La Svizzera espone la fattura: 108mila euro per le cure di Crans-Montana. Un italiano lo avrebbe mai fatto o pensato?
La Svizzera espone la fattura: 108mila euro per le cure di Crans-Montana. Un italiano lo avrebbe mai fatto o pensato?
Dalla Svizzera in questi giorni è arrivato un dispaccio dal sapore mucido di uno schiaffo immeritato in pieno viso. Il Cantone del Vallese ha comunicato all’ambasciatore italiano a Berna che le spese sanitarie sostenute dall’Ospedale di Sion per i quattro ragazzi italiani feriti nell’incendio del Constellation Club di Crans-Montana — 108mila euro per qualche ora di cure — saranno addebitate all’Italia.
Diconsi cento-otto-mila-euro. Per poche ore di degenza. È grave anche se fossero stati richiesti solo 100 euro, perché la questione non è finanziaria. Per ragazzi che erano stati intossicati e ustionati in un locale in cui, stando alle prime risultanze delle indagini, le uscite di sicurezza sarebbero state sbarrate. Da qualcuno. La Svizzera, dobbiamo riconoscerlo ha molte virtù civili — precisione istituzionale, trasparenza, efficienza sanitaria — e proprio per questo la richiesta è tanto più stridente e imbarazzante, probabilmente anche per molti svizzeri.
La reazione italiana è stata netta. L’ambasciatore Cornado ha ricordato, con acribia diplomatica, che l’Italia ha curato due cittadini svizzeri per settimane all’ospedale Niguarda di Milano, che la protezione civile della Valle d’Aosta ha partecipato ai soccorsi con un proprio elicottero, ma ha anche sottolineato l’esistenza di un principio chiamato reciprocità. Un principio che evidentemente non figura nel manuale contabile del Cantone del Vallese e che irrimediabilmente cozza con l’umanesimo.
La domanda a questo punto è semplice: un italiano avrebbe mai mandato la fattura? Meglio, avrebbe potuto anche solo pensarlo? Non mi riferisco alla legge, non parlo dei regolamenti bilaterali, non parlo dei meccanismi elvetici di rimborso. Parlo di quel gesto, della scelta concreta di sedersi a una scrivania, aprire un file, digitare un numero — 108.000 — e di spedirlo. Parlo di ciò che quel gesto racconta di chi lo compie.
Provate a immaginare lo scenario inverso. Un gruppo di turisti svizzeri in vacanza a Milano, Bologna, Roma, Napoli, Bari, Catania, colpiti da un incidente grave in un locale gestito male da qualcuno. Ricoverati d’urgenza, curati, rimessi in piedi. E poi, a distanza di settimane, una lettera in partenza dai competenti uffici dell’ASL locale con allegata la nota spese. Fatevi una risata da soli, perché non accadrebbe mai. Non perché gli italiani siano ingenui o disorganizzati — anche se a volte, purtroppo, lo siamo — ma perché c’è una cultura dell’ospitalità e dell’accoglienza che salta a piè pari gli steccati della burocrazia. Il malato ferito si cura. Il conto si discuterà con chi ha le colpe, non con chi ha le ferite.
Il paradosso di questa vicenda è tutto qui. La Svizzera è un paese che non ha mai avuto bisogno di improvvisare. Eppure è capace, in questa circostanza, di un gesto che non è efficienza: è freddezza glaciale emersa dal baratro delle regole finanziarie. Non è ordine: è distacco emotivo. È la precisione chirurgica del contabile applicata a una tragedia umana, risanata invece anche dal bisturi del chirurgo italiano. Alla fine, si tratta del risultato di qualcosa che fa a pugni con qualsiasi idea di solidarietà umana.
Il presidente del Vallese Mathias Reynard ha spiegato all’ambasciatore Cornado di non avere “margini normativi” per farsi carico delle spese. Benissimo. Le norme esistono e vanno rispettate. Ma le norme sono scritte dagli uomini e solo gli uomini possono scegliere come applicarle, quando forzarle, quando trovare soluzioni geniali per fare la cosa giusta. Se mancano i margini normativi, si usano i margini umani della politica. Se mancano anche quelli, li si inventa. È quello che avrebbe fatto chiunque avesse avuto a cuore non solo il bilancio del proprio cantone, ma anche l’immagine del proprio paese nel momento più delicato di una vicenda che ha commosso e indignato tutti. È la dimensione umana ad aver creato il genio di Leonardo Da Vinci, di Michelangelo Buonarroti, di Enrico Fermi, non i freddi numeri picchiettati sulla calcolatrice di un boiardo.
La quindicenne Elsa è uscita dalla terapia intensiva dopo 58 giorni. Cinquantotto giorni. I ragazzi svizzeri curati al Niguarda di Milano ci hanno messo settimane, uno addirittura mesi. L’Italia non ha mandato alcuna fattura, né la manderà. Non perché non potesse. Perché non le è nemmeno passato per la mente.
Forse è questo il grado di civiltà che si misura nelle cose piccole, nelle scelte quotidiane, in ciò che si fa non perché la norma lo imponga, ma perché la coscienza lo suggerisce a chi ce l’ha. Non servono grandi dichiarazioni di fratellanza europea. Basta non mandare il conto non tanto a chi ha ancora le bende o le piaghe sul volto, che prima o poi si asciugheranno, quanto piuttosto a chi ha le cicatrici nella memoria di quella tragica follia basata sul guadagno che non si rimarginano.
E, infine, permettetemi una nota personale. Anche noi del Nord abbiamo molto da imparare dall’ospitalità del Sud. A Napoli, a Bari, a Catania avrebbero aperto le case agli ustionati e dormito in strada pur di dare accoglienza a chi ne aveva bisogno. Su questi punti, mi sento un italiano e pure un terrone che orgogliosamente se ne vanta.