Colpevoli: fino a prova contraria

Il cielo sopra Bologna
Ph. Anna Romualdi / Il cielo sopra Bologna

Nelle aule di giustizia avvengono, quotidianamente, fatti che meriterebbero una attenta e profonda riflessione. Invece scivolano via nel dimenticatoio, perché non riguardano “i soliti noti” e sono scomodi agli occhi dei tutori dell’ordine e dell’opinione pubblica.

Uno di questi fatti processuali voglio raccontarvi, siamo a Roma e nel quartiere Casilino sono avvenute una serie di rapine in farmacia compiute da un uomo ed una donna e alle volte dalla sola donna.

I carabinieri acquisiscono le immagini dei circuiti di videosorveglianza delle farmacie e un maresciallo si convince di riconoscere in E. F. (iniziali a fantasia), una donna incensurata di 36 anni, la rapinatrice.

A questo punto, gli inquirenti, estrapolano la foto della donna dai video e verificano che il fratello della donna, un uomo di 40 anni, ha precedenti per reati contro il patrimonio.

Tale circostanza li convince di aver trovato i colpevoli, preparano un album fotografico contenente le foto di entrambi i “sospettati, convocano le persone offese per un riconoscimento fotografico.

Le persone offese riconoscono, senza ombra di dubbio nelle foto entrambi i sospettati, quali gli autori delle rapine. 

I carabinieri li arrestano all’alba di un giorno di fine estate, mentre sono in casa con la madre disabile. È uno shock per fratello e sorella che vivono lavorando saltuariamente come commessa e fattorino, entrambi cadono dalle nuvole, è un dramma per la mamma lasciata incustodita in casa.

Eppure non è ancora nulla rispetto a quello che sta per accadere: La donna viene condotta nella sezione femminile del carcere di Rebibbia, mentre ancora non si riesce a capacitare di quanto ha letto sull’ordinanza di custodia cautelare che le è stata notificata al momento dell’arresto: secondo l’accusa, sarebbe stata lei a portare a termine “tre rapine in farmacia, armata di taglierino”; il fratello viene associato a Regina Coeli e nell’ordinanza legge di aver compiuto una rapina con la sorella “brandendo un taglierino e minacciando di morte la farmacista”.

A inchiodarli ci sarebbero due elementientrambi abbastanza frequenti nella casistica degli errori giudiziari del nostro Paese: anzitutto la testimonianza di un carabiniere, che è convinto di avere riconosciuto proprio la donna dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza di una delle farmacie rapinate. In passato, infatti, la donna aveva accompagnato spesso in caserma il fratello sottoposto all’obbligo di firma. In secondo luogo, la testimonianza delle farmaciste, ben sette, che avevano subìto i colpi: sono certe di riconoscere il volto di E.F. e di O. F. nei fotogrammi estrapolati dai video.

Per entrambi, però, ci sono notevoli discrasie tra le descrizioni fornite dei rapinatori dalle persone offese e le loro reali fattezze. Ma il sistema è sicuro “senza ombra di dubbio” che sono colpevoli. Vengo nominato da entrambi dopo che i loro ricorsi al Tribunale del Riesame di Roma sono stati respinti.

Li vado a trovare in carcere e li trovo entrambi disperati e prostrati dalla carcerazione preventiva subita. Gridano la loro innocenza e mi supplicano di aiutarli.

Presento un incidente probatorio per effettuare una ricognizione di persona da parte delle farmaciste e sollecito una consulenza antroposomatica per entrambi. Tutte le mie richieste vengono respinte perché “superflue allo stato degli atti”, quanta ipocrisia in questi provvedimenti. Sollecito un approfondimento investigativo che sarebbe risolutivo per le indagini e per la vita di due persone detenute e lo ritieni “superfluo”. Mi sovviene un corrosivo aforisma di Stanislaw Jerzy Lec: ”Le leve dell’Ingiustizia sono sempre nelle mani giuste”.

I miei assistiti non possono permettersi la nomina di un consulente e quindi ci avviamo al necessario processo.

In cella a Rebibbia la commessa passerà 202 giorni. E subito dopo, altri 40 agli arresti domiciliari. Il fratello trascorrerà in carcere 210 giorni.

Intanto, si celebra il processo. Esaminando gli atti, mi accorgo che nella descrizione della rapinatrice fatta prima del riconoscimento fotografico da parte delle farmaciste, queste avevano raccontato di aver descritto una donna mora, robusta, con delle verruche bianche che ricoprivano le mani della malvivente. Ma esaminando la cartella clinica di E.F. al momento del suo ingresso in carcere, venti giorni dopo l’ultimo dei colpi a lei addebitati, mi rendo conto che la donna non aveva verruche, bolle o altre cicatrici sulle mani.

È la svolta. Durante il dibattimento, questo elemento avrà un peso fondamentale per scagionare E.F., ma non sarà l’unico. Le farmaciste vedendo dal vivo in aula, i presunti rapinatori, manifestano forti perplessità sul fatto che la donna e l’uomo possano essere davvero quelli che le hanno rapinate.

A questo punto, la beffa, il Tribunale a distanza di anni e dopo che la difesa l’avesse più volte richiesta senza esito, dispone una perizia antroposometrica. Nonostante le evidenze probatorie a favore il sistema non può permettersi, a cuor leggero, di dichiarare di aver sbagliato.

La clausola di stile è sempre quella: “All’esito dell’istruttoria il Tribunale, ritenuta l’assoluta necessità di disporre perizia antroposometrica sui soggetti effigiati nelle riprese contenute nei Compact Disc acquisiti al fascicolo… nomina.. dica il perito, esaminati gli atti di causa e operato confronti antroposometrici tra le immagini fotografiche presenti nel fascicolo e le riprese video disponibili se i soggetti rappresentati corrispondano a O. F. e E. F.. esprima in ogni caso un giudizio di compatibilità antroposomatica tra i medesimi e i soggetti rispettivamente ripresi nei videogrammi e fornisca all’Ufficio ogni altro utile chiarimento”.

Il provvedimento viene accompagnato da un commento del Presidente del collegio, che mi suona beffardo: “Avvocato anche a tutela dei suoi assistiti”.

Avrei voglia di rispondergli molto romanamente ... ma mi mordo il labbro.

La perizia non potrà che confermare l’estraneità dei miei “sventurati patrocinati e anzi indica il possibile colpevole: “… gli accertamenti fisionomici svolti su E. F. hanno permesso al perito di osservare una corrispondenza di elementi tra il soggetto ripreso ed un altro individuo presente negli archivi digitali della Polizia di Stato, già coinvolto in una serie di episodi delittuosi simili a quelli in contestazione nel presente procedimento. Si tratta di….nata a ….il…che tra i contrassegni presentava un tatuaggio a forma di cuore sull’avambraccio sinistro e un tatuaggio nella regione deltoidea destra, in corrispondenza delle macchie rilevate nel soggetto ripreso durante la rapina del…si trasmettono dunque gli atti alla Procura della Repubblica per le eventuali valutazioni di competenza”.

E così, a due anni di distanza dal giorno dell’arresto, il Tribunale di Roma assolverà E.F. e O.F. per non aver commesso il fatto. Divenuta irrevocabile la sentenza, entrambi gli sventurati presentano istanza di riparazione per ingiusta detenzione per i mesi  trascorsi da innocenti agli arresti, tra carcere e domiciliari.

I miei assistiti sono stati risarciti con decine di migliaia di euro mentre i carabinieri che svolsero le indagini, il pubblico ministero che richiese la misura cautelare e il Gip che la dispose e che respinse le richieste difensive, che avrebbero evitato il carcere a persone innocenti e scoperto il reale colpevole, hanno fatto, comunque, la loro onorata carriera.

Daltronde Una volta che sono stato in casa della Giustizia. I suoi bambini giocavano a mosca cieca.