spazio, nomos, Adelphi, Milano, 2005, p. 517.

[24] Critica che viene rivolta anche all’ONU: l’Autore, infatti, osserva come essa non sia «altro che il riflesso dell’ordine e purtroppo anche del disordine esistenti. L’ONU non significa niente» (C. SCHMITT, L’ordinamento del mondo dopo la Seconda guerra mondiale, cit., p. 222). Cfr. altresì D. ZOLO, Le ragioni del «terrorismo globale», in «Iride» 3/2005, pp. 483 ss., ove viene censurata l’inerzia delle Nazioni Unite dinanzi alle «guerre di aggressione vittoriosamente condotte dalle grandi potenze. Solo le guerre degli sconfitti sono guerre criminali». Al contrario, C. GALLI, Lo sguardo di Giano, cit., p. 170 argomenta che «l’ONU […] non è molto di più che la testimonianza di una volontà di umanistica razionalizzazione dell’età globale […], ma per questa critica non c’è bisogno di servirsi di quella schmittiana verso la Società delle Nazioni, né di ipotizzare dietro le istituzioni internazionali la potestas indirecta delle potenze anglosassoni: anzi, l’ONU è oggi una delle ultime istanze che – senza riuscire a essere un katechon, poiché è nato in un tempo storico troppo diverso da quello di oggi – può ancora porsi come contraltare al potere americano».

[25] C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 315. Al riguardo, v. anche P. TOMISSEN, Introduzione, in C. SCHMITT, Il concetto d’Impero nel diritto internazionale, Roma, 1996, p. VIII, laddove rammenta che – in un rapporto all’Accademia per il diritto tedesco del 1937 - «pone in evidenza il voltafaccia effettuato dal presidente americano Woodrow Wilson: in un discorso del 19 agosto 1914 costui aderiva al principio della neutralità non discriminatoria, ma nella dichiarazione rilasciata il 2 aprile 1917 affermava che la neutralità non era più realistica e, anzi, la si doveva considerare nociva tanto alla pace del mondo quanto alla libertà dei popoli. […] Il suo mutamento di opinione equivalse alla sostituzione del concetto tradizionale di guerra e neutralità non discriminatorie con la nozione di guerra e neutralità discriminatorie».

[26] C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 327.

[27] V. anche A. CAMPI, Introduzione, cit., pp.  52-57.

[28] Conferma l’ascrizione di Schmitt al realismo politico la circostanza che questa critica alla Società delle Nazioni e all’universalismo, che dissimula la tutela degli interessi angloamericani, coincida con quella di Carr: cfr. M. CHIARUZZI, Edward H. Carr: utopia e realtà, in F. ANDREATTA (a cura di), Le grandi opere delle relazioni internazionali, Il Mulino, Bologna, 2011, p. 36.

[29] Si ritiene che il teorico fondamentale della guerre en forme sia il giurista Emer de Vattel (1714-1767). In tema, cfr. D. LAZZARICH, Stato moderno e diritto delle genti. Vattel tra politica e guerra, Benevento, 2016, pp. 142 ss. L’Autore evidenzia peraltro come, in Vattel, se la guerre en forme giustifica sul piano giuridico il conflitto, la giusta causa continua a rilevare sul piano politico, incidendo sulla decisione degli altri Stati di serbare la neutralità o di intervenire. In questo senso la lettura schmittiana, pur influente, comporta una forzatura dell’opera vatteliana dovuta all’intento polemico del giurista tedesco. Riguardo la riemersione di dottrine moralistiche della guerra, è acuta l’osservazione di P. P. PORTINARO, op. cit., p. 23 secondo cui è l’origine teologico-politica dello Stato moderno che ha in sé – in potenza – gli elementi conflittuali che suscitarono la guerra civile di religione.

[30] Cfr. S. PIETROPAOLI, Mitologie del diritto internazionale moderno, cit., p. 471.

[31] V. anche J. F. KERVÉGAN, Che fare di Carl Schmitt?, Laterza, Bari, 2016 [2011], pp. 194-195. Anche su questo punto emerge una sintonia di Schmitt con il realismo politico: cfr. H. MORGHENTAU, Politica tra le nazioni: la lotta per il potere e la pace, Il Mulino, Bologna, 1997 [1948], p. 345: «gli Stati non si contrappongono più gli uni agli altri, come hanno fatto dal trattato di Westfalia fino alle guerre napoleoniche, e poi ancora dalla fine di queste fino alla Prima guerra mondiale, all’interno di uno schema di opinioni condivise e di valori comuni, che imponeva effettivi limiti ai fini e ai mezzi della loro lotta per la potenza. Essi si affrontano ora come se fossero i paladini etici diversi, ognuno dei quali è di origine nazionale e vuole fornire uno schema sovranazionale di criteri morali che tutti gli altri stati devono accettare, e all’interno del quale devono inserirsi le loro politiche estere. Il codice morale di uno stato sfida con fervore messianico quello di un altro stato, il quale replica allo stesso modo». Per una categorizzazione delle ‘gabbie tigre’ di Guantanamo come applicazione del bellum justum, cfr. C. DE FIORES, Schmitt, nomos e globalizzazione americana, in «Teoria del diritto e dello Stato» 1-2/2011, p. 151.

[32] C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., pp. 337 ss.

[33] Al riguardo, cfr. C. SCHMITT, Sul rapporto tra i concetti di guerra e nemico (1938), in ID., Stato, grande spazio, nomos, cit., pp. 83 ss. In quest’opera, Schmitt dà conto della difficoltà di una definizione della guerra. In coppia opposizionale con la pace, occorrerebbe scegliere di qualificare, per viam negationis, l’uno o l’altro polo concettuale. In questo senso, o guerra è tutto ciò che non è pace; o pace è tutto ciò che non è guerra.  Il tema di fondo è se vi sia un medium tra guerra e pace. Sebbene regnasse apparentemente la pace, Schmitt argomenta che in realtà il Trattato di Versailles avesse creato le condizioni per un ibrido: non uno stato di pace, ma il prosieguo della belligeranza con altri mezzi oppressivi da parte dei vincitori.

[34] C. SCHMITT, Acceleratori involontari. Ovvero: la problematica dell’emisfero occidentale (1942), in ID., Stato, grande spazio, nomos, cit., p. 202.

[35] Cfr. C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 378. C. SCHMITT, Mutamento di struttura del diritto internazionale (1943), in ID., Stato, grande spazio, nomos, cit., p. 229 rileva come a spingere gli Stati Uniti a una postura universale «sono il calvinismo estremo e il puritanesimo», che avrebbero in forma secolarizzata sorretto la dottrina panamericanista. In proposito, può citarsi il noto apologo della città sulla montagna, di Winthrop, che preconizza la dottrina del “destino manifesto”: cfr. D. FABBRI, La città sulla collina, imperituro mito d’America, in «Limes» 2/2020 «Il potere del mito». Sul rilievo del fattore spirituale anche nella guerra fredda, cfr. G. DESSÌ, Niebuhr: la dimensione etica del realismo, in AA. VV., Le grandi opere delle relazioni internazionali, cit., pp. 72-73.

[36] Nota A. MOSSA, Schmitt e gli Stati Uniti. Breve storia di un gioco di specchi, in «Jura gentium» 2/2015, p. 71 che «gli Stati Uniti occupano uno spazio isolato dagli altri soggetti statali, con frontiere mobili e indefinite in perenne espansione, il cui principio ordinatore non è la sovranità ma la libertà, concetto che viene capovolto (dal significato hobbesiano, negativo e conflittuale, a uno positivo e pacifico, che trasfigura la terra vergine dello stato di natura nella terra di elezione in cui fondare una sorta di nuova Gerusalemme)».

[37] Per questo pendolarismo della politica estera americana, v. C. SCHMITT, Mutamento di struttura del diritto internazionale, cit., p. 237.

[38] Ivi, p. 223.

[39] In A. MOSSA, Schmitt e gli Stati Uniti, cit., p. 68, si rileva che l’interesse di Schmitt per gli Stati Uniti si focalizza sul loro ruolo nello scacchiere internazionale, mentre l’asserita impoliticità di una hegeliana “società civile senza Stato” non ne risvegliava l’interesse per i profili interni.

[40] C. SCHMITT, Mutamento di struttura del diritto internazionale, cit., p. 234 afferma che «la linea autoisolazionista si trasforma infatti nel suo esatto opposto non appena diventa una linea di discredito e discriminazione».

[41] Ivi, p. 227, Schmitt riporta le parole dell’internazionalista americano Jessup, secondo cui: «Oggi le dimensioni mutano rapidamente, e all’interesse che nel 1860 nutrivamo per Cuba corrisponde oggi quello per le Hawaii; forse l’argomento dell’autodifesa porterà un giorno gli Stati Uniti a combattere sullo Yangtze, sul Volga e nel Congo».

[42] Ivi, p. 241. La dottrina del segretario di Stato Stimson era quella del non riconoscimento delle situazioni create con la violenza bellica, allora innanzitutto la conquista giapponese della Manciuria. A. MOSSA, Schmitt e gli Stati Uniti, cit., p. 74 rammenta come «le sue premesse giuridiche sono nel patto Kellogg, ma la sua formulazione definitiva risale a una nota del Segretario di Stato Henry Stimson del 7 gennaio 1932, secondo cui il governo statunitense “non intende riconoscere alcuna situazione, alcun patto e alcuna convenzione ottenuti con mezzi che contravvengono agli accordi e agli obblighi derivanti dal trattato del 27 agosto 1928”».

[43] C. SCHMITT, Acceleratori involontari, cit., p. 202.

[44] In quest’ottica, A. DE BENOIST, Il pensiero geopolitico di Carl Schmitt in A. DE BENOIST – J. FREUND, J., Il mare contro la terra. Carl Schmitt e la globalizzazione, Diana, Napoli, 2019, p. 49 afferma che «non c’è dubbio che nel 1941-1942 Schmitt vedeva ancora nella Germania la grande potenza suscettibile di difendere gli interessi della terra contro la potenza del mare».

[45] C. SCHMITT, Acceleratori involontari, cit., p. 205.

[46] Ivi, p. 207.

[47] Ivi, p. 210. A. MOSSA, Schmitt e gli Stati Uniti, cit., p. 74 definisce quella dell’oscillazione un «leitmotiv» della visione schmittiana degli Stati Uniti. A differenza degli inglesi, gli americani «non sono capaci nemmeno di un chiaro ordinamento della terra»: così C. SCHMITT, Glossario, Giuffrè, Milano, 2001, p. 286.

[48] Sui complessi rapporti tra Schmitt e gli USA, v., più diffusamente, A. MOSSA, Il nemico ritrovato. Carl Schmitt e gli Stati Uniti, Torino, 2017.

[49] C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 385. Medesime considerazioni sull’invecchiamento del ‘nuovo mondo’ e sulla fine del frontier sono svolte da C. SCHMITT, Mutamento di struttura del diritto internazionale, cit., p. 233. A. MOSSA, Schmitt e gli Stati Uniti, cit., osserva peraltro come l’America assumesse invece per Schmitt un ruolo centrale sul piano internazionalistico. È la sua conquista che segna l’origine dello jus publicum europaeum (con il disegno delle linee d’amicizia: cfr. C. SCHMITT, Mutamento di struttura del diritto internazionale, cit., p. 219); ed è la sua vittoria nella prima guerra mondiale a segnarne il definitivo declino. Ma – a voler proseguire lungo questa linea – ancora dagli Stati Uniti e dalla loro dottrina Monroe sarebbe potuto sorgere un nuovo ordinamento spaziale. Schmitt – come rammenta P. TOMISSEN, op. cit., p. IX – ebbe modo di scrivere, nel 1933, che «in quanto suddito tedesco, esponendo l’imperialismo americano, non posso avere altra sensazione che quella di parlare come un mendicante vestito di stracci parla delle ricchezze e dei tesori estranei». Cfr. S. CARLONI, Dal Grossraum al Nomos der Erde et retour: il pensiero internazionalistico di Carl Schmitt, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto» 1/2008, che rinviene nell’anglofobia di Schmitt anche la consapevolezza della grandezza del suo ‘nemico’, che può metterlo ‘in questione’ (C. SCHMITT, Ex captivitate salus, Adelphi, Milano, 1987 [1950], pp. 91-92). Di uno Schmitt «anglofobo-antiamericano» parla anche G. GIURISATTI, Introduzione a C. SCHMITT, Stato, grande spazio, nomos, Adelphi, Milano, 2005, p. 12,

[50] C. SCHMITT, Acceleratori involontari, cit., p. 204. In ID., Mutamento di struttura del diritto internazionale, cit., p. 217, si legge che «le dimensioni della guerra mondiale attualmente in corso superano quelle di ogni precedente conflitto bellico. Oggi su tutto il pianeta si lotta per un ordinamento della terra intera».

[51] C. SCHMITT, Il nuovo nomos della terra (1955), in ID., Stato, grande spazio, nomos, cit., p. 297.

[52] C. SCHMITT, L’unità del mondo (1952), in ID., Stato, grande spazio, nomos, cit., p. 275. Il filosofo rileva come la guerra fredda sia uno stadio ambiguo, sospeso tra guerra e pace, una «condizione infelice» in ID., L’ordinamento del mondo dopo la Seconda guerra mondiale (1962), in ID., Un giurista davanti a se stesso, cit., p. 221.

[53] Ivi, pp. 222 ss.

[54] Ivi, p. 225.

[55] ID., Il nuovo nomos della terra, cit., p. 298-299. V. anche A. CAMPI, Introduzione, cit., p. 46.

[56] Cfr. J. FREUND, L’amico e il nemico: un ‘presupposto’ del politico (1956), in ID., Il terzo, il nemico, il conflitto. Materiali per una teoria del politico (a cura di A. CAMPI), Giuffrè, Milano, 1995, p. 75, argomenta – lungo un itinerario schmittiano – che «l’idea di Stato mondiale ha una base apolitica, se non antipolitica. Il fatto è che tutti coloro che sognano l’avvento di uno Stato mondiale non solo sono avversari dello Stato e del governo, ma anche della politica tout court. Per un curioso paradosso essi entrano in contraddizione con se stessi: fanno politica appositamente con l’intenzione di sopprimerla». Con riferimento all’One World, peraltro, può osservarsi che – nella prospettiva neoconservatrice americana – esso sia apparso all’orizzonte alla caduta del ‘grande nemico’, l’Unione Sovietica. Si era in quel momento immaginato da alcuni di poter istituire se non uno Stato mondiale, almeno un ‘unipolarismo’ statunitense. È anche in questa logica che possono leggersi gli interventi umanitari degli anni Novanta e dei primi anni Duemila. L’affermazione delle potenze asiatiche e la ripartenza – economica, politica e militare – della Russia ha tuttavia disegnato, a decorrere dagli anni ’10 del Ventesimo secolo, un sistema internazionale policentrico, in cui si sono affiancati agli Stati Uniti altre potenze mondiali e regionali. Cfr. D. LAZZARICH, Guerra e pensiero politico, Istituto italiano per gli studi filosofici, Napoli, 2009, pp. 29-30.

[57] Così C. SCHMITT, L’unità del mondo, cit., p. 278. Sul tema, v. anche A. CASTALDINI, Il katechon di Carl Schmitt, custode del “grande spazio”, in «Helipolis» 1/2017, p. 124. A. MOSSA, Schmitt e gli Stati Uniti, cit., p. 77 rileva che «il contrasto tra capitalismo e comunismo sembra quindi a Schmitt un finto dualismo: provvisorio perché, nell’intenzione di ciascuno dei due contendenti, rappresenta soltanto una fase di transizione verso un mondo in cui l’altro non esisterà più; e apparente perché, come scriveva già negli anni Venti, “finanzieri americani, tecnici industriali, socialisti marxisti e rivoluzionari anarco-sindacalisti si uniscono nel richiedere che venga messo da parte il dominio non obiettivo della politica sulla obiettività della vita economica”». È interessante notare che anche Morghentau condivideva la diffidenza di Schmitt per «l’universalismo nazionalistico», tanto americano che sovietico: anch’egli vi intravedeva la tendenza uniformante e distruttiva del pluralismo che caratterizzava entrambe le superpotenze. Sul tema, v. L. ZAMBENARDI, Hans Morgenthau: la politica di potenza”, in F. ANDREATTA (a cura di), Le grandi opere delle relazioni internazionali, Il Mulino, Bologna, p. 66.

[58] Osserva C. RESTA, Stato mondiale o nomos della terra. Carl Schmitt tra universo e pluriverso, Diabasis, Reggio Emilia, 2009, p. 90 come «Schmitt vede bene come i due nemici che adesso si combattono, in realtà attingono a quella medesima religione della tecnica che ormai dilaga su tutto il pianeta, da Est a Ovest, come da Nord a Sud, trasformandolo in una immensa distesa oceanica di libero mare, speculare, invertita ed anticristica immagine di quella terra senza mare che, nelle parole dell’Apocalisse di Giovanni, dovrà essere la “nuova terra” redenta dal peccato». È interessante notare come questa comunanza di storicismo di capitalismo e comunismo sia un fil rouge schmittiano: ad esempio, già in C. SCHMITT, Cattolicesimo romano e forma politica, Bologna, 1986 [1923], pp. 27-28 si legge che «l’immagine del mondo di un moderno imprenditore industriale assomiglia a quella del proletario industriale come un gemello assomiglia all’altro. Perciò si intendono reciprocamente tanto bene, quando lottano uniti per il trionfo del pensiero economico».

[59] Può non essere inutile osservare come – in questa preferenza per il policentrismo – Schmitt appaia in linea con la visione del realismo classico, e in particolare di Morghentau, per il quale «lo Stato mondiale sarebbe stato destinato a fallire se tale progetto non avesse tenuto conto del fatto che le radici dell’ordine politico non risiedono solo nella concentrazione delle capacità materiali in un’unica autorità, ma anche nei conflitti politici che devono essere risolti prima della sua creazione»: così L. ZAMBENARDI, op. cit., p. 61. Come per Schmitt, quantunque in termini diversi, Morghentau esclude l’attualità di uno Stato mondiale in assenza di una comunità morale e politica che ne faccia da substrato.

[60] Cfr. A DE BENOIST, Il pensiero geopolitico di Carl Schmitt, cit., p. 56, laddove annota che «la disgregazione del sistema sovietico, il fallimento del tentativo di instaurare un ‘nuovo secolo americano’, l’importanza assunta dai paesi emergenti, l’ascesa della Cina, della Russia e dell’India, hanno confermato questa previsione [del fallimento del mondo unipolare]».

[61] A. MOSSA, Schmitt e gli Stati Uniti, cit., pp. 80-81. Sul concetto di ‘globalizzazione americana’ cfr. anche C. DE FIORES, op. cit., pp. 139 ss. L’Autore, peraltro, afferma come il tentativo di istituire un’era unipolare a partire dal momento unipolare della caduta del muro di Berlino sembra fallito.

[62] Ivi, p. 87.

[63] In verità, una nozione di ‘grande spazio’ parrebbe già isolata da Schmitt nel 1926 ne La società delle nazioni. Il nocciolo della questione, Le due rose, Milano, 2018 [1926], quantunque ne desse una lettura ancora descrittivo-avalutativa se non apertamente critica. Al riguardo, Giuseppe Perconte Licatese nella Postfazione all’opera appena citata, p. 168, osserva che «a quest’altezza, il concetto non è presentato in positivo come spazio di una – presunta – tutela della libertà e delle differenze tra i popoli (sarà questa la formula schmittiana del «grande spazio» negli anni del nazismo), ma ha connotazioni che vanno da quella negativa, imperialistica – lo spazio di un imperialismo che oggettifica i popoli subordinati, di cui è dettata la costituzione politica ed economica – a quella neutrale, avalutativa […]».

[64] C. SCHMITT, L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale con divieto di intervento per potenze estranee (1941), in ID., Stato, grande spazio, nomos, cit., p. 107.

[65] S. PIETROPAOLI, Schmitt, cit., p. 129.

[66] C. SCHMITT, L’ordinamento dei grandi spazi, cit., p. 108.

[67] Ivi, p. 109.

[68] C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., pp. 311-312.

[69] ID., L’ordinamento dei grandi spazi, cit., p. 110.

[70] Ivi, p. 114.

[71] Secondo Schmitt «il diritto internazionale è un ordinamento concreto, la cui “concretezza” si trova non soltanto nella comunità di sangue di un popolo, ma anche – e soprattutto nel suo nesso con uno spazio definito che, secondo Schmitt, non può che essere uno spazio politico. Dal punto di vista del diritto internazionale il concetto di spazio non può essere separato da quello di “idea politica”. Per Schmitt non esistono idee politiche senza uno spazio a cui siano riferibili, così come non esistono spazi cui non corrisponda un’idea politica». Così S. PIETROPAOLI, Schmitt, Carocci, Roma, 2012, p. 122.

[72]C. RESTA, op. cit., pp. 100-101 rileva che «per quanto ‘rischiosamente prossima’ alla categoria di Lebensraum, coniata da Hausofer e dalla sua scuola di geopolitica messasi al servizio del nazionalsocialismo, quella di Grossraum non può assolutamente esser confusa con essa, non fosse altro che per la totale distanza di Schmitt da ogni ‘vitalismo giuridico’, nonché da qualsivoglia concezione razziale in senso biologistico. Non è un caso se, illustrando nel suo intervento del ’39 la propria concezione di “grande spazio”, Schmitt prende decisamente le distanze sia da un concetto di delimitazione territoriale desunto dalla teoria dei cosiddetti “confini naturali”, ripresa dalla geopolitica hausoferiana, sia da quell’altra concezione- caposaldo della politica espansionistica hitleriana – del “diritto demografico”, ossia del diritto dei popoli ad uno spazio vitale che consenta il loro libero accrescimento». Analogamente, S. PIETROPAOLI, recensendo nel 2016 M. SCHMOECKEL, Die Grossraumtheorie. Ein Beitrag zur Geschichte der Völkerrechtswissenschaft im Dritten Reich, insbesondere der Kriegszeit, Berlin, 1994 in «Jura Gentium», osserva che «il tentativo di accostare il Grossraum schmittiano al Lebensraum nazista pare fuorviante, se si pensa che quest’ultimo aveva per scopo la legittimazione di una superiorità ‘biologica’ della razza tedesca ed il relativo annichilimento delle popolazioni circostanti, e non certo la creazione di un Grossraum all’interno del quale i diversi Stati non erano considerati neppure frazioni dell’Impero ‘di riferimento’». Anche A. DE BENOIST, Il pensiero geopolitico di Carl Schmitt, cit., p. 50 rileva che «questo ‘grande spazio’ non deve essere evidentemente confuso con lo ‘spazio vitale’ (Lebensraum) cui si attribuiva molta importanza sotto il III Reich. I teorici nazisti, d’altronde, non si sono ingannati a questo riguardo». C. GALLI, Lo sguardo di Giano, cit., p. 144 rileva che, riguardo il ‘grande spazio’, i teorici più ortodossi del nazismo manifestarono riserve […] perché lo vedevano […] troppo tradizionalmente statuale, e al tempo stesso rispettoso della complessità plurale delle etnie che abitano il Grossraum, e troppo poco orientato alle esigenze vitali, in senso biologico, del popolo tedesco, e alle conseguenti politiche di svuotamento del Lebensraum per fare spazio allo Herrenvölk». Conforme anche TOMISSEN, op. cit., p. X. Più problematicamente, P. P. PORTINARI, op. cit., p. 193 osserva che la polemica antiuniversalista di Schmitt «trova nella riflessione sul significato geopolitico della dottrina Monroe una direttrice di sviluppo che si accorda con l’ideologia nazista dello spazio vitale e del Reich come grande spazio». Anche G. GIURISATTI, op. cit., p. 13 osserva, riguardo le tesi sul Grossraum, come «pronunciate nell’aprile 1939, dopo l’Anschluss dell’Austria e l’invasione della Cecoslovacchia, queste parole appaiono giustificare l’accusa, di cui Schmitt fu chiamato a rendere conto a Norimberga, di avere “offerto la base teorica della politica hitleriana del grande spazio”. Anche tenendo conto, infatti, della distinzione tra il suo concetto “razional-costruttivistico” di Grossraum, e quello di Lebensraum, - “spazio vitale” – caro ai nazisti, incentrato su valori biologico-razziali, discriminatori ed espansionisti, non ci si può sottrarre all’impressione che, almeno in un primo momento, Schmitt abbia visto opportunisticamente nel Terzo Reich il soggetto in cui la sua idea scientifico-giuridica di grande spazio e di impero acquisiva un senso politico effettuale». Più in generale, G. MIGLIO, I novant’anni di Carl Schmitt, cit., p. 24 rileva come sia «storicamente ormai accertato che gli intellettuali nazional-fascisti provarono per le tesi schmittiane la stessa diffidenza che sentivano i liberali». A. CAMPI, Introduzione, cit., p. 40 rievoca invece l’opinione di A. CASSESE, I «regali avvelenati di Carl Schmitt, in «Iride», 8/1992, pp. 219-227, secondo il quale gli argomenti del Nomos della terra sarebbero «motivati dal desiderio di Schmitt di elaborare concettualizzazioni che potessero rivelarsi utili al nazismo» e «il concetto di “grande spazio” non poteva che fare il gioco di una Potenza Imperialistica come era la Germania nazista così come, del resto, l’esaltazione e la mitizzazione della dottrina di Monroe che infatti, non a caso, venne ripresa da Hitler». Anche L. ALBANESE, Schmitt, Laterza, Bari, 1996, p. 72 rileva che i giornali inglesi definirono Schmitt «l’uomo chiave della linea politica del signor Hitler» e «che non si trattasse di esagerazioni giornalistiche, è confermato dal fatto che lo stesso Hitler, rispondendo al presidente Roosvelt (28 aprile 1939) si riferì alla dottrina dei grandi spazi, alla dottrina Monroe, d quindi, implicitamente, ai lavori di Schmitt». 

[73] C. SCHMITT, L’ordinamento dei grandi spazi, cit., p. 147.

[74] C. GALLI, Genealogia della politica, cit., p. 868 osserva che «la nozione di Reich implica, per Schmitt, uno spazio politico ‘striato’, recintato e ‘plurale’».

[75] C. SCHMITT, L’ordinamento dei grandi spazi, cit., pp. 118-119.

[76] Ivi, p. 123, l’Autore rileva che «il significato originario della dottrina di Monroe, nell’analisi di Schmitt, era caratterizzato da tre punti: l’indipendenza di tutti gli Stati americani; il divieto di colonizzazione nel loro spazio; il divieto di intervento di potenze extra-americane nel medesimo spazio».

[77] S. PIETROPAOLI, Schmitt, cit., p. 126 osserva che l’Autore «sottolinea in qualche modo sarcasticamente» come la dottrina Monroe si fosse rovesciata nel suo contrario, la «teoria britannica della sicurezza delle vie di traffico». Cfr. C. SCHMITT, L’ordinamento dei grandi spazi, cit., p. 129.

[78] Ad avviso di Schmitt è, peraltro, dubbio se il principio abbia o meno carattere giuridico. Cfr. S. PIETROPAOLI, Schmitt, cit., p. 126: «L’interesse a negare la giuridicità della dottrina, osserva Schmitt, stava nel fatto che in tal modo essa rimaneva sotto il controllo esclusivo degli Stati Uniti, indipendentemente dal consenso degli altri Stati. La versione originale della dottrina Monroe si riferiva allo “spazio ininterrotto” del continente americano. L’Impero britannico era invece l’antitesi di uno spazio ininterrotto, in quanto non era un “continente unito”, ma era “un collegamento politico di possedimenti territorialmente disgiunti e sparsi sui più lontani continenti”».

[79] Ivi, pp. 132 e ss.

[80] Ivi, pp. 142-143.

[81] A. DE BENOIST, Il pensiero politico di Carl Schmitt, cit., p. 50.

[82] C. GALLI, La genealogia della politica, cit., p. 872 ricorda «la strutturale impossibilità del suo [di Schmitt] pensiero di andare – su questo tema – al di là di indicazioni e allusioni». Analoga accusa di ambiguità è mossa da PORTINARO, op. cit., p. 200: «che cosa […] effettivamente si nasconda sotto questa formula dei “grandi spazi” (o sotto formule analoghe) Schmitt non ha mai chiarito in modo soddisfacente». Osserva G. GIURISATTI, op. cit., pp. 24-25 che «a sorpresa qui Schmitt smarrisce la leggendaria vocazione per le “formulazioni nette”, limitandosi – come è stato più volte notato – ad accenni, allusioni, esigenze, auspici». Secondo G. MASCHKE, Epilogo, cit., p. 503 «[…] è evidente la sua incertezza […]» e ivi, p. 511 parla di «fecondità seminale» dell’opera schmittiana.

[83] Ivi, pp. 870-871.

[84] C. RESTA, op. cit., p. 104 nota la «sorprendente cecità» di Schmitt, che non si sarebbe avveduto dell’evidenza dell’imperialismo nazista: «l’annessione dell’Austria […] e l’occupazione della Cecoslovacchia […] non gettano forse già più di un’ombra sul proclamato “rispetto di ciascun popolo”?».

[85] C. GALLI, Genealogia della politica, cit., p. 871.

[86] C. SCHMITT, L’ordinamento del mondo dopo la Seconda guerra mondiale, cit., p. 247. G. MASCHKE, Epilogo, cit., p. 506 osserva che, nolente Schmitt, sul piano applicativo «il grande spazio non diventò l’antitesi all’universalismo, ma finì per assomigliargli, se non altro perché dovette assumerne le forme belliche: anch’esso si trovò infatti costretto a organizzare la propria “autodifesa” nell’Atlantico e nel Pacifico».

[87] C. SCHMITT, La contrapposizione planetaria tra oriente e occidente e la sua struttura storica (1955), in E. JUNGER – CARL SCHMITT, Il nodo di Gordio. Dialogo su oriente e occidente nella storia del mondo, Il Mulino, Bologna, 1987, p. 139. A. DE BENOIST, Il pensiero geopolitico di Carl Schmitt, cit., p. 54 rileva che per Schmitt «la tensione fra il ‘blocco comunista’ continentale e il ‘mondo libero’ di ispirazione liberale e atlantista non oppone soltanto l’Est all’Ovest, ma costituisce anche una nuova metamorfosi della vecchia opposizione della terra e del mare. L’America ha soltanto dato il cambio alla potenza inglese, mentre l’intera Eurasia ha assunto il ruolo un tempo attribuito alla Germania e alla Russia». C. GALLI, Lo sguardo di Giano, cit., p. 146 ritiene invece che «capitalisti e comunisti […] sono per Schmitt in realtà fratelli; sono due universalismi in guerra per il dominio del mondo, certo, ma figli entrambi di unico universalismo, di una sola delle modalità del Moderno, quella “marittima” della società e della tecnica illimitata […]».

[88]. DE BENOIST, Il pensiero geopolitico di Carl Schmitt, cit., p. 54.

[89] C. RESTA, op. cit., pp. 108-109.

[90] Cfr. P. CAPPELLINI, Carl Schmitt revisited. Ripensare il Concetto di ‘Grande Spazio’ (Grossraum) in un Contesto Globale, in MECCARELLI, M. - SOLLA SASTRE, M. J. (a cura di), Spatial and Temporal Dimensions for Legal History, Frankfurt am Main, 2016, p. 178 sottolinea come, predicandosi invece tradizionalmente l’intrinseco carattere dittatoriale della nozione di ‘grande spazio’, il legame tra quest’ultimo e l’Unione Europea è sempre stato negato, ripugnando per la costruzione di Spinelli e Rossi un antecedente schmittiano, compromesso col nazismo. A. CAMPI, Introduzione, cit., p. 20 ricorda come «nel 1993, in un articolo a firma Paul Piccone e Gary L. Ulmen intitolato Schmitt’s Testament and the Future of Europe […], la prospettiva schmittiana di un’Europa politicamente unita e con una forte identità culturale capace tuttavia di salvaguardare al proprio interno l’autonomia e l’indipendenza degli Stati membri, di un’Europa intesa come “grande spazio” inserito all’interno di un ordine internazionale pluralistico a sua volta basato sull’equilibrio competitivo di più Grossraüme di eguale potenza ed indipendenti tra di loro, viene considerata dai due autori un modo corretto di intendere una prospettica politica autenticamente federalista […]». C. DE FIORES, op. cit., pp. 156-157 osserva, peraltro, come l’Europa sia stata costruita secondo cadenze liberiste e liquide, e non già, come auspicato anche da Habermas, in termini di area di civiltà, portatrice di specificità che la distinguono dall’altro versante dell’Occidente, gli Stati Uniti d’America.

[91] A. CAMPI, Introduzione, cit., p. 23, dove si fa riferimento a G. MASCHKE, La unificación de Europa y la teoria del gran espacio, in «Carl Schmitt Studien» n. 1, 2000, pp. 75-85. G. GIURISATTI, op. cit., p. 16 rileva del resto come «[…] se c’è un elemento di continuità, in Schmitt, è il suo affetto per la terra d’Europa, la quale, a prescindere dal tentativo contraddittorio e fallimentare di egemonia da parte del nazismo, si pone a suo avviso ab origine come katechon, “forza frenante”, di fronte all’apparizione dell’Anticristo».

[92] Sull’idea di costruire un’Europa imperiale da parte della nuova destra francese, e in particolare di De Benoist, cfr. D. ZOLO, L’impero e la guerra, in www.juragentium.it, 2007,  che ne pone in rilievo anche gli aspetti tuttora dubbi e critici. A. CANTARO, Il nomos preso sul serio, in «Teoria del diritto e dello Stato» 1-2/2011, p. 4 ricorda «la profonda identificazione di Schmitt con il destino dell’Europa».

[93] C. GALLI, Lo sguardo di Giano, cit., p. 172.

[94] P. P. PORTINARO, op. cit., p. 202. In senso conforme V. ANTONIOL, Al crepuscolo della statualità: Carl Schmitt e lo spettro di Benito Cereno, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto» 1/2018, secondo cui Schmitt «non riesce […] a fornire soluzioni definitive e soddisfacenti per descrivere la condizione post-statuale, e questo non solo ne Il nomos della terra, ma nemmeno in altre sue opere precedenti e successive. Schmitt non è, infatti, l’iniziatore di una nuova epoca, come per esempio possiamo dire di Hobbes, con riferimento alla modernità politica europea. Egli è piuttosto un pensatore ancora moderno, senza dubbio cosciente dei limiti della modernità, ma non capace di superarli. Non a caso […] si definisce come l’ultimo rappresentante dello jus publicum europaeum».

[95] G. MASCHKE, Epilogo, cit., p. 508.

[96] A. CANTARO, op. cit., p. 42.

[97] C. RESTA, op. cit., p. 108.

[98] Cfr. C. SCHMITT, L’ordinamento dei grandi spazi, cit., pp. 113, laddove afferma che «nel diritto internazionale del XIX secolo si è spesso fatto ancora riferimento alla dottrina giuridica secondo cui l’equilibrio tra Stati costituisce, se non proprio il fondamento specifico, quantomeno una garanzia supplementare e contingente del diritto internazionale. Questa idea senza dubbio racchiudeva anche elementi di un certo ordinamento spaziale, e quantomeno non si limitava a escludere come non giuridica la concezione delle relazioni spaziali concrete». Queste tesi erano sostenute da Schmitt sin dagli anni Venti: cfr. G. PERCONTE LICATESE, op. cit. In proposito, può essere importante osservare come questa stessa idea di equilibrio e di ordine internazionale si accompagni alla svolta schmittiana dal decisionismo all’istituzionalismo: cfr. P. P. PORTINARO, op. cit., p. 198, ove osserva che «l’esistenza di equilibrio tra le potenze, gli imperi, i grandi spazi, tutto ciò che Schmitt abitualmente designa come Raumstruktur, rappresenta il limite oggettivo contro cui si infrange il soggettivismo apparentemente assoluto del decisionismo statale. In una parola, rappresenta la normalità di fronte allo stato d’eccezione».

[99] Sulla capacità ordinativa del concetto di ‘grande spazio’ nell’età post-moderna dubita C. GALLI, Lo sguardo di Giano, cit., pp. 168-169: «l’organizzazione di Stati formalmente sovrani in rapporti gerarchici imperiali è tanto difficile quanto lo è bloccare i “barbari” nemici ai confini dell’Impero. Inoltre, l’elemento essenziale della globalizzazione è uno sviluppo mondiale dell’economia che male si presta, con l’interconnessione reciproca che ha generato, a subire il controllo e il confinamento della politica che l’ipotesi imperiale implica».

[100] V. A. CANTARO, op. cit., p. 3.

[101] Non è casuale che allo scontro di civiltà faccia riferimento, nell’apertura della sua analisi sul ‘mondo’ secondo Carl Schmitt, anche J. F. KERVÉGAN, op. cit., p. 188. In tema, v. altresì A. CAMPI, Introduzione, cit., p. 19. L’Autore, peraltro, precisa, citando Alessandro Colombo, che dalle tesi schmittiane dovrebbe delinearsi «un modello di convivenza internazionale basato non sul dominio mondiale di un’unica potenza ma sull’equilibrio di molteplici ordinamenti spaziali: non dunque su un monopolio globale garantito dalla forza ma sul pluralismo competitivo, garantito dal diritto, “di spazi in sé ordinati e coesistenti, di sfere di intervento e di aree di civiltà”».

[102] F. RUSCHI, Leviathan e Behemoth. Modelli egemonici e spazi coloniali in Carl Schmitt, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico», 33-34/2004-2005, p. 384.

[103] Per il pensiero di Huntington, si rinvia a E. CASTELLI, Samuel P. Huntington: alle radici dello scontro di civiltà, in F. ANDREATTA (a cura di), Le grandi opere delle relazioni internazionali, cit., pp. 207 ss.

[104] C. SCHMITT, L’ordinamento dei grandi spazi, cit., p. 127.

[105] Cfr. ID., Il concetto di ‘politico’ (1932), in ID., Le categorie del ‘politico’, (a cura di G. MIGLIO e P. SCHIERA), Il Mulino, Bologna, 1972.

[106] Cfr. J. F. KERVÉGAN, op. cit., p. 191.

[107] Rimarca il debito verso Hegel e il suo storicismo, con particolare riferimento a Terra e mare, P. P. PORTINARO, op. cit., p. 171. L’Autore, tra l’altro, intravede una filosofia schmittiana della storia nell’esaltazione del momento dell’appropriazione di terra: ivi, p. 173-174, in continuità dialettica anche con Marx e Weber, rispettivamente teorici dell’appropriazione dei mezzi di produzione e dei mezzi di amministrazione e giurisdizione. D’altro canto, A. CAMPI, Introduzione, cit., p. 61 rileva che «Schmitt ha sempre aborrito qualunque meccanica filosofia della storia, nonostante a più riprese nelle sue opere abbia dato l’impressione di cedere alla fascinazione della Geschichtphilosophie d’origine romantica ed ai grandi affreschi epocali che hanno caratterizzato lo storicismo novecentesco (da Spengler a Toynbee)».

[108] L’espressione, di Giacomo Marramao, è citata da F. RUSCHI, Polarità o dialettica? Carl Schmitt a colloquio con Ernst Jünger, in «Jura gentium» 2/2012, p. 36.

[109] Ivi, p. 35.

[110] Cfr. in questa prospettiva C. SCHMITT, Tre possibilità di una immagine cristiana della storia (1950), in ID., Un giurista davanti a se stesso, cit., pp. 249 ss. Del resto, il dramma della finis historiae, con particolare riferimento allo scatenamento della tecnica e alla conflittualità nucleare est-ovest, è coltivato anche in E. JÜNGER-C. SCHMITT, Il nodo di Gordio, op. cit., come rileva F. RUSCHI, Polarità o dialettica, cit., p. 25. E. CASTRUCCI, La ricerca del nomos, postfazione a C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 437 argomenta che «quello di arma nucleare è il concetto limite dell’assoluta ostilità, capace di sconvolgere gli equilibri strategici della «grande politica», costringendo i governanti a considerare seriamente l’attualità dell’antica ipotesi scolastica dell'annihilatio».

[111] È quanto sostenuto dal sig. Altmann in C. SCHMITT, Dialogo sul nuovo spazio (1958), in ID., Terra e mare, edizione a cura di A. BOLAFFI, Giuffrè, Milano, 1985 [1942]: «colui che riuscirà a catturare la tecnica scatenata, a domarla e inserirla in un ordinamento concreto avrà risposto all’attuale chiamata assai più di colui che con i mezzi di una tecnica scatenata cerca di sbarcare sulla Luna o su Marte. La sottomissione della tecnica scatenata: questa sarebbe, per esempio, l’azione di un nuovo Ercole! Da questa direzione sento giungere la nuova chiamata, la sfida del presente».

[112] F. RUSCHI, Polarità o dialettica, cit., p. 32.

[113] P. P. PORTINARO, op. cit., p. 199.

[114] Cfr. E. JÜNGER-C. SCHMITT, Il nodo di Gordio, cit.

[115] Duro il giudizio su Huntington e Fukuyama espresso da Gary L. Ulmen, autore della nuova sinistra americana, riportato da A. CAMPI, Introduzione, cit., p. 21: «mentre lo scenario internazionale rimane confuso ed intellettuali seguiti come Fukuyama e Huntington, incapaci di pensare oltre le predominanti categorie liberaldemocratiche, possono soltanto riciclare nuove versioni della dottrina Wilson, la visione schmittiana del mondo di grandi spazi come nuova configurazione geopolitica ben può essere in via di realizzazione».

[116] A. TEIXEIRA, Teoria pluriversalista del diritto internazionale, Aracne, Roma, 2009, con una prefazione di D. ZOLO.

[117] Cfr. H. BULL, La società anarchica, Vita e pensiero, Milano, 2005 [1977].

[118] Kojève, imparentato con Kandinskij, apparteneva all’alta borghesia russa. Dopo la rivoluzione di ottobre, pur essendone un fervente sostenitore, dovette emigrare in Germania per frequentare l’Università, atteso che in patria non fu ammesso agli studi per la propria estrazione di classe. Si laureò sotto la guida di Jaspers, per poi trasferirsi in Francia. Particolare fama ricavò dai seminari tenuti all’École Pratique des Hautes Études sulla Fenomenologia dello spirito, che lo resero il principale interprete di Hegel in Francia. Divenuto antibolscevico, fu, successivamente, un alto burocrate della Repubblica francese: per questo, si proclamò ironicamente ‘filosofo della domenica’.

[119] Sulle somiglianze, anche di stile, tra Schmitt e Kojève v. J. W. MÜLLER, Visioni di un ordine globale nell’«età post-europea». Carl Schmitt, Raymond Aron e il funzionario dello spirito del mondo, in Ricerche di storia politica 2/2004, pp. 205 ss.

[120] Rievoca il parallelismo tra Kojève e Schmitt anche F. RUSCHI, Leviathan e Behemoth, cit., pp. 379-382.

[121] J. W. MÜLLER, op. cit., p. 212.

[122] A. KOJÈVE, Il colonialismo nella prospettiva europea, Adelphi, Milano, 2003 [1957]. La conferenza fu tenuta al “Rhein-Ruhr Club” di Düsseldorf il 16 gennaio 1957.

[123] Sembra, questa, una contraddizione rispetto al pensiero schmittiano, secondo cui – dalla scoperta dell’America – il nomos è nomos della terra (globale).

[124] Ivi, p. 12.

[125] Ibidem.

[126] L’ultima appropriazione, secondo Kojève, sarebbe quella napoleonica: J.W. MÜLLER, op. cit., p. 214

[127]Ibidem, l’Autore parla di «visioni del mondo, quasi sotto ogni rispetto, […] agli antipodi».

[128] Carl Schmitt ad Alexandre Kojève, 7 giugno 1955, in A. KOJÈVE – C. SCHMITT, Carteggio, a cura di C. ALTINI, in «Filosofia politica» 2/2003, p. 193.

[129] Va rammentato che lo Stato mondiale era vagheggiato anche da Jünger: cfr. E. JÜNGER – C. SCHMITT, op. cit. Cfr. anche E. DI SALVATORE, Ernst Jünger e la questione dello Stato mondiale, in «Teoria del diritto e dello Stato», 1-2/2011, pp. 299 ss.

[130] In tema, v. F. TEDESCO, L’impero latino e l’idea di Europa. Riflessioni a partire da un testo (parzialmente inedito) di Alexandre Kojève, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno» n. 35/2006, pp. 373 ss, nonché G. GIURISATTI, op cit., pp. 12-13 secondo cui «per l’anglofobo-antiamericano Schmitt sarà il Reich tedesco a farsi garante del nuovo nomos della terra, se la sua idea politica (popolare, etnica nazionalista) sarà in grado di “irradiarsi” al di là dei confini strettamente nazionali, egemonizzando così un grande spazio sovrastatuale, composto al suo interno da una pluralità di nazioni subordinate, che esclude per principio “l’intervento di potenze estranee”. Così come gli USA, centro dell’Emisfero Occidentale, difendono (valendosi della dottrina di Monroe) il loro diritto all’egemonia sul Grossraum panamericano, allo stesso modo la Germania nazista, “cuore dell’Europa”, avanza i propri diritti sul Grossraum paneuropeo” […]». Ivi, p. 14 si legge che «la Germania, pur nella sua sconfitta, si porrebbe idealmente a capo di tutti “gli amanti della libertà” che lottano contro la sottomissione della terra a un unico “signore del mondo”».

[131] Ivi, p. 215.

[132] Cfr. M. FILONI, La fine della storia. Storia di un’idea senza fine, in «Limes» 2/2020 «Il potere del mito». L’Autore ripercorre genealogicamente l’idea di fine della storia, movendo da Hegel e Kojève sino a Fukuyama.

[133] C. SCHMITT, Il nomos della terra, cit., p. 297.

[134] C. SCHMITT, Appropriazione, divisione, produzione (1953), in ID., Le categorie del politico, cit., p. 312.