Per una pace possibile

Per una pace possibile
Per una pace possibile

Per una pace possibile

 

In queste settimane cadenzate dalle notizie di guerra che si rincorrono dalla Stretto di Hormuz  che tiene in apprensione tutti gli Stati che vedono alle porte grandi difficoltà energetiche perché la guerra gioca con il ricatto delle forniture di petrolio e di gas, l’Europa si è trovata a fare i conti con la pazzia imperialista di Tramp che prigioniero del proprio strampalato ego capace di ridicolizzare chiunque osa contraddirlo.

Tra le notizie allarmate che si rincorrono sull’web e nei telegiornali, ho trovato la segnalazione di un libro in edicola proprio in queste settimane (aprile 2026 ed. Feltrinelli) dal titolo evocativo : Per  una Pace Possibile – Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre di Adolfo Ceretti e Roberto Cornelli

L’interesse di approfondire il tema che angoscia il pianeta in questi mesi con il timore di prospettive funeste, in una evocazione che annuncia una via di uscita è tanto.

La lettura del testo è scorrevole e nel contempo stimola il pensiero in un orizzonte di serenità prospettica: fermare il riarmo e destinare l’economia della guerra convertendola in azioni potenti di pace e accoglienza è possibile, ma occorre una visione disinteressata del futuro capace di leggere ed accettare il limite che ogni uomo, anche il più “potente” ha davanti a se nella relazione con l’altro.

Attualmente nel mondo sono in corso oltre 50 conflitti armati che coinvolgono più di 90 paesi, causando centinaia di migliaia di vittime e milioni di sfollati.

 

Ecco una panoramica globale

Nel 2026, il mondo continua a essere segnato da numerosi conflitti armati di diversa intensità e durata. Secondo fonti come ACLED, IED e l’Uppsala Conflict Data Program, sono attivi oltre 56 conflitti che coinvolgono direttamente o indirettamente almeno 92 paesi, inclusa l’Italia, con un bilancio stimato di oltre 233.000 morti nel solo 2024 e più di 100 milioni di sfollati interni o internazionali. La maggior parte dei conflitti moderni è asimmetrica e frammentata, con attori statali e non statali che combattono per territori, risorse naturali, identità etniche o influenza geopolitica. 

Conflitti principali

Ucraina: la guerra iniziata nel 2022 ha provocato oltre 14 milioni di sfollati e una grave crisi umanitaria. Oxfam ha fornito supporto a centinaia di migliaia di persone in Ucraina e nei paesi limitrofi. 
Gaza: l’ultima escalation iniziata nell’ottobre 2024 ha causato decine di migliaia di morti e sfollati, con gravi violazioni dei diritti umani e crisi umanitarie continue. 
Yemen: il conflitto tra ribelli Houthi e forze governative, con l’uso crescente di droni e ordigni improvvisati, continua a provocare vittime e sfollati. 
Myanmar: dal colpo di Stato del 2021, la giunta militare combatte le forze ribelli del Governo di Unità Nazionale, con oltre 50.000 morti e 3 milioni di sfollati. 
Sudan: il conflitto tra Forze armate e Forze di supporto rapido iniziato nell’aprile 2023 ha già causato oltre 150.000 vittime e 12 milioni di sfollati interni. 
Siria: nonostante la caduta di Bashar al-Assad, il paese resta instabile con scontri settari e violenze diffuse, e oltre 16 milioni di siriani necessitano di assistenza umanitaria. 
Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Libia e altre aree continuano a registrare conflitti locali e regionali con impatti devastanti su civili e infrastrutture. 

Il simbolo della Pace che tutti conosciamo  ()     fu creato nel 1958 da Gerald Holtom per la Campagna per il Disarmo Nucleare nel Regno Unito. L’immagine è basata sulle lettere “N” e “D” dell’alfabeto semaforico, che rappresentano “Nuclear Disarmament”. Holtom si ispirò anche a una figura umana in posizione di disperazione, riflettendo la paura per le armi nucleari.

Le guerre hanno dilaniato il pianeta negli anni e ad ogni primavera giunge incombente a rattristare un vento di guerra, che cova in ogni angolo della terra e viene disseppellito ogni qual volta qualcuno vuole prevaricare, predominare negando il legittimo diritto di ognuno ad occupare la terra in una vita che dovrebbe sorridere a tutti. Invece numerosi sono stati e sono i conflitti, regionali e intra regionali nel mondo, ed ad ogni appuntamento fanno stragi di innocenti, donne  e bambini, civili e popolazioni di buona volontà incontrano la morte e lo sterminio per mano di guerriglie armate dall’economia delle armi.  Occorre declinare questa economia in modo nuovo, rivoluzionario e pacifico, occorre destinare l’economia oggi impiegata per il riarmo ad una redistribuzione delle risorse c  per consentire a quanti hanno patito e patiscono la povertà di riscattare la loro condizione.

Sui tavoli dei potenti dossier di pace, abbiamo visto innescare la guerra in Ucraina e in Iran da quegli stessi che immediatamente dopo hanno invocato la pace, e dagli stessi abbiamo sentito proposte secondo cui la pace passerebbe da un riarmo unilaterale e da un predominio che dovrebbe essere accettato quale segno di protezione fingendo di non accorgersi del furto della pace.

L’Italia ha versato dal 2022 al 2025 circa 3 miliardi di euro in armamenti trasferiti all’Ucraina e nella manovra economica del 2026 sono previsti 12  miliardi di spesa in armamenti per il prossimo triennio, armi da acquistare prevalentemente dagli USA e da inviare all’Ucraina.

Ora con tutto il rispetto per il sostegno dovuto al popolo Ucraino invaso dalla prepotenza Russa, certo non è con questi stanziamenti economici  in armi che si aiuta la Pace.  I grandi della terra e tutti i vertici politici degli Stati che osservano le guerre invocando al Pace (sino ad ipotizzare premi Nobel) fanno un gran parlare di Pace, ma continuano ad investire risorse ingentissime nella costruzione di armi alimentando una economia ricchissima e fiorente  per le fabbriche di armi, e voltandosi dall’altra parte difronte agli stermini. Una sola dovrebbe essere la vera scelta radicale per la Pace, chiudere tutte le fabbriche che producono armi, riconvertire  le economia belliche e militari in economie di aiuto e ricostruzione per gli stati colpiti e distrutti dalle guerre. Se smetteremo di fabbricare armi si potrà avere Pace.

Nell’economia di guerra, l’esaltazione della forza azzera e ridicolizza il ricorso e ogni altra modalità di gestione dei conflitti, tanto interni quanto internazionali, tanto inter-individuali quanto collettivi. L’idea della violenza si appropria delle esigenze soggettive e istituzionali, rompendo gli argini entro cui veniva canalizzata dal diritto. Arrivati a questo punto, non è più unicamente la vicenda originaria ad alimentare la corsa alle armi in funzione difensiva, ma l’esistenza di un nemico che ormai si fa sempre più vicino a che è già quasi dentro casa… Qualsiasi sia la guerra, allora, i sentimenti difensivi, di chiusura e di ostilità si amplificano sempre senza freni e senza limiti…on la guerra si crea uno spazio indistinto, indifferenziato, confuso: mimetico.  …Ciascun combattente, da parte sua deve marcare incessantemente la propria differenza in modo da poter mantenere uno sguardo ostile sull’altra parte, il nemico da annientare In questa reciproca necessità si manifesta solo a chi osserva dall’esterno, in posizione terza e neutrale, ciò che definiamo – mimesi bellica – ovvero il fatto che i contendenti sono dei semplici doppi”

Nel 2017, l'artista Doris Salcedo ha creato Fragmentos, Espacio de Arte y Memoria (Frammenti, uno Spazio per l'Arte e la Memoria), un contro-monumento e luogo di riflessione sul conflitto armato in Colombia*. Avendo invertito il significato usuale del monumento, l'artista concepì uno spazio che, invece di esporre una versione epica della storia in modo tradizionale, avrebbe proposto dialoghi basati sulle rotture generate dal conflitto, riconoscendo le esperienze estreme vissute da milioni di colombiani.
Frammenti viene presentato contemporaneamente come un'opera d'arte vivente, un luogo di memoria e uno spazio per la creazione artistica. L'opera consiste in una costruzione il cui pavimento è stato realizzato con le armi fuse delle FARC-EP e ha visto la partecipazione di donne vittime di violenza sessuale durante il conflitto armato in Colombia nella sua creazione.
Il riutilizzo delle armi come materiale nell'opera di Salcedo parla anche al momento presente.

A metà del ventesimo secolo, la funzione simbolica dei monumenti, come espressione uniforme dei valori nazionali, di una cultura e di una versione unica e trionfalista del passato di un paese, iniziò a incrinarsi.

Le nazioni, nel loro desiderio di preservare una narrazione totalitaria del passato, continuarono a erigere monumenti fino al 1982, quando iniziarono i lavori del Vietnam Memorial, un memoriale dedicato ai veterani del Vietnam a Washington, D.C. La sconfitta in questa guerra permette l'apparizione di un Memoriale che, per la prima volta, non canta i trionfi di guerra di una nazione, ma, al contrario, commemora l'eredità di morte e distruzione lasciata dalla guerra.

Da questa e altre opere emerse il concetto di contro-monumento, composto da opere d'arte e architettura contemporanee con caratteristiche formali radicalmente diverse da quelle dei loro predecessori trionfali. Il monumento, scusate la ridondanza, è monumentale. La sua funzione principale è quella di sottometterci o sminuirci come individui di fronte a una versione grandiosa della storia. Il contro-monumento ha una scala umana, non gerarchizza e non impone risposte facili; al contrario, genera un vuoto e un silenzio che rendono possibile ascoltare e riconoscere le esperienze estreme subite, nel caso di Frammenti, da milioni di colombiani.

Entrance to the Fragmentos art space and memorial
Entrance to the Fragmentos art space and memorial

La Politica deve interrogarsi, deve riscoprire il senso del suo essere. Gli uomini  sono nati all'impegno politico sapendo bene che gli  Stati, ciascuno Stato,  non contengono tutta la vita, tutto il valore. La funzione regolatrice dello Stato consente che esso si legittimi soltanto se e capace di garantire  un equilibrio plausibile tra il diritto e il dovere, tra il singolare e il plurale, tra il personale e il sociale. Si afferma dunque un limite ma riconosciamo un'autorità, quella che deve appartenere all'organizzazione più alta ed esauriente della vita sociale, al riferimento più equo e pìù rassicurante che una società libera possa raffigurare d’essere. Dunque e àncora l'idea della costruzione e della crescita dello Stato democratico quella che deve orientare e unificare la ricerca, l’ analisi, la proposta di una pace possibile, anche nel tempo della crisi della politica. Non è per caso che si fa percettibile una domanda intorno al vuoto di senso e di valore cui sembra inesorabilmente declinare la "ragione" laica della tolleranza che ha certo rischiarato la storia ma è costretta a fare i conti oggi con un nuovo vuoto di fini e con una incompiutezza etica che portano a presagire proprio l'epilogo della storia. E non è per caso, infine, che l'ossessione di una libertà  tutta chiusa nell'esaltazione dell'individualismo non trova il varco di una liberazione umana e ripiega nell'ossessione del successo e del dominio.

IÌ fatto è che la modernità ha apprestato all'uomo una smisurata capacità tecnica ed economica, così che appare sempre più ardua l'impresa di una razionalità o di una ideologia che siano in grado di ricostruire un primato per le decisioni morali e politiche.

Ci interroghiamo intorno alla possibilità di garantire un "potere sul potere" dentro una, modernità controversa al punto che vuole chiamarsi oggi posterità.

Le  alternative dirimenti della pace o della guerra, della tutela e della distruzione dell'ambiente, del farsi di una cultura della solidarietà piuttosto che del diffondersi del seme e delle strutture della violenza, non troveranno risposta

esauriente nella solitudine superba ed impotente della politica. Ma la politica, se vuole conservare un senso e una memoria etica, non può disertare da questa frontiera cui è chiamata, col suo limite e con la sua modestia, in essi riconoscendosi e per ciò stesso facendo riconoscere il suo valore e la sua legittimazione.

Ci piace in conclusione riecheggiare le parole degli autori de “La pace possibile”:  la pace non è una utopia ingenua né un semplice armistizio, ma un lavoro sul limite. Limite della forza, del potere, dell’odio, della pretesa della assolutezza. Solo riconoscendo questo limite, individuale e collettivo, è possibile sottrarre i conflitti alla deriva distruttiva e restituirli a una dimensione politica.

La pace non rappresenta la meta finale di un percorso la cui conclusione rischia di non arrivare mai…se così  è, più che costruire, bisogna impegnarsi a custodire la pace.