Slalom tra magistratura e politica

Breve slalom tra storia, giurisprudenza e attualità cercando di individuare le criticità sottese al rapporto giustizia-politica.

magistratura
Ph. Riccardo Radi / magistratura

Slalom tra magistratura e politica

 

Abstract:

Negli ultimi anni lo scontro tra politica e magistratura non sembra essersi placato. Il dibattito si arricchisce costantemente tanto con nuove indagini e scandali che fanno tremare i palazzi del potere, quanto da ultimo con il referendum dello scorso 12 giugno, nonché con l’approvazione della riforma Cartabia. Il presente contributo fa un breve slalom tra storia, giurisprudenza e attualità cercando di individuare le criticità sottese al rapporto giustizia-politica.

Indice:

Bilancio post referendum

Una breve ricognizione storica

Partecipazione dei magistrati alla vita politica

Csm e riforma Cartabia

 

Bilancio post referendum

Negli ultimi anni lo scontro tra politica e magistratura non sembra essersi placato. Il dibattito si arricchisce costantemente tanto con nuove indagini e scandali che fanno tremare i palazzi del potere, quanto da ultimo con il referendum dello scorso 12 giugno dove gli italiani sono stati chiamati ad esprimersi su cinque quesiti promossi dai Radicali e dalla Lega in materia di: misure cautelari, Legge Severino, separazione delle carriere e le valutazioni dei magistrati e, infine, le candidature per il Csm.

Nel ’91 in occasione del Referendum sui voti di preferenza Bettino Craxi riferendosi al popolo italiano disse: “andate al mare”. Oggi, a distanza di diversi anni i cittadini hanno seguito quel consiglio così chiacchierato mancando il quorum e creando quel notevole riverbero mediatico rimasto assente nei giorni antecedenti al voto popolare.
 

Sinonimo di indifferenza? Minore sensibilità alla vita politica?

Una risposta è stata data. Il silenzio delle urne ha parlato. In un quadro come questo dove non si è neppure sfiorata la percentuale richiesta dalla Costituzione per la validità della consultazione popolare (la metà degli aventi diritto più uno), l’attenzione si riversa inevitabilmente su un tema tra i più delicati e controversi della storia del nostro Paese, che da anni milita nella società tra luoghi comuni e dibattiti ad alta tensione, ossia quello tra magistratura e politica, o meglio, “politicizzazione della magistratura”.

La questione è nota e rappresenta un punto di sofferenza del nostro sistema giudiziario.

Spesso ci si è chiesto se le inchieste condotte dei magistrati fossero di natura penale o piuttosto di natura politica. E qui, come in tutte le battaglie che “si rispettino”, ci sono le fazioni: da una parte i politici che si sentono perseguitati dalla magistratura, dall’altra gli inquirenti che promuovono la propria azione attuando il dettato costituzionale. A questo disegno fa da sfondo l’onnipresenza dei mass media.

Invero, accanto ai processi che si svolgono nelle aule di Giustizia vi sono quelli da prima pagina, pronti a dar voce a diffusi sentimenti popolari, finalizzati a fare audience e che in un attimo si trasformano nel format perfetto per una serie Tv di successo.
 

Una breve ricognizione storica

La vexata quaestio dei rapporti tra apparato della giustizia (e di chi la amministra) e la politica non è di oggi. Essa si snoda su molteplici piani ed è connotata da una notevole rilevanza simbolica che incide sulla messa a fuoco dell’immagine dei magistrati nell’opinione pubblica.

C’è stato un tempo in cui i magistrati erano apolitici, godevano del consenso del popolo in quanto meri esegeti della volontà della legge e la loro funzione era ridotta a quel brocardo risalente al principio Illuministico della separazione dei poteri: “bocca della legge”. Poi, una volta giunta l’epoca liberale, c’è stata la massima politicizzazione dei magistrati, quando in ottemperanza allo Statuto Albertino, i giudici facevano parte del ceto politico di governo e contestualmente erano anche garanti di quel sistema e di una “giustizia di classe”.

Situazione questa che si protrasse per lungo tempo e che trovò terreno fertile fino a tutto il periodo fascista.

Una rivoluzione copernicana si è avuta con l’avvento della Carta costituzionale che ha segnato la linea di confine tra magistratura e sistema politico, garantita dalla soggezione della cosiddetta “Casta” soltanto alla legge. Rispetto a questo schema i magistrati cessano di essere una pedina dell’articolazione della pubblica amministrazione e assumono, ciascuno singolarmente, la pienezza del potere giudiziario.

Emerge, dunque, l’idea di un diritto che non è più espressione del potere del singolo, ma diventa valvola di salvezza per la cura di tutti i cittadini.

Luciano Violante scriveva nel suo “Manifesto” riprendendo in prima battuta un’espressione di Francis Bacon “(…) i giudici devono essere leoni, ma leoni sotto un trono, (…) il trono ambisce a schiacciare i leoni. I leoni manifestano una certa propensione a sedersi sul trono”.

Questa affermazione è sicuramente forte, ma cela un altro fenomeno, quello dei legami che si sono creati tra magistratura e politica, perché il rapporto tra loro non è stato sempre conflittuale.

Sintomatico di ciò è l’associazionismo dei magistrati e dei pubblici ministeri che “trovava in una parte politica e in una parte della società i propri valori di riferimento”.

Espressione colorita che nulla ci dice di più rispetto al grande panorama Europeo che vede l’esistenza di una pluralità di movimenti, correnti, collateralismi e per l’appunto associazioni.

Talvolta, c’è chi ama ricordare che proprio da queste “aggregazioni sociali” si sono formate contaminazioni non solo morali ed etiche, ma che hanno originato risvolti penalmente rilevanti causati dal perseguimento di interessi personali che scaturivano dalla partecipazione diretta dei magistrati alle attività in senso stretto politiche, ovvero, come già si è detto, dal loro coinvolgimento nella vita dei partiti politici o la loro candidatura alle competizioni elettorali per il rinnovo di organi politico-amministrativi.

Sono state queste le premesse teoriche e pratiche su cui si è radicata l’influenza della politica sulla magistratura che ha avuto il suo apice nei casi di cronaca, non da ultimo quello di Tangentopoli, che nonostante siano passati più di trent’anni, continuano a scuotere gli animi di chi, a vari livelli, riveste ruoli istituzionali.


Partecipazione dei magistrati alla vita politica

Le suddette, seppur brevi, considerazioni di carattere storico abbisognano però di ulteriori specificazioni.

In tema di partecipazione dei magistrati all’attività politica appare rilevante richiamare la pronuncia n. 224/2009 della Corte costituzionale (che in più punti si rifà alla precedente sentenza n. 100/1981), nella quale è stata dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, lett. b), del d. lgs 109/2006 che sanziona sul piano disciplinare l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa dei magistrati ai partiti politici.

Nell’iter argomentativo la Corte esamina la figura del magistrato sottolineando come lo stesso goda degli stessi diritti di libertà garantiti ad ogni altro cittadino e quindi “possono, com’è ovvio, non solo condividere un’idea politica, ma anche espressamente manifestare le proprie opzioni al riguardo”. Tuttavia, gli stessi giudici ricordano come tale espressione trovi un perimetro ben configurato dalla Costituzione, in particolare alla luce degli artt. 101 comma 2, e 104, comma 1, in ragione delle funzioni espletate e dalla qualifica rivestita dai magistrati ai quali riserva specifici doveri.

Infatti, richiamando testualmente il dettato della sentenza i magistrati “debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati (…) anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento”.

Accanto a queste due pronunce della Corte costituzionale si pone il principio della Corte europea, la quale riconosce le libertà fondamentali, e tra queste capeggia la libertà di espressione, ma proprio in virtù del necessario riserbo scaturente dalla posizione istituzionale che il magistrato riveste, tale libertà deve incontrare un limite nella sua espressione al fine di garantire tanto un profilo soggettivo, quanto uno oggettivo di imparzialità.

Per comprendere il tenore delle su menzionate sentenze un ultimo, doveroso, richiamo deve essere effettuato alla sentenza n. 497/2000 sempre della Corte costituzionale che rammenta come il principio di imparzialità e indipendenza del magistrato non è afferente solo all’ordine giudiziario inteso nella sua accezione riduttiva quale “corporazione professionale”, ma si estende in senso lato ai cittadini. Ed è proprio a questo punto che la Corte evidenzia la sussistenza di una “stretta correlazione tra la nozione di prestigio dell’ordine giudiziario e la credibilità dell’esercizio delle funzioni giudiziarie presso la pubblica opinione, intesa ovviamente in senso pluralistico nel suo articolarsi in modi di vedere non necessariamente uniformi”.

E forse per far regnare una sorta di pax tra magistratura e politica bisognerebbe ricordarsi di ciò che Calamandrei, a voce alta, diceva: “quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra”.
 

CSM e riforma Cartabia

Questi brevi cenni a cavallo tra storia, giurisprudenza e attualità dimostrano che è fisiologica la tensione tra magistratura e politica. Spesso le analisi sul loro rapporto sono convergenti nel disegnare un quadro che ne evidenzi i rapporti conflittuali, ma sempre meno ci si occupa, o meglio preoccupa, di ridefinirne la loro relazione.

Il tema della indipendenza e dell’autonomia della magistratura è contiguo a quello della riforma del CSM.

Con il testo diventato legge nelle scorse ore il Senato con 173 sì, 37 no e 6 astenuti dice “sì” a Cartabia, ma neppure in questo momento si arrestano le critiche.  

Trattasi essenzialmente di una riforma improntata sull’assetto dell’ordinamento giudiziario che lascia uno spazio minoritario alla disciplina del Consiglio Superiore della magistratura.

Questo intervento non comporta un alleggerimento del peso delle correnti politicizzate, ma inevitabilmente acuisce il potere dei “potenti”.

Rodotà parlava di un “imperialismo giuridico” intendendo l’invasione del diritto in tutti gli aspetti della vita quotidiana, oggi sarebbe forse più opportuno parlare di “imperialismo politico”.

A questo punto fare un bilancio appare difficile, se non impossibile e trovare una chiave di volta per la soluzione di questo conflitto parrebbe un’utopia. Tuttavia, forse per ridefinire il rapporto tra magistratura e politica bisognerebbe riavvolgere il nastro per poi ripartire da un concetto che spesso ci si dimentica: c’è qualcosa più forte delle idee, il potere, ma c’è qualcosa più forte del potere: il potere di avere delle idee.