2026 – Suicidi in Carcere: siamo già a 7 dall’inizio dell’anno

La condizione detentiva segna per sempre la vita del condannato

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2026 – Suicidi in Carcere: siamo già a 7 dall’inizio dell’anno

 

Un detenuto di 25 anni, di origine turca, si è suicidato impiccandosi nella sua cella della Casa Circondariale di Viterbo. Il giovane era stato arrestato lo scorso 3 settembre, insieme a un connazionale, durante i festeggiamenti di Santa Rosa, con l’accusa di detenzione di armi da guerra. Con questo episodio, sale a sette il numero dei detenuti che si sono tolti la vita dall’inizio dell’anno, un dato che rilancia con forza l’allarme sulle condizioni del sistema penitenziario italiano.

A denunciare la gravità della situazione è Uilpa Polizia Penitenziaria, attraverso le parole del segretario generale Gennarino De Fazio : «Segno ulteriore ed evidente che l’emergenza penitenziaria continua e si aggrava sempre più», afferma De Fazio, sottolineando come il suicidio rappresenti solo l’ultimo anello di una catena di criticità ormai strutturali.

I numeri del carcere di Viterbo restituiscono un quadro definito allarmante. Nella struttura sono presenti 697 detenuti a fronte di 405 posti disponibili, con un sovraffollamento che supera il 72% della capienza regolamentare. A gestire questa situazione ci sono appena 275 agenti della Polizia penitenziaria, mentre il fabbisogno minimo sarebbe di 471 unità, con un deficit del 42% dell’organico.

Una realtà che, secondo il sindacato, non è un’eccezione ma si inserisce in un contesto nazionale altrettanto critico. In Italia si contano 63.770 reclusi stipati in 46.078 posti, pari a un sovraffollamento del 38,38%, mentre mancano almeno 20mila agenti rispetto alle esigenze reali della Polizia penitenziaria impiegata negli istituti. «Qualsiasi azienda in simili condizioni sarebbe fallita da tempo», osserva De Fazio, aggiungendo che se il sistema continua a reggere è solo grazie allo «straordinario impegno e al sacrificio, talvolta persino disumano, degli operatori».

Il segretario della Uilpa Polizia Penitenziaria punta il dito anche sui carichi di lavoro esorbitanti e su turnazioni che arrivano fino a 26 ore continuative, condizioni che mettono a rischio non solo la salute degli operatori ma anche la sicurezza complessiva degli istituti.

«Le carceri stanno diventando sempre più una pentola a pressione», avverte De Fazio, «Mentre la pressione aumenta, si tappa la valvola e si rinforza il coperchio, ma ben presto potrebbero esplodere le pareti». Da qui l’appello a interventi immediati e strutturali: misure deflattive della densità detentiva, potenziamento degli organici, investimenti su formazione, ammodernamento delle strutture, tecnologie, assistenza sanitaria, in particolare per i detenuti con disturbi mentali, e l’avvio di riforme strutturali non più rinviabili.

I suicidi in carcere sono un 'fardello di dolore',  un fallimento da parte dello Stato.

Sono sette le risoluzioni sulla giustizia presentate nell'Aula della Camera in occasione delle comunicazioni del Guardasigilli Carlo Nordio: un unico documento della maggioranza e sei delle opposizioni (Pd, M5s, Avs, Più Europa, Azione e Iv).

Nordio risponde : È una "petulante litania" quella che accusa la riforma sulla giustizia di voler sottoporre il pubblico ministero al volere politico, ha aggiunto il ministro della giustizia, Carlo Nordio, nel corso del suo intervento alla Camera. Il guardasigilli ha poi citato gli articoli della Costituzione che riguardano la magistratura.
           
Il sovraffollamento crescente, che oggi riguarda anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento degli istituti dal territorio, la difficoltà di garantire diritti fondamentali e percorsi di cura, lavoro e reinserimento sono elementi ormai ampiamente documentati. Le conseguenze ricadono sulle persone detenute, in particolare le più vulnerabili, e sul personale penitenziario (compreso quello sanitario e socio-assistenziale), costretto a operare quotidianamente in contesti che favoriscono burnout. Il tema, come purtroppo sappiamo, non è sempre al centro del dibattito pubblico. E, “nonostante appelli, prese di posizione istituzionali e le parole pronunciate durante l’Anno giubilare”, non sono seguiti interventi concreti. Al contrario, sembra prevalere una tendenza alla chiusura del sistema, mentre la richiesta di clemenza resta sostanzialmente espulsa dal confronto politico.

Delle vicende si sa ancora molto poco. Il ragazzo detenuto a Sollicciano si era legato un lenzuolo attorno al collo nella sua cella ed era stato soccorso poco dopo dagli agenti di polizia penitenziaria, che lo avevano trasportato in condizioni gravissime all’ospedale di Careggi, dove è stato dichiarato morto il 30 gennaio.

«A togliersi la vita è stato un ragazzo giovane con problemi di dipendenza ma anche con fragilità di tipo psichiatrico», ha riferito la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni (Pd). «Come lui ci sono tanti altri detenuti, nelle stesse condizioni. Il carcere non può diventare il buco nero dove le persone più in difficoltà vengono abbandonate a se stesse, senza alcun rispetto per la loro tutela e la loro dignità».

Queste morti riaprono con forza il tema del suicidio in detenzione come emergenza strutturale mai affrontata. Sul sovraffollamento e sulla necessità di depenalizzare alcuni reati, prevedendo misure alternative alla detenzione per quelli minori, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato sollecitato con due interrogazioni parlamentari (presentate dalla senatrice Ilaria Cucchi e dalla deputata Stefania Ascari) rimaste ad oggi senza risposta.

«I suicidi in carcere sono uno dei termometri dello stato del sistema penitenziario italiano – dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone sulle carceri – e ci dicono che c’è un’emergenza che non si sta in alcun modo affrontando». Nelle carceri si respira sempre più tensione, le persone detenute sono sempre più fragili e «gli operatori stremati dalla incontenibile crescita dei numeri».

Continuare a parlare solo di edilizia penitenziaria, per Scandurra, è una strategia che «non porta a nulla». C’è bisogno di riforme e iniziative «che portino ad abbassare il numero di persone in carcere, garantendo così una presa in carico reale ed efficace delle tante fragilità che oggi si incontrano».

Le ultime morti raccontano, ancora una volta, un quadro in cui la disperazione deflagra in istituti sovraffollati, carenze di personale e di servizi di salute. In questo disastroso contesto, nel carcere di Padova si è scelto di spostare tutti i detenuti della sezione di alta sorveglianza in altre carceri, ponendo fine ai laboratori costruiti con le cooperative e allontanandoli dalle loro persone care.

Ci si chiede: si vuole veramente affrontare e risolvere il tema carcerario e di politica carceraria, o il vero obbiettivo e girare intorno al problema per non risolverlo, affrontando il tema alimentando lo spauracchio della sicurezza, moneta per la politica securitaria, di consenso un consenso richiesto e pagato sulla pelle di chi avendo sbagliato è assicurato al carcere in nome della certezza della pena ma in totale violazione dell’art. 27 della Costituzione.

Il ministro Nordio non perde occasione per proclamare che dopo il referendum della giustizia che vincerà così da garantire una giustizia più giusta ed efficiente, porrà mano al codice di procedura penale, come se il problema fosse il processo !

Intanto sono stati introdotti con il nuovo Decreto Sicurezza del 05.02.2026  nuovi ulteriori reati, inasprite le pene detentive, medicina delle medicine (i rei vanno tenuti in galera e se possibile gettate le chiavi). La necessità vera sarebbe invece fare ed approvare un nuovo Codice Penale capace di declinare le pene in modo differenziato e costituzionalmente ispirato, mandando in pensione il vecchio non più tollerabile Codice Rocco – Codice a sbarre.