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Spese per sonsorizzazione sportiva: una recente pronuncia della Cassazione

Nota a Corte di Cassazione - Sezione Sesta Civile - Tributaria, Sentenza 5 marzo 2012, n.3433 20 aprile 2012 -

SOMMARIO

1. Il contenuto della sentenza

1.2. Qualche considerazione

1.3. Si tratta di abuso del diritto?

2. Panorama sulla normativa in materia di spese di rappresentanza - la situazione a partire dal 2008

3. Come si deve comportare il contribuente?

1. Il contenuto della sentenza

Il caso è relativo ad una sponsorizzazione sportiva a favore di un pilota effettuata da una società operante nell’impiantistica per imballaggi, che consisteva nella apposizione sulla vettura da corsa della scritta: “Marfin Packaging Machines Italy”.

Il costo sostenuto per la sponsorizzazione venne interamente dedotto dalla ricorrente, in quanto ritenuto promozionale.

L’Agenzia delle Entrate emise avviso di accertamento, in cui riqualificò tali spese come di rappresentanza, la ricorrente propose ricorso e i giudici di merito accolsero le sue doglianze, mentre la Cassazione, adita da parte dell’Ufficio con ricorso per violazione degli articoli 108 TUIR e 1362 Codice Civile, ribadì il principio secondo cui: “Alle sponsorizzazioni sportive si applica l’articolo 108, essendo, in tutto e per tutto, equiparate alle spese di rappresentanza, in quanto effettuate senza che vi sia una diretta aspettativa di ritorno commerciale e idonee al più ad accrescere il prestigio dell’impresa”.

La Suprema Corte dettaglia la distinzione tra spese di pubblicità e rappresentanza: le prime sono effettuate per ottenere un incremento, più o meno immediato, della vendita, e volte alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi o comunque dell’attività svolta, le seconde sono sostenute senza una diretta aspettativa di ritorno commerciale, volte ad accrescere il prestigio e l’immagine dell’impresa e a potenziarne le possibilità di sviluppo.

Calando questo principio nella realtà sottoposta al proprio vaglio, la Corte ha constatato che la contribuente non aveva allegato e provato qualsivoglia “diretta aspettativa al ritorno commerciale”, che potesse essere ragionevolmente riconducibile all’attività di un pilota professionista e all’apposizione sulla vettura da corsa della scritta “Marfin Packaging Machines Italy”, né ha spiegato quale poteva essere la concreta finalità d’incremento commerciale, concernente la produzione d’impiantistica per imballaggi, nel contesto delle corse automobilistiche.

1.2. Qualche considerazione.

Prima di trarre una qualsiasi conclusione occorre soppesare il contenuto della sentenza.

Una prima considerazione va fatta in relazione al motivo di ricorso per cassazione per violazione dell’articolo 1362 del Codice Civile.

Tale censura può costituire un faro per orientarsi; la norma prevede: “Nell’interpretare il contratto si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole. Per determinare la comune intenzione delle parti, si deve valutare il loro comportamento complessivo anche posteriore alle conclusione del contratto”.

Evidentemente, il motivo di ricorso non è inconferente con il ritenere questa sponsorizzazione come spesa di rappresentanza anziché di pubblicità. Correttamente, non basta la forma della sponsorizzazione per dedurre che la spesa sia di pubblicità, ma occorre che il comportamento complessivo delle parti sia congruente con la forma data al contratto.

Nel caso deciso dalla sentenza in commento il contratto esteriormente comportava uno scambio di denaro a fronte dell’esposizione di un marchio, ma questo non è stato ritenuto sufficiente per qualificare la spesa sottostante come di pubblicità.



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n.7770 - ISSN 2239-7752

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