Licenziamento e AI: la svolta del Tribunale di Roma
Licenziamento e AI: la svolta del Tribunale di Roma
L’integrazione tecnologica nei processi produttivi segna un nuovo confine giuridico: il licenziamento per giustificato motivo oggettivo (GMO) può essere fondato sull’adozione di sistemi di automazione avanzata. Con la recente sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025, il Tribunale di Roma ha stabilito un precedente significativo, confermando che la soppressione di una posizione lavorativa dovuta all’impiego dell’intelligenza artificiale è pienamente legittima, purché inserita in una reale riorganizzazione aziendale.
Il caso riguardava una graphic designer impiegata in una società di sicurezza informatica. A fronte di una crisi economica, l’azienda ha soppresso il suo ruolo, ridistribuendo le attività residue al team leader, il quale ha ottimizzato i flussi di lavoro avvalendosi di strumenti di IA. Il giudice ha ravvisato la validità del provvedimento espulsivo, sottolineando come l’innovazione tecnologica rappresenti una scelta imprenditoriale insindacabile nel merito, finalizzata all’efficientamento e alla riduzione dei costi fissi. In questo contesto, il licenziamento non appare come un atto arbitrario, ma come la conseguenza di una trasformazione strutturale volta a preservare la competitività dell’impresa sul mercato globale.
Il rapporto tra licenziamento e Intelligenza Artificiale nella giurisprudenza
Il tema del recesso tecnologico non è nuovo, ma l'IA introduce variabili inedite che interpellano la dottrina giuslavoristica. Secondo la dottrina prevalente, l'introduzione di algoritmi non costituisce di per sé una causa di risoluzione del rapporto, ma agisce come volano per il giustificato motivo oggettivo. La giurisprudenza italiana, richiamando la storica sentenza della Cassazione n. 5592/2016, ribadisce che il datore di lavoro deve sempre dimostrare l'effettività della riorganizzazione e il nesso causale con la soppressione del posto. Non basta, dunque, invocare genericamente l'automazione per giustificare un licenziamento, ma occorre provare che tale scelta sia funzionale a un obiettivo economico reale.
In questo scenario, ogni interruzione del rapporto deve superare il vaglio del cosiddetto repêchage. Come confermato dalla recente ordinanza resa dalla Cassazione n. 2739/2024, l'azienda deve provare l'impossibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni compatibili. Tuttavia, l'IA riduce drasticamente le posizioni disponibili, rendendo la prova del repêchage più agevole per il datore, specialmente se supportata da prove presuntive, come ammesso dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 4672/2019. È evidente che il licenziamento diviene l’extrema ratio quando le competenze umane non sono più integrabili nei nuovi processi automatizzati.
Obblighi di trasparenza e tutele contro il licenziamento discriminatorio
Nonostante la legittimità della scelta aziendale, il datore di lavoro deve rispettare rigorosi obblighi di informazione. La normativa italiana, in linea con il Regolamento UE sull'IA e la recente Legge Delega del 2025, impone trasparenza nell'uso di sistemi decisionali automatizzati. Un licenziamento intimato senza una corretta comunicazione sull'impatto tecnologico potrebbe essere contestato sotto il profilo della correttezza e buona fede.
Inoltre, resta fermo il divieto di atti discriminatori: nei casi in cui fosse l'algoritmo ad operare le selezioni utilizzando criteri non oggettivi, il recesso sarebbe nullo.
In conclusione, la sentenza di Roma chiarisce che il licenziamento non è una conseguenza diretta dell'IA, ma una scelta gestionale che la tecnologia rende possibile e, talvolta, necessaria per la sopravvivenza dell'impresa. Il lavoratore, dal canto suo, deve collaborare nell'indicare eventuali posizioni alternative, come suggerito anche dalle sentenze della Corte di Cassazione n. 12794/2018 e n. 5996/2019, per evitare che il licenziamento diventi un esito inevitabile della trasformazione digitale. La sfida futura sarà bilanciare la libertà di iniziativa economica con il diritto alla stabilità del lavoro, evitando che la sostituzione tecnologica diventi uno strumento di mera riduzione dei costi. Il licenziamento resta dunque un tema centrale nel dibattito tra etica e profitto.