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L’infanticidio

17 maggio 2012 -

Una delle tematiche criminologiche maggiormente discusse in questo periodo è l’infanticidio.

Questo crimine si riscontra per lo più in ambienti familiari e si definisce come delitto che riguarda l’omicidio dell’infante, termine con il quale si identifica il bambino che ancora non ha iniziato ad acquisire l’uso della parola.

Dal punto di vista giuridico, tale delitto esisteva già nell’epoca romana, quando era consentita l’uccisione del proprio infante, qualora si trattasse di bambini cd “mostri”, “deboli” o “deformi”.

Con l’avvento del Cristianesimo, invece, tale delitto ha assunto i caratteri di un crimine grave. Nelle codificazioni del XIX secolo, esso fu previsto come figura di illecito autonoma e più mite, qualora fosse determinato da ragioni d’onore o da particolari condizioni economiche e sociali della madre.

In particolare con il codice Zanardelli del 1889, l’infanticidio era disciplinato come circostanza attenuante dell’omicidio, laddove il fatto fosse commesso per causa d’onore e su di un bambino che non fosse nato da più di cinque giorni e comunque non fosse ancora iscritto allo stato civile. Con il codice Rocco, invece, fu disciplinato come forma di reato autonomo, strutturando la fattispecie sulla causa d’onore basata sull’esigenza di salvare l’onore sessuale della donna. Con il mutamento del costume e della morale pubblica, la causa d’onore è stata successivamente abrogata dal legislatore, con conseguente riformulazione del reato nei termini oggi vigenti ad opera della l. 5 agosto 1981, n. 442. Oggi, il codice penale riconosce e punisce l’infanticidio all’art. 578 in virtù della protezione del bene della vita. Tale articolo che disciplina come reato autonomo l’infanticidio in condizione di abbandono materiale e morale (che è una fattispecie speciale di omicidio in quanto, mancando il presupposto dell’abbandono, rimane applicabile la fattispecie dell’omicidio generale) equipara, come soggetti passivi, il neonato ed il feto durante il parto. Ne consegue dunque che il momento determinante per l’applicabilità delle norme sull’omicidio è l’inizio del parto, e quindi rilevante ai fini della tutela di tali norme è già la vita del feto, ossia il frutto del concepimento e della gestazione, pervenuto, però, alla fase del parto.

L’articolo in questione punisce la donna che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse allo stesso, con la reclusione da quattro a dodici anni. Tale articolo punisce, inoltre, coloro che concorrono nel reato con la reclusione non inferiore a ventuno anni, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre. La pena può essere diminuita da un terzo a due terzi.

Dal punto di vista psicologico e criminologico, tale delitto è per lo più realizzato dalla donna per una serie di motivazioni. Una di questi è la realizzazione del crimine da parte di madri che sono solite maltrattare i figli, come può esserlo un agito impulsivo in risposta a pianti o urla del bimbo. Un’ altra può essere l’agire omissivo delle madri passive e negligenti, incapaci di affrontare i compiti della maternità relativi alle necessità vitali del figlio, commesso magari per deprivazione e trascuratezza, come la discuria, che è la disfunzione di cure inadeguate da parte di madri che hanno patologie gravi come la tossicodipendenza.

È bene rimarcare, però, che per la commissione di questo crimine abietto, la madre non è necessariamente malata di mente, priva cioè di capacità di intendere e di volere.



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Tribunale Bologna 24.07.2007,
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