La chiamata per la scarcerazione
La chiamata per la scarcerazione
“…libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta…”
Quando mi costituii in carcere (sette anni fa) “…avevo immaginato,…pensavo che avrei lasciato tutto alle spalle … sentivo forte il desiderio di lasciare tutto fuori, di spogliarmi di una vita vissuta di corsa, carica di tante cose, anche degli errori, e non più sopportabile.
Pensavo che così avrei avuto la possibilità di riacquistare la libertà, la libertà vera quella che non ti impone di ascoltare una persona che non vuoi ascoltare, parole che non vuoi sentire, vedere cose che non vuoi vedere. …mentre mi accingevo ad entrare, sentivo il rumore delle chiavi aprire chiudere le serrature… mentre percorrevo i primi metri dei corridoi del carcere, corridoi lunghi, in costante penombra … ebbi presto la percezione che …varcando quella soglia non avrei incontrato la libertà che cercavo …la libertà era rimasta fuori …e tutti i miei pensieri le mie angosce i miei tormenti erano entrati in carcere con me …capii che dietro a quelle sbarre …non avrei trovato la pace che pensavo …avrei piuttosto dovuto ricostruire una dimensione interiore diversa, …avrei dovuto scalare la vetta della ricostruzione …”
Mercoledì 28 gennaio alle ore 10,37 uno squillo al telefono: “.. pronto ? … pronto la Matricola del carcere … deve rientrare …è arrivata la scarcerazione …clik”
D’improvviso un groppo forte alla gola, le gambe non mi reggono, la vista si appanna, e nella mente corrono le immagini veloci di questi anni, corrono a ritroso come una pellicola di un film che si riavvolge alla velocità accelerata…
Mi alzo vado dal mio datore di lavoro e con voce rotta… è arrivata la scarcerazione rientro in carcere…ci vediamo più tardi…, il suo sguardo incrocia il mio mi comunica serenità e gioia, mi stringe la mano e mi spinge come per lanciarmi verso quell’ultima corsa…
Il rientro è un volo, la metro… i passi veloci per quella strada che in questi anni di lavoro all’esterno e di semilibertà era il percorso obbligato verso la dimora a sbarre…arrivo ripongo nel cassettino esterno le mie cose, e con il tremolio in tutto il corpo entro consapevole che sarebbe stata l’ultima volta… le stesse formalità l’identificazione-verifica, un blocco… il secondo blocco, e imbocco il lungo corridoio irradiato dalla luce fioca che entra dalle finestre…lo percorro sicuro, arrivo alla sezione guardo l’agente che compiaciuto sa: …vai sali prepara tutte le tue cose poi scendi devi andare in infermeria, ai conti correntie in matricola…
Salgo le scale, con fatica,...sento il peso dei tati anni in carcere e dell’emozione che attanaglia, incontro pochi compagni (che oggi non sono usciti al lavoro) mi abbracciano, nessuna parola ma solo un gesto di intesa… entro in cela e la testa gira, difficile fare mente locale, ci sono le cose da prendere velocemente e con ordine …incomincio a riempire i sacchi, raccolgo tutte le mie cose, mi fermo, osservo, mi giro intorno, una due tre quattro cinque sei sette…le borse si riempiono e non so come farò a portarle fuori …esco dalla cella e mi fermo davanti…un ultimo sguardo al “blindo” …attacco il saluto per i compagni che non vedrò più e non saluterò a sera:
Non vi scorderò mai e vi porterò nel cuore
Siete stati lo sprone di ogni giorno dentro l’inferno che mi divorava
Compagni e compagne di detenzione… ricordo i vostri nomi ad uno ad una ….
ho impressi i Voltri volti, le vostre lacrime, i vostri sorrisi
Il grazie a tutti ricordando le tensioni le petulanze le insistenze le ansie
Le istanze dette “stanze” che ognuno mi ha chiesto, che ho fatto per molti che non ho fatto per alcuni.
Sono stato brusco, talvolta sfinito iracondo riempendovi di male parole, …poi sono sempre tornato sui miei passi, ti ho cercato, vi ho cercato uno ad uno, ho chiesto scusa mi sono lasciato invadere dal risentimento permaloso di ciascuno …. E ho fatto quella bendata istanza che chiedevi.
Senza di voi non mi sarei mai sentito utile, se non mi fossi sentito utile mi sarei lasciato morire …
Non ero bravo come voi che sapevate urlare la vostra disperazione…vi guardavo e vi invidiavo…io non ero neppure capace di urlare la mia contrarietà, mi chiudevo in un umiliante silenzio…avevo paura … vi guardavo e mi vergognavo.
Oggi vi dico: grazie, per avermi fatto sentire utile… quello che ho fatto io per voi è niente rispetto a quello che voi mi avete dato: ossigeno e forza per sopravvivere.
Vi porto nel cuore, e in ogni incontro che avrò la fortuna di fare parlerò di voi… parlerò di noi …parlerò dei dimenticati di una società che ha vergogna per non saper perdonare e per questo ci condanna alla nullità.
Resistete, siate resilienti …la libertà è là dietro le sbarre …aspetta anche voi !
Un compagno mi aiuta a scendere tutte le borse e i sacchi dal terzo piano a terra, davanti all’ufficio degli agenti, la consegna degli effetti detentivi, il tesserino, la sconsegna… poi in Infermeria per la visita medica di dimissione… mi fermo in area trattamentale, e lì ad attendere il mio educatore, l’uomo che mi accolse sette anni fa e per la prima volta rompo il protocollo formale, lo abbraccio forte, sento il suo abbraccio, l’abbraccio di chi sa quanto è costato questo viaggio, Lui che con pudore ascoltò il mio primo drammatico racconto e mi spronò a ripartire…ripartire dalle mie competenze… l’uomo con il quale tante volte ci si è confrontati non necessariamente sul mio percorso ma sul mondo, sulla politica, sulle vicende tragiche del fuori…il saluto agli operatori con il quali e grazie ai quali ho condiviso attività di volontariato ai compagni, a quanti mi hanno conosciuto e mi hanno fatto sentire meno grave il cammino … meno pesante l’errore, a quanti hanno guardo l’uomo e aiutato ad accettare e capire l’errore.
Riprendo i miei scacchi e le mie borse ed arrivo alla Matricola: la formalità ufficiale della notifica e l’accompagnamento, l’ultimo accompagnamento verso quel cancello che delimita il varco tra il dentro e il fuori…
Percorro per l’ultima volta, trascinando un carrello carico di borse e sacchi, quei quasi 900 metri ed arrivo alla sbarra, scarico tutto al di là, e poi… percorro gli ultimi metri attraverso il blocco d’uscita fin che l’Agente mi dice: …può andare !
Esco e mi ritrovo lì con tutti i mei sacchi e le mie borse … non ho il coraggio di girarmi, attendo solo mia figlia che arriva a prendermi… Non mi girerò mai verso il carcere, il mio sguardo sarà sempre aventi … sino a quando ci allontaniamo e qual luogo alle mie spalle si fa sempre più piccolo sino a scomparire….
Uscire è stato l’esatto opposto di quando entrai, questa volta ho lasciato dentro tutta la sofferenza, tutto il dolore di questi anni…la fatica di un cammino attraverso le macerie di una vita e degli errori … fuori con me ho portato la consapevolezza del limite, la volontà di ricominciare, uscendo mi ha accarezzato il volto il vento della libertà.
Con me porto le cicatrici del dolore mio malgrado provocato e del dolore sofferto… queste cicatrici saranno il monito, il ricordo che sbagliare è possibile ma occorre sapersi rialzare…che ogni nostra azione incontra l’altro e lo può ferire.
La strada non è finita…c’è un percorso ancora da compiere, e soprattutto ci sono nuovi ostacoli da superare; c’è lo stigma con cui fare i conti…che mi metterà alla prova… che mi chiederà ancora conto del mio errore …
Il compito ora è convivere con lo stigma, accettarlo come si sono accettate le ferite, andare oltre l’errore nel ritorno al futuro, essere libero dentro per ricominciare