Il difficile accesso alla Misure alternative alla detenzione

Una ricerca sulle persone detenute negli istituti penitenziari della Regine Lombardia
misure alternative
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Il difficile accesso alla Misure alternative alla detenzione

Una ricerca sulle persone detenute negli istituti penitenziari della Regine Lombardia

 

Un gruppo di lavoro costituito da docenti universitari delle Università Bicocca e Bocconi di Milano e università di Brescia, coordinato dalla professoressa Pecorella Claudia titolare della cattedra di Diritto Penale presso l’Università Bicocca di Milano, impegnati da anni in una attività di volontariato presso alcuni istituti penitenziari di Milano e di Brescia, ha approfondito attraverso una minuziosa ricerca di analisi di dati e una verifica diretta mediante interviste ai detenuti, le ragioni per le quali, stando ad una lettura attenta e comparata dei dati, riferiti al 2025,  si evidenzia come sia sempre più difficile per i detenuti accedere alle misure alternative alla detenzione intramuraria

L’obbiettivo del lavoro era “portare allo scoperto le ragioni per le quali persone che potrebbero

a vario titolo beneficiare di una misura alternativa alla detenzione per l’entità della pena da espiare, oppure per le loro caratteristiche personali, continuano a stare all’interno di un carcere.”

Il Lavoro è apparso sin da subito difficile, denunciano gli autori, per l’enorme difficoltà di reperire i dati certi da esaminare, al punto che “ è stato necessario ridimensionare il campo di indagine”.

Ciò nonostante, grazie ad un confronto con gli operatori degli Istituti in primis i funzionari dell’area educativa.

Una prima amara conclusione a cui giunge il gruppo di lavoro riguarda i cosiddetti “Sommersi” :  “l’alto numero di Sommersi presenti negli istituti penitenziari lombardi  sorveglianza (l’83,8% del campione) lascia presagire una percentuale non irrilevante di uscite dal carcere per fine pena. Tutt’al più, in tempi di sovraffollamento oramai ingovernabile, lo strumento cui si farà ricorso in extremis potrà essere quello offerto dalla legge 199/2010, del tutto privo di contenuti trattamentali e il cui unico pregio può essere colto nel ridurre, sia pure di qualche mese, la permanenza in un ambiente invivibile. Ciò significa che l’ideale rieducativo della pena, che la Costituzione prospetta a chi viene privato della sua libertà personale per eseguire una sentenza di condanna, è molto lontano dal realizzarsi per un grande numero di persone detenute, le cui condizioni di partenza, in presenza delle quali il reato è stato commesso, sono destinate a restare immutate, se non a essere peggiorate dall’esperienza carceraria.”

Una disarmante evidenza emerge dall’analisi dei dati che riguardano gli “Ultrasettantenni”  che fa dire ai curatori della ricerca:  “Il sistema penitenziario italiano è notoriamente segnato da criticità diffuse – sovraffollamento, carenza di personale penitenziario e sanitario, inadeguatezza delle strutture – che incidono in modo particolarmente gravoso sulle persone detenute anziane, già caratterizzate da una condizione di accentuata vulnerabilità. Accanto alle difficoltà comuni a tutti i detenuti, gli anziani sperimentano, infatti, problemi specifici: barriere architettoniche, celle e servizi igienici inadeguati a persone con ridotta mobilità, assenza di ascensori, nonché un’offerta trattamentale pensata prevalentemente per detenuti giovani o adulti e dunque poco rispondente ai bisogni di chi necessiterebbe, piuttosto, di attività di ginnastica dolce o di stimolazione cognitiva. Si pone, in questo senso, una questione di fondo: quale debba essere il significato della rieducazione per una persona anziana.”

La conclusione rispetto alla evidenza dei dati e delle interviste appare lapidaria e innegabilmente capace di tradurre l’impotenza della attuale situazione gravata dal cronico “Sovraffollamento”:  

“L’uscita a fine pena, priva di misure graduali o di accompagnamento, espone infatti le persone a un ritorno improvviso in libertà senza supporti strutturati, aumentando il rischio di ricaduta nel reato altro concetto ormai assodato in letteratura scientifica ma poco gradito all’opinione pubblica che vive, quando informata, l’applicazione di percorsi territoriali come una sconfitta del diritto, un affronto alle vittime e un indebito regalo all’autore del reato, senza ovviamente comprendere l’errore logico-teorico posto alla base di simili, fuorvianti, interpretazioni.”

E ancora:

“… l’uscita a fine pena si configura tendenzialmente come una cesura netta e non mediata tra il contesto detentivo e la vita libera, lasciando la persona sola proprio nel momento in cui il rischio di ricaduta è più elevato. In assenza di un aggancio preventivo con i servizi del territorio, di una rete di supporto attivata e di opportunità già disponibili, le principali sfide della redemption trovare un lavoro, un alloggio, ricostruire legami sociali e superare lo stigma tendono a concentrarsi in una fase iniziale estremamente critica.”

Lo studio approfondisce, con contributi importanti sia in termini antropologici che criminologici, l’evidenza emersa dai dati  analizzati dal gruppo di lavoro, cercando ragioni e concause di un sistema che evidentemente non funziona, non funziona più e non può funzionare, atteso che oggi il tema della carcerazione e del reinserimento sociale non può più essere relegato ad una vendetta ma occorre trovi una corretta sua reinterpretazione declinata in modo costituzionalmente ispirato.

Si rimanda per tali approfondimenti alla lettura e allo studio del volume, in questa sede   si vuole cogliere l’occasione di questo spunto e di questi dati per  sottolineare come le politiche criminologiche e le scelte normative anche recenti messe in atto dallo stato siano rimaste prive di attuazione costituendo, anche in quei casi in cui si annunciano volontà di facilitazione,  mera  enunciazione  come nel caso del noto quanto inutile Decreto Carceri (D.L. n.92 del 4 luglio 2024, conv. l. n. 112 dell’ 8 agosto 2024).  È trascorso appena un anno dalla tanto attesa conferenza stampa del Ministro della Giustizia in cui si annunciava un decreto-legge chiamato “Carcere sicuro”. Un provvedimento, per usare le parole del ministro Nordio, “vasto e strutturale che affronta in modo organico un altro settore del sistema dell’esecuzione penale… frutto di una visione del governo Meloni, condivisa dai nostri sottosegretari, che sul punto di vista della Giustizia è orientata essenzialmente su quello che potremmo chiamare umanizzazione carceraria”.

Un decreto che avrebbe dovuto, secondo i proclami a reti unificate, ridurre il sovraffollamento, arrestare la spirale violenta dei suicidi, dare, insomma, una boccata d’ossigeno al carcere attraverso una varietà di interventi:

- facilitare il trasferimento dei detenuti dal carcere alle comunità di accoglienza;

- trasferire fino a 10.000 detenuti stranieri nelle carceri dei loro paesi;

- semplificare la liberazione anticipata, in maniera da sgravare il lavoro degli uffici di sorveglianza, dando maggiore certezza al maturare del beneficio in corso di esecuzione pena;

- modificare la disciplina in materia di colloqui telefonici dei detenuti, ampliando le condizioni di fruibilità e il numero degli stessi.

ad oggi non vi è nessuna traccia del regolamento che avrebbe dovuto formare l’elenco, sui territori, delle comunità residenziali di accoglienza per detenuti e disciplinarne il loro operare, così come del regolamento sulle telefonate.

Il sovraffollamento invece che ridursi è aumentato, passando dal 130% (3 luglio 2024) a poco più del 134% (30 maggio 2025). Le presenze nelle carceri, nello stesso periodo, sono aumentate (da 61.509 a 63.801 detenuti). La capienza disponibile, nonostante i proclami sul lavoro del Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, è addirittura scesa, da 47.003 a 46.706 posti disponibili.

Il numero di stranieri trasferiti negli Stati di appartenenza, dal dato previsionale di 10.000 si è ridotto ad appena 463 espulsi. Per non parlare del dato crescente di suicidi (76 nel 2025 e 08 suicidi ad oggi 14.3.2026 ) e dei morti per diverse cause o da accertare (7 nel 2027 da inizio anno).