Lo stigma e la solitudine di chi ha sbagliato



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Lo stigma e la solitudine di chi ha sbagliato

 

 

Chi esce dal carcere si trova spesso senza strumenti: non esistono percorsi strutturati per trovare un impiego, un’abitazione, o semplicemente per imparare nuovamente a muoversi nella vita quotidiana. Per molte persone, il ritorno all’esterno delle mura penitenziarie equivale a uno smarrimento profondo, come rientrare da un viaggio lunghissimo in un altro mondo, senza mappe e senza punti di riferimento.

Lo stigma dopo il carcere è un tema complesso che coinvolge non solo i detenuti, ma anche la società in generale. La vita fuori impone l'anonimato, e il fardello di essere un "ex detenuto" può essere un ostacolo insormontabile per il ritorno alla vita civile. La depressione, l'autolesionismo e i tentativi di suicidio in carcere possono assumere significati diversi quando si affrontano dopo la detenzione. La vita dentro invece ha bisogno di essere raccontata per non essere dimenticata e marginalizzata.

C’è un detto molto diffuso in galera: “è facile entrare, è difficile uscire”. Ed è assolutamente vero: entri facilmente, ma andarsene è un processo lungo, complesso, che aderisce alla tua vita, ti rimane addosso. Uno pensa: “esci, sei libero, è finita, puoi fare quello che vuoi”. Invece no, l’uscita è uno dei momenti più critici.

Si è pervasi da un forte senso di “inadeguatezza” alla vita. Ti senti estraneo ad essa, straniero ed esule nella tua esistenza. Ti guardi attorno e non vedi nulla, non riesci a distingue a riconoscere i termini del vivere; senti gli occhi della gente addosso, il giudizio irrimediabile del tuo essere stato dentro, ed anche nelle migliori delle ipotesi percepisci compassione, una compassione forzata non inclusiva, sempre distaccata, separata da una invisibile barriera che non si vede ma si percepisce forte e separante. Non hai più il tuo ruolo, non sei più ammesso alla società a cui eri appartenuto…

Hai vissuto per anni in spazi compressi, chiusi, senza orizzonte; quando torni all’esterno, libero, il mondo ti sembra vasto, enorme, disorientante. C’è chi non riesce nemmeno a prendere la metro: va verso la carrozza, viene preso dal panico e torna indietro. Per chi, per esempio, ha alle spalle più di dieci anni di detenzione, è uno shock totale. Poi c’è la sensazione che tutti ti guardino, che tutti sappiano da dove vieni, che qualunque cosa fai sia sotto osservazione. La verità è che non sei più abituato alla vita fuori: hai imparato (a forza) altre regole, altri tempi, un altro modo di sopravvivere

«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi… Ero in carcere e non mi avete visitato» (Matteo, 25,36.43).

In carcere si dice: “entrerai solo, uscirai solo”. E c’è della verità: anche se hai una famiglia, una compagna, degli affetti fuori, la separazione forzata è uno degli aspetti più duri, che crea disagi emotivi forti. Uscendo, poi, ti accorgi che tutte/molte persone ti hanno lasciato, ripudiato, che il giudizio ha avuto un peso, ha avuto il sopravvento…la tua identità si è cristallizzata in quel giudizio che non si cancellerà mai.

Puoi scegliere  di frequentare ambenti e persone nuove, magari in luoghi molto diversi e lontani), che non conoscono il tuo prima,  persone che ti guardano per quello che sei ora, ma tu non hai la stessa spontaneità, vivi nel terrore che si possa sapere o che ti si chieda…cosa facevi prima, dove vivevi, … e quindi dovresti disvelare; sei come costretto a vivere una vita senza passato e senza memoria. Se scegli di essere trasparente e non  rinnegare nulla del tuo prima, trasformando l’errore in un riscatto, puoi certo incontrare persone che ti valutano per quello che sei ora, per quello che vedono e  non necessariamente per il reato che hai commesso, ma devi saper affrontare la fatica di nuove relazioni, nuovi contesti dove non hai riferimenti e dove non sempre hai la forza di “ricominciare”… Ti resta in ogni caso il peso di non  riuscire a tornare da dove sei venuto, nel terreno di sempre, in quell’area confort che conosci ma che ora ti fa paura soprattutto perché senti il peso del giudizio.

 Anche qualora lo Stato abbia assolto quel compito: la persona è stata rieducata, la società non è pronta a riaccogliere senza pregiudizio, a riaccogliere il “figliol prodigo” .  Eppure dovremmo ricordarci che l’articolo 3 della Costituzione ribadisce che tutte le persone sono uguali e lo Stato deve rimuovere gli ostacoli di ordine sociale che impediscono la piena realizzazione del cittadino. A che serve parlare di rieducazione se poi la condanna diventa, di fatto, una pena perpetua? Se non vengono rimossi gli ostacoli che incontra una persona uscendo dal carcere, il lavoro rieducativo serve a poco.

Dovremmo smettere di fare finta che la pena finisca il giorno della scarcerazione. La pena, oggi, continua fuori: nello stigma, nelle barriere normative, nei requisiti morali che impediscono l’accesso alle professioni, nella difficoltà a trovare casa e lavoro. Mettere una persona nelle condizioni di stare bene, con se stessa e con gli altri, è essenziale. Chi ha un lavoro, chi può utilizzare le competenze che ha faticosamente acquisito, chi non viene bloccato da ostacoli inutili, ha molte meno probabilità di tornare a commettere reati. Continuare a tenere queste persone ai margini non è solo ingiusto: è anche profondamente miope.

Si divisero tra loro i miei vestiti e sulla mia tunica hanno tirato a sorte (Ps 21,19).

Usciti dal carcere si è catapultati nella società dei liberi, teoricamente per esservi reinseriti e ricominciare una nuova vita. Formalmente il proprio debito con la società è pagato, non si è più detenuti, ma persone libere, riabilitate. L'intento è quello di superare il proprio passato per costruire una nuova vita: persone nuove pronte a ricominciare da dove avevano lasciato. Ma il passato sembra tornare sempre, senza via di scampo. Lo status di detenuto, esattamente come quello di imputato o indagato, può rimanere impresso nell'identità sociale come un marchio difficilmente occultabile. Segni non visibili pronti a ricordare ogni singolo sbaglio del proprio passato, anche quelli che oramai da anni ci si è lasciati alle spalle. Di fatto lo stigma di detenuto non è immediatamente evidente, ma lo è socialmente: ritorna nelle memorie collettive della nostra società. La persona che torna libera dopo una detenzione, specie se lunga non ha più nulla, spesso ha perduto ogni bene, non ha casa, non ha risorse, è uscito come un pacco dal carcere e lasciato lì in mezzo ad una strada. Consumata l’euforia del momento, l’ebrezza della liberazione, la persona scarcerata è disorientata… E poi ci sono le cose irrisolte, rimaste sospese durante la detenzione, che sono lì ad attendere…appena uscito ti inseguono, ti perseguitano, ti lasciano senza respiro, incapace come sei ad affrontarle per aver perso le attitudini ad affrontarle.

Chi è stato condannato e ha scontato la propria pena o chi ha subìto alterne vicende giudiziarie che si sono concluse con un'assoluzione, può vedere riproposto il suo passato anche a distanza di molti anni, dando sostanza allo stigma di detenuto. In questo assolutamente imprescindibile e non postergabile è la necessità/diritto all’ Oblio che deve accompagnare e proteggere l’ex detenuto.

Ma c’è un terreno ancor più forte, risolutore: la Giustizia Ripartiva

La Giustizia riparativa si pone a fianco di quella retributiva costruendo un modello integrato in grado di rispondere a tutti i bisogni della Comunità, non solo a quelli emotivi fondati sulla ristorazione delle ferite attraverso un semplice palliativo.

Il soggetto prende le distanze e riprogramma la propria esistenza al di fuori dei circuiti criminali in cui continuerebbe a restare sia durante la detenzione che una volta dimesso. La comunità deve intendersi educante perché coniuga un concetto che non le permette di fare sconti a livello educativo.

Il considerevole aumento dei suicidi in carcere e l’annoso problema del sovraffollamento, che oggi sembra raggiungere livelli ben oltre la soglia di tolleranza, inducono a riflettere proprio su quei percorsi virtuosi e inclusivi.

La diversità rappresentata dall’altro, diventa responsabilità per l’altro. Si tratta di uno degli assiomi meglio definiti che la Giustizia Riparativa intende affermare perché chiama ciascuno di noi alla responsabilità nei confronti dell’altro. Sembra una visione mistica, in realtà è profondamente laica perché impone a ciascuno di guardarsi dentro per trovare la relazione di aiuto di cui dovremmo essere depositari anche nell’ottica di un benessere personale. Essa esige che ci si lasci chiamare e provocare non solo dal mondo, ma dai mondi in divenire che egli abita.

Si parla di ricerca e di senso di identità, ed è facilmente riconoscibile quanto la Giustizia Riparativa intenda nell’incontro tra le parti. Rendere tutti i soggetti attivi, con la loro storia, i loro bisogni, i loro vissuti, i loro saperi  e le loro speranze è parte del dialogo che si instaura nell’incontro di mediazione come momento di riconoscimento dell’altro.

Non si può prescindere dal senso se si ambisce alla costruzione della relazione.
Responsabilizzare le persone nel percorso di cambiamento o di miglioramento della qualità della vita . Accogliere senza precondizioni, precomprensioni o preclusioni, attenti a favorire eventuali aperture al cambiamento o all’assunzione di maggiori responsabilità: è la forma richiesta per l’incontro .

Non servono sfilate, carrozzoni colorati, gridi di rivendicazione, che non muovono le coscienze individuali, ci vogliono momenti in cui ciascuno di noi trova i colori dentro sé e si riconosce in quei semplici valori che dovrebbero essere stati digeriti ma che incontrano la resistenza di ciascuno di noi. Forse è vero che prima di voler riparare gli altri abbiamo bisogno di riparare le nostre fragilità, i nostri pregiudizi e i nostri preconcetti e mettere al centro la persona…ma non solo la nostra!

È significativo che nei 139 articoli della nostra Costituzione non si trova nemmeno una ricorrenza della parola “carcere”. Si parla di “pene” – al plurale – per dire, all’art. 27, che devono tendere alla “rieducazione”….

Dunque rispondendo al dettato della Costituzione, la funzione del carcere come forma più comune della pena, è, «quella di contribuire alla trasformazione degli individui, e in questo senso è richiesto un di più di “umanità”», non solo agli operatori del carcere, ma a tutta la società. Se non è la società a chiederlo, il carcere non cambia……

Perciò un carcere prevalentemente afflittivo non è né civile, né umano e nemmeno rispondere al male infliggendo altro male non è coerente con la vocazione alta della giustizia e rinforza il circolo vizioso del male. E non ascolta nemmeno il grido delle vittime, che soltanto la logica perversa dell’audience e del consenso elettorale svilisce in sete di vendetta. Le vittime sono d’animo ben più nobile delle nostre narrazioni semplificatorie e domandano umanità, non disumanità. Il Carcere, come risposta penale al crimine, è espressione della giustizia, la quale, se non è riparativa in ogni sua forma, non è giustizia.

L’esecuzione penale non dovrebbe avere di mira la colpa, ma concentrare la propria attenzione alla persona perché nessuno può venire identificato con la propria colpa né col proprio passato.

La persona non è il suo reato,. Ed il reato non è il dogma a cui condannare per l’eternità il reo, la pena non può essere il fine ultimo ma il presupposto per salvare e ricostituire la persona affinchè la libertà non si trasformi in una condanna senza fine