Il grido dal carcere

Dalla stagione di Manipulite alla strage dei suicidi oggi

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Il grido dal carcere

 

In queste settimane ricorre il 33° anniversario di “Mani Pulite” e tra le tante riflessioni apparsi ad oltre trent’anni di distanza, in un ideale collegamento con quella stagione, la Lettera di Gabriele  Cagliari ai suo familiari, nella quale denunciando l’assurda condizione carceraria e lo stigma social eche il carcere aveva impresso nella sua anima, denunciando come il carcere fosse usato dai magistrati come strumento di tortura :

“La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura, psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente. Il carcere non è altro che un serraglio per animali senza testa né anima. Qui dentro ciascuno è abbandonato a se stesso, nell’ignoranza coltivata e imposta dei propri diritti, custodito nell’inattività e nell’ignavia; la gente impigrisce, istupidisce, si degrada e si dispera diventando inevitabilmente un ulteriore moltiplicatore di malavita.”

Eppure in quella “Milano da bere” … la Milano delle terrazze e degli aperitivi, non era rimasto inosservato il monito forte levatosi dai gesti e dalla pastorale del Cardinal Carlo Maria Martini. Il cardinale aveva espresso  un forte monito contro il dramma del carcere, sottolineando l’importanza di una giustizia che non solo recidesse ma anche riuscisse a ricucire i rapporti tra le persone. Non si stancò mai di sottolineare l’importanza di promuovere i valori della convivenza civile e di portare in sé il segno di ciò che è altro rispetto al male commesso, distinguendo il peccato dal peccatore non stancandosi mai di ribadire come la dignità della persona debba essere prima di ogni cosa.

Trent’anni fa l’inchiesta Mani Pulite scosse nelle fondamenta la società italiana e i suoi equilibri di potere. Nulla fu più come prima e molti suoi effetti sono ancora tra noi.

Le conseguenze che l’esercizio del potere punitivo statuale provocò agli inizi degli anni Novanta e provoca ancora adesso nei destini degli individui che lo subiscono, è un elemento che tradisce alla radice il senso Costituzionale della pena. Una contraddizione non più conciliabile e mediabile tra il vecchio Codice penale (Codice a sbarre) ed i principi di risocializzazione voluti e affermati dalla Costituzione e dall’Ordinamento Penitenziario ma che mai sono stati organicamente normati dal nostro legislatore che ancora oggi si preoccupa di assecondare la piazza forcaiola omettendo di educare ad una effettiva legalità.

Le parole che Gabriele Cagliari riserva ai suo familiari per spiegare il gesto estremo, sono la testimonianza lucida della condizione estrema in cui versa un individuo che, trovandosi esposto a gravi accuse penali, sente che il suo destino è già segnato irrimediabilmente, che ciò che ha da dire non interessa ad alcuno, che qualunque sua difesa sarebbe ignorata. Sente il peso dello “Stigna” costituito dall’essere entrato in quel luogo estremo che è il carecre.

Le parole di Cagliari esprimono il dramma di chi pensa di essere sottoposto ad un potere sciolto da ogni regola e capace di annientare chiunque desideri e si convince che l’unica resistenza possibile sia togliersi la vita per sottrarla all’arbitrio di chi può e vuole disporne a suo piacimento.

Oggi difronte al persistere del dramma carcere, l’ Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delfini, in occasione della Festività di S. Ambrogio, nel  Discorso alla città 2025 intitolato «Ma essa non cadde – La casa comune, responsabilità condivisa», leva alto e dirompente un monito forte, quasi disperato, verso l’estrema condizione carceraria che vede il 73° suicidio del 2025 (un cinquantaquattrenne in attesa di giudizio nel carcere di Pistoia). Dopo aver denunciato l'intollerabile condizione delle carceri, segno di crollo della civiltà, quale "casa comune", l'Arcivescovo invita a non essere complici e a "farsi avanti" assumendosi "la responsabilità di applicare la Costituzione della Repubblica e i regolamenti del carcere nella loro intenzione di recupero e reinserimento". L'invito dell'Arcivescovo di Milano precede il Giubileo dei detenuti, che si celebra, dal 12 al 14 dicembre. Papa Francesco nella Bolla di indizione del Giubileo  così si esprimeva il 9 maggio del 2024: “Propongo ai governi che si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”.

In questi 18 mesi dalla promulgazione della Bolla pontificia, nulla è stato concretamente fatto dai governati, anzi: solo promesse vacue, proclami su soluzioni future capaci solo di allontanare le responsabilità ed appagare le coscienze.

In carcere il sovraffollamento è ormai giunto a livelli insostenibili, addirittura più gravi di quello verificatosi nel 2010/2012 quando la CEDU condanno l’Italia nella nota Sentenza Torreggiani. Il degrado umano è tale da togliere la speranza non solo di chi sta in espiazione ma anche  a quanti, agenti penitenziari ed educatori in primis, che il carcere lo vivono per dovere e lavoro, ma che sono costretti oggi a registrare e denunciare il fallimento di un sistema e di una politica incapace di attuare il dettato costituzionale , angosciata di inseguire il consenso con l’irreprensibile attuazione di un codice a sbarre illudendo ce la sicurezza si ottenga con la persecuzione ed il degrado della dignità di quanti hanno sbagliato,  girando nel contempo lo sguardo altrove difronte ad errori ed inefficienza della giustizia cremata ad applicare regole e norme sempre più repressive a riprova di un potere incapace di governare i processi per questo rifugiato nell’effimero monito della certezza della pena.

Intanto le carceri si sono trasformate in dormitori senza anima, riempiti all’inverosimile oltre ogni capacità, mostrando tutta la vetustà dell’incuria dove mancano servizi, dove le brande in ferro arrugginito ospitano acheri e cimici che si mangiano i malcapitati, le finestre portano infissi a brandelli, i servizi igienici vetusti mal odorano e le docce erogano acqua fredda, i termosifoni non funzionano e il freddo intirizzisce i detenuti nell’inverno freddo e umido.

La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati, nella formazione e trattamento del personale della Polizia penitenziaria. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che ad assumere la responsabilità di essere cittadini onesti.

Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni. Una società che funziona in modo che la detenzione sia il modo più ovvio, condiviso e sbrigativo per sanzionare reati si rivela incapace di prevenire i reati, di esigere la riparazione dei danni e di porre le condizioni per recuperare persone alla legalità.