Libia, lo sport delle masse

Libia
Libia

Il Libro Verde è il testo capitale per comprendere gli oltre cinquant’anni di storia libica dominati dalla figura di Muammar Gheddafi. Nella propria introduzione all’edizione italiana, la Professoressa Mercuri ne ha ben sintetizzato il ruolo nell’edificazione sociale e politica dell’ex colonia italiana:

«Per quasi 40 anni nella Jamahiriya di Gheddafi, quella che per intenderci oggi chiamiamo semplicemente “Libia”, questo pamphlet, scritto in modo semplice per essere compreso dalle masse, era ovunque e regolava la vita di ogni libico “rispettabile”. Lo insegnavano nelle scuole e nelle università. Era la costituzione della Libia, visto che questo Paese, in realtà, una costituzione non l’ha mai avuta. Era il vangelo di Gheddafi, tutto ciò che egli immaginava per il suo Stato.»

Al cuore del progetto utopistico del rais vi è l’idea di una democrazia diretta, una democrazia delle masse contro il governo dei parlamenti e dei partiti, predominante in Occidente. La vera democrazia è rappresentata per Gheddafi dal “controllo del popolo su se stesso”, da mettere in pratica mediante un complesso sistema di congressi popolari. Ogni congresso sarebbe stato costituito quale espressione delle funzioni e delle professioni dei singoli membri. Il valore della collettività così proclamato – e rimasto in buona parte incompiuto – si esprime inoltre in una progettata struttura economica socialista, su ispirazione dell’Egitto di Nasser di cui la Libia di Gheddafi si sente erede diretta:

«L’uomo della nuova società, o lavora per conto proprio, per assicurare il soddisfacimento dei propri bisogni materiali, o lavora in un’azienda socialista, ove lui stesso è socio nella produzione, oppure lavora prestando dei servizi generali per la società, là dove questa gli garantirà il soddisfacimento dei suoi bisogni materiali».

La parola d’ordine è dunque “partecipazione” alle ricchezze materiali ed immateriali del nuovo Stato. Partecipazione che deve esprimersi in forma politica, sociale ed economica, e che trova la propria realizzazione anche in ambito sportivo. Il paragrafo dedicato allo sport chiude in effetti il Libro Verde e ne rappresenta anche una delle massime espressioni, poiché in esso trova una compiuta esemplificazione l’intera impalcatura del sogno di Gheddafi. Questo già a cominciare dall’introduzione:

«Lo sport può essere privato, come la preghiera che la persona recita da sola e per proprio conto, anche dentro una stanza chiusa; oppure può essere pubblico, quale è praticato collettivamente nei campi sportivi, come la preghiera cui adempie collettivamente nei luoghi di culto. Il primo tipo di sport interessa personalmente il singolo individuo; il secondo riguarda tutto il popolo, il quale lo pratica senza lasciare che nessuno lo faccia in sua vece».

Muammar Gheddafi

Più che una programmazione sociale e politica dello sport in Libia, appare dalle sue parole come debba essere messa in atto una rivoluzione filosofica a tutti gli effetti. Un rovesciamento del processo di maturazione della società capitalista e dello spettacolo in seno al fenomeno sportivo. Lo sport è delle masse, è per le masse e deve essere praticato dalle masse. Lo sport è ciò che si oppone all’isolamento e che esalta la comunità. Viene sottolineato in questo brevissimo estratto l’intero significato comunitario dello sport nell’edificazione di una società coesa. Il paragone con la preghiera in moschea peraltro ne potenzia il valore immateriale, spirituale e nazionale.

Profondo conoscitore del Corano, Gheddafi ha fondato sull’identità arabo-islamica la costruzione del proprio Paese. Ha coagulato e tenuto insieme con metodi anche, ma non soltanto, coercitivi uno Stato nato sulle ceneri del dominio coloniale italiano. Ha tenuto insieme tribù storicamente sconnesse e tra loro litigiose, tornate tali dopo la scomparsa del rais. La religione è divenuta in breve un collante eccezionale ed indispensabile per la sopravvivenza della Libia di Gheddafi.

Il grande rito collettivo della preghiera, che unisce i musulmani di tutto il mondo, superando le anguste barriere nazionali – che sovente il rais tenterà di abbattere federandosi di volta in volta con i propri vicini, e con l’Egitto in particolare – imposte dalla dominazione europea, viene così integrato da Gheddafi da un altro rito collettivo: quello dello sport. In aggiunta, questo è anche espressione dell’utopia democratica proclamata dalla Jamahiriya. L’attività sportiva deve prevedere, secondo Gheddafi, la piena e totale partecipazione delle masse, che non possono semplicemente assistere agli sport. Per spiegarlo, il rais si esprime in maniera estremamente diretta con alcuni esempi:

«Sarebbe irrazionale che le masse entrassero nei luoghi di culto, senza pregare, solo per stare a guardare una persona o un gruppo che prega. Allo stesso modo è irrazionale che esse entrino negli stadi e nei campi senza praticare lo sport, solo per stare a guardare uno o più individui che giocano. Lo sport è come il pregare, il mangiare, il riscaldare ed il ventilare. Sarebbe sciocco che le masse entrassero in un ristorante per stare a guardare una persona o un gruppo che mangia! Oppure che la gente lasciasse che una persona o un gruppo godessero fisicamente del riscaldamento e dell’aria in sua vece!»

Ancora una volta, a fare da contraltare alla società delle masse, è la società dei monopoli, delle oligarchie, di volta in volta incarnati dai partiti, dai parlamenti e dalle grandi aziende capitaliste occidentali. Da ciò non è esente lo sport. Lo sport, in quanto pubblico, è una necessità pubblica e non può esservi alcun delegato incaricato di svolgerlo al posto del popolo:

«Non è giusto che un individuo o un gruppo monopolizzino lo sport, come anche il potere, la ricchezza e le armi, escludendo gli altri. I circoli sportivi oggi al mondo sono alla base dello sport tradizionale e si accaparrano tutte le spese ed i mezzi pubblici relativi all’attività sportiva in ogni stato. Tali istituzioni non sono altro che strumenti di monopolio sociale».

È l’era delle masse quella che, nei sogni di Gheddafi, spazzerà via i monopoli e le ingiustizie, destinati a capitolare in ogni ambito del sociale, compreso nello sport. L’intero Libro Verde sembra condensarsi in queste parole. Ne rappresenta la punta estrema. Infine, la filosofia politica di Gheddafi che dalla religione passa attraverso la politica, sfocia nell’aspetto economico. E lo sport è in tal senso concepito come una ricchezza; in quanto tale da mettere a disposizione di tutti. Viene proclamato il diritto di tutti al benessere e alla salute.

Dura è la critica a chi, anziché praticare sport, si limita a riempire le gradinate degli stadi, a coloro che si esaltano, “apatici e plaudenti” dinanzi «a quegli eroi che hanno strappato loro l’iniziativa dominando il campo, e che si sono accaparrati lo sport requisendo tutti i mezzi prestati a loro vantaggio dalle stesse masse». L’era delle masse sarà annunciata dal giorno in cui, disertando le tribune, le masse stesse preferiranno la pratica diretta dello sport. Quando da spettatori i popoli passeranno ad essere attori dell’eroismo della vita:

«La gente incapace di rappresentare i ruoli dell’eroismo nella vita, coloro che ignorano i fatti della storia, che sono limitati nella rappresentazione del futuro e che non sono seri nella vita sono degli individui marginali che riempiono i posti dei teatri e degli spettacoli per stare a guardare i fatti della vita e imparare come procede»

Il paragone positivo, necessario, e che chiude idealmente il paragrafo, è con quei popoli beduini tanto cari a Gheddafi, l’anima ancestrale della Libia. Quei beduini che, come scrive Gheddafi, lavorano sodo e non sono soltanto semplici spettatori della vita, che praticano naturalmente lo sport e il divertimento in modo collettivo, perché ne sentono “istintivamente” il bisogno. E chissà se il figlio di Muammar Gheddafi, Saadi, pur nei propri eccessi pubblici e privati, non abbia sentito nel profondo, fino a volerlo manifestare con tutto sé stesso, questa necessità di partecipare allo sviluppo sportivo della Libia.

È il 29 giugno del 2003 quando il presidente del Perugia Luciano Gaucci conclude una delle più controverse trattative di mercato nella storia del club, mettendo sotto contratto il figlio del rais.

Saadi Gheddafi è l’assoluto promotore e responsabile dello sport e del calcio in Libia. Alla scrivania preferisce però il campo. Gioca nel’Al-Ahli Tripoli e poi nell’Al-Ittihad Tripoli prima di firmare con i perugini. È capitano e giocatore inamovibile della nazionale libica (almeno finché il CT Franco Scoglio non avrà l’ardire di metterlo in panchina, e verrà per questo esonerato). La sua vita è la manifestazione più controversa della rivoluzione libica. Poiché l’altra faccia della medaglia della carriera sportiva di Saadi, è il suo comportamento sopra le righe.

Verrà in effetti squalificato per tre mesi per doping e chiuderà, dopo alterne vicende, a 34 anni la propria carriera. Incarcerato dopo la caduta del padre e della sua visionaria Jamahiriya, nel 2017 è stato mostrato un suo filmato in prigione, sotto tortura dopo un fallimentare tentativo di seguire in televisione quella che resta ancora la sua grande passione: la Serie A. Ridotto a spettatore dopo aver tentato in tutti i modi di far la parte del protagonista, Saadi Gheddafi ha rappresentato, pur se in maniera rocambolesca ed eccentrica, la passione sportiva tanto auspicata dal padre per il suo popolo.

La notizia della sua scarcerazione, dopo 7 anni di reclusione, è arrivata qualche giorno fa. Alla comoda preghiera in solitudine, da proprietario delle quote azionarie della Juventus e di responsabile ad interim del calcio del proprio paese, Saadi ha preferito la preghiera collettiva degli scarpini, l’eroismo dei campi da gioco e del pallone da calcio.