Scongiurato il tentativo  di scardinare la costituzione

Resta  il nodo del malfunzionamento della giustizia e della necessità di tutela del cittadino
Referendum sulla giustizia
Ph. Linda Traversi / Referendum sulla giustizia

Scongiurato il tentativo di scardinare la costituzione

 

L’esito referendario a proposito della revisione costituzionale in tema di ordinamento giudiziario consente di affermare che ancora una volta è parsa velleitaria la prova di forza imposta al corpo elettorale senza mettere in atto da parte dei proponenti alcuna cautela procedurale capace di informare invece che di competere, convincere invece di imporre.

Al Referendum del 22 e 23 marzo 2026, riguardante l’ordinamento costituzionale della Magistratura, hanno votato quasi ventisette milioni di italiani ed italiane (circa il 59% del corpo elettorale); di questi, dodici milioni e mezzo, hanno espresso consenso (SI) alle modifiche costituzionali proposte (circa il 46% dei votanti), e quasi quattordici milioni e mezzo, si sono opposti (NO) alle modifiche costituzionali proposte (poco meno del 54% dei votanti).

E anche questa volta il messaggio istituzionale proveniente nel nostro Paese, dal basso e soprattutto da giovani, è parso inequivocabile: gli elettori, coinvolti in un buon numero, non accettano alcuna forzatura del potere politico che intende appropriarsi della revisione costituzionale per farne una propria, nuova bandiera! Non c’entra pertanto nella scelta vincente del no la sola insufficiente attivazione delle forze di opposizione politica e sociale quanto piuttosto e prevalentemente la cultura democratica incarnata tuttora e con successo dalla nostra Costituzione repubblicana frutto del grande compromesso tra differenti e contrastanti ideologie delle forze politiche rappresentate in Assemblea Costituente al termine del secondo conflitto mondiale. Quella cultura di fondo (la condivisione e il rinunciare ciascuno a qualcosa per il bene di tutti)  trascende quelle forze politiche che si fa fatica almeno oggi a riconoscere ma certo plasma tuttora in modo mirabile l’assetto della magistratura ordinaria. Come è noto, la consapevole scelta di fondo dei Costituenti ha incluso la magistratura requirente, come quella giudicante, nell’unico ordine giudiziario posto sotto l’ombrello del Consiglio Superiore della Magistratura, pur con le note inevitabili differenze che distinguono nettamente, sul fronte del processo penale, pubblici ministeri e giudici in senso tecnico. E tale opzione costituzionale potrà “vivere” ancora e continuare a porre tutta la magistratura ordinaria al riparo dalle interferenze dell’indirizzo politico. Separare le carriere, come auspicava il prof. Vassalli non implica automaticamente modificare la Costituzione e costituire due CSM (duplicando i carrozzoni ed i costi)  può bastare e basta una legge ordinaria che preveda due strade separate di arruolamento, in parte già anticipate dalla riforma che ha separato le funzioni (Ministro Cartabia) .

Quello che non funziona nell’amministrazione della giustizia e che dovrà essere corretto anche sul piano del funzionamento dell’organo di autogoverno potrà naturalmente essere affrontato dal legislatore ordinario quindi ma nel quadro costituzionale che resta inalterato.

Se la cornice costituzionale è restata inalterata lo si deve in modo prevalente ai giovani e al voto espresso convintamente anche al Sud. E’ confortante constatare perciò che almeno nel preservare la trama democratica del nostro Paese, nel difficile e per certi versi drammatico scenario sovranazionale, la fede costituzionale riesce a prevalere rispetto a qualsiasi forma di condizionamento e pressione esterne.

Sarebbe il caso anche, di aprire una riflessione seria, e capace di comprendere cosa chiedano, i milioni di italiani e di italiane che il  22 e 23 marzo scorsi, si sono recati a votare, e hanno bocciato le modifiche proposte alla nostra Costituzione.

Quegli italiani, e quelle italiane, hanno inteso con nettezza il richiamo di allarme, lanciato dal Presidente della Repubblica Mattarella, quando ha scelto di presenziare e presiedere proprio quel Consiglio Superiore della Magistratura che le modifiche proposte, intendevano abolire, diminuendo per questa via, anche il potere del Presidente della Repubblica, delicatissima istituzione garante dell’equilibrio democratico nel nostro Paese.
 

La Democrazia, non è comando, è condivisione e partecipazione e soprattutto è garanzia di domani libero

Gli italiani, che si sono recati alle urne, e che hanno difeso l’impianto formale e sostanziale delle istituzioni e delle Leggi del nostro Paese, chiedono più Democrazia; non meno Democrazia. E la chiedono in ogni campo del vivere civile.

La Costituzione è la Legge delle Leggi, la norma regolatrice nella quale si fissa l’etica e l’alta finalità dello stato.  I padri Costituiti in uno sforzo enorme di confronto e di rinunce reciproche nell’interesse generale, hanno sempre raggiunto in ogni angolo del testo costituzionale il maggior consenso e condivisione possibile.

 

Il vero cuore del referendum era  il sorteggio per il CSM

Il punto più esplosivo della riforma riguardava il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo costituzionale che garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei giudici.

La proposta che voleva introdurre il sorteggio come strumento centrale per la scelta dei componenti togati del CSM è stato da Carofiglio definito senza mezzi termini uno “scassinamento della democrazia rappresentativa”.

Per capire la portata del problema basta una domanda semplice, che pone lo stesso Carofiglio: saremmo disposti a eleggere il consiglio dell’ordine degli avvocati, il consiglio comunale, il consiglio regionale o qualsiasi assemblea che prende decisioni fondamentali per la vita pubblica con un sorteggio casuale?

Se la risposta è no, non si capisce perché lo strumento debba invece essere usato per l’organo che decide su carriere, trasferimenti e disciplina dei magistrati. Il rischio è evidente: trasformare la gestione della giustizia in una lotteria, dove a pesare non sono competenze, responsabilità e mandato democratico, ma la pura casualità.

Perché il sorteggio è uno strumento “brutale e pericoloso”

I sostenitori del sorteggio lo presentavano come un modo per “rompere le correnti”. In realtà, è uno strumento brutale e pericoloso per almeno tre motivi:

1. Cancellerebbe il principio di rappresentanza: i magistrati non scelgono più i loro rappresentanti, ma subiscono l’esito di una selezione casuale.

2. Indebolirebbe il CSM: un organo composto in buona parte da persone estratte a sorte, senza un mandato chiaro e senza una base elettorale, è strutturalmente più fragile e condizionabile.

3. Aprirebbe lo spazio alla politica: un CSM debole è un CSM più facile da influenzare dall’esterno. E l’esterno, in questo caso, è il potere politico che nomina i membri laici e che ha tutto l’interesse a “normalizzare” le toghe più scomode alla Politica

Per  non dire della aberrazione  della Alta Corte disciplinare: giudice e parte nello stesso processo, in cui le eventuali impugnazioni delle decisioni sarebbero state affidate  di nuovo alla stessa Corte, che avrebbe finito per giudicare se stessa.

Un rovesciamento del principio di garanzia: il giudice di secondo grado coincide, di fatto, con il giudice di primo grado. Un sistema che rischia di trasformare il procedimento disciplinare in un meccanismo opaco, poco controllabile, dove le pressioni politiche possono incidere molto di più.

In altre parole, la stessa struttura che punisce i magistrati decide anche se ha agito correttamente nel punirli. Un corto circuito evidente per chiunque abbia a cuore lo Stato di diritto.

La giustizia italiana arranca, con processi tra i più lenti in Europa. Il Rapporto sulla Giustizia nell’Unione Europea 2024, elaborato della Commissione Europea lo conferma evidenziando un ampio scarto rispetto alla media europea. I dati sono piuttosto critici e oggettivi: le cause civili in Italia durano in media 527 giorni, oltre il doppio dei 239 giorni entro i quali si concludono in media i processi civili nell’UE.

Questa inerzia si traduce in stasi e incertezza, con seri impatti economici e sociali per cittadini e imprese. La situazione non migliora in ambito penale. Anche in questo settore, i tempi italiani sono più lunghi e farraginosi rispetto la media europea. Un procedimento penale nel nostro Paese dura in media 361 giorni, mentre 178 sono i giorni, nella media UE, entro cui il processo penale si conclude. La giustizia penale, che dovrebbe assicurare rapidità ed efficacia per garantire certezza della sanzione e tutela delle vittime, manifesta anch’essa notevoli carenze.

Questi tempi esorbitanti non solo mettono a repentaglio la fiducia dei cittadini nell’apparato giudiziario, ma costituiscono anche un ostacolo alla competitività economica nazionale e un impedimento sostanziale alla piena tutela dei diritti fondamentali. La necessità di riforme organiche nel sistema giudiziario risulta sempre più urgente e inderogabile.

Il primo problema riguarda i tempi biblici della giustizia. I procedimenti civili e penali in Italia sono tra i più lunghi in Europa. La lentezza processuale ha due conseguenze: mina la fiducia nel sistema e produce danni economici.

Sono oltre 3,5 milioni le cause civili bloccate: questo è il dato allarmante . L’arretrato giudiziario soffoca il sistema, rendendo l’attesa una vera e propria ingiustizia. Le ricadute economiche di questi ritardi sono effettivi e pesanti: 

  • capitali fermi
  • occasioni mancate per le imprese
  • costi extra per le aziende
  • spese legali infinite 
  • incertezza per i privati 

In questo scenario, la credibilità delle istituzioni crolla, generando disillusione e sfiducia nello Stato di diritto.

Adottare strategie basate su tecnologia avanzata e maggiore specializzazione, è fondamentale se davvero si vuole conferire ai cittadini una giustizia rapida, funzionale e degna di fiducia.

 

Numeri che gridano aiuto: l’emergenza del sovraccarico

Secondo problema: il sovraccarico dei tribunali. La mole di arretrati e il carico di lavoro per magistrati e cancellieri rendono il sistema poco efficiente. È necessario investire in risorse umane e tecnologiche. La giustizia italiana è soffocata da un arretrato mastodontico: il Ministero della Giustizia attesta oltre 3,5 milioni di cause civili in attesa, un volume che paralizza il sistema e impedisce di gestire i nuovi procedimenti con ragionevole celerità.

A peggiorare il quadro generale è una drastica carenza di personale: secondo CSM e ANM, mancano circa 1.400 magistrati (il 15% dell’organico) e oltre 5.000 unità di personale amministrativo. È chiaro che senza un adeguato rinforzo delle risorse umane nessuna innovazione potrà avere successo. Tra gli altri esempi virtuosi riscontrabili nell’UE, la Germania si distingue come esempio positivo. Sono stati stanziati ingenti investimenti strutturali nel comparto giudiziario, in modo da assicurare un organico sufficiente di magistrati e collaboratori, condizione essenziale per un’amministrazione della giustizia efficace.

 

Il paradosso digitale: tecnologia che rallenta anziché accelerare

Altra nota dolente sono proprio le tecnologie: il sistema tecnologico della giustizia è una figura antropomorfa, immaginaria e mitologica, che fa acqua da tutte le parti per i danni prodotti da un’infrastruttura tecnologica inadeguata, che invece di accelerare i procedimenti li blocca. La completa digitalizzazione potrebbe snellire processi e abbattere i tempi biblici di cui sopra.

L’analisi dei disservizi del Processo Civile Telematico (PCT) mostra come gli avvocati possano perdere tra le 2 e le 3 ore a settimana a causa di inefficienze tecnologiche, con costi nascosti che vanno oltre il semplice tempo perso, come ritardi nelle pratiche e maggiori spese operative. Nonostante le criticità del Processo Civile Telematico (PCT) in Italia, il futuro può essere radicalmente diverso. L’esperienza di Paesi come l’Estonia, pioniera con il suo sistema e-Court, e la Francia che ha aderito ad una digitalizzazione giudiziaria completa, rivela il potenziale dell’innovazione tecnologica.

Si  evince che, con un investimento strategico e una visione a lungo termine, è possibile trasformare un sistema giudiziario tradizionalmente lento e burocratico in un modello efficiente, trasparente e accessibile a tutti.

 

Le barriere economiche che blindano la giustizia

Altro problema, ma non ultimo, le barriere di ingresso/accesso alla giustizia per il cittadino. I costi elevati dei procedimenti e la complessità delle normative limitano fortemente l’accesso dei cittadini alla giustizia. Un procedimento civile può costare tra i 3.000 e i 5.000 euro, una cifra insostenibile per molti. Le attuali soglie del gratuito patrocinio (ISEE sotto i 11.746 euro) sono così basse che escludono i cittadini con un reddito medio.

È necessario un cambio di rotta: il Regno Unito, con il suo sistema di legal aid più inclusivo, mostra come sia possibile rendere la giustizia accessibile a tutti, non solo a chi può permettersela. Il Legal Aid del Regno Unito è un sistema di finanziamento pubblico cruciale per garantire che chi non può permettersi un avvocato abbia comunque accesso alla giustizia. Gestito dalla Legal Aid Agency (LAA), copre una vasta gamma di questioni legali, sia civili (come protezione da abusi, problemi abitativi, diritti dei minori, discriminazione) che penali(consulenza in questura, rappresentanza in tribunale). L’ammissibilità si basa su due criteri: 

  • il merito del caso (deve rientrare in specifiche categorie coperte) 
  • un test finanziario basato su reddito e risparmi. Se ammessi, a volte si può comunque essere chiamati a contribuire ai costi o a rimborsare le spese in caso di vittoria. La richiesta viene solitamente presentata dall’avvocato.

 

La riforma che serve davvero: specializzazione prima di separazione

Più che parlare di separazione delle carriere tra Giudicanti e PM, la separazione andrebbe fatta tra civile e penale: troppi magistrati con alle spalle anni di militanza nel penale vanno a “fare danni” nel civile, non sapendo come interpretare una polizza assicurativa, qual è il confine tra infortunio e malattia, la differenza tra danno morale e personalizzazione del danno non patrimoniale, o non sapendo come si regolano gli oneri probatori in ambito di responsabilità contrattuale.

La carenza di competenza specifica è particolarmente evidente nei casi di risarcimento danni, dove la materia è intricata e richiede conoscenze approfondite del diritto civile, delle normative assicurative e della medicina legale. Questo non solo rallenta i processi, ma genera anche un clima di incertezza giuridica generale.

Di fronte a queste sfide, i modelli europei di specializzazione offrono soluzioni concrete. La Francia con i suoi tribunali specializzati (come quelli commerciali o sociali) dimostra come sia possibile ottenere maggiore competenza e rapidità. Analogamente, in Germania, i magistrati di settore si dedicano in modo esclusivo a specifiche materie, diventando figure di riferimento e arricchendo il sistema con la loro profonda esperienza.

 

Trasferire queste pratiche in Italia significherebbe non solo un notevole progresso in termini di efficienza e accuratezza del sistema giudiziario, ma anche la fine di una prassi inefficiente che costringe i magistrati a operare in ambiti senza la dovuta preparazione.

 

Verso un sistema che funziona: proposte concrete per il cambiamento

Quindi, così come è importante che i cittadini possano contare su medici o avvocati specializzati solo in alcune branche della loro professione, è giusto anche che lo Stato garantisca Magistrati specializzati solo in alcune materie, vista l’incontinenza normativa e giurisprudenziale che viene prodotta ogni anno dal Legislatore e dagli Uffici Giudiziari, a cui è già complicato stare dietro.

Questa strategia è cruciale per arginare l’enorme produzione di leggi e sentenze, rendendo il sistema più efficiente e accessibile.

Per farcela, servono riforme coraggiose :

Specializzazione dei magistrati: distinguere le competenze (civile/penale) per migliorare qualità e rapidità.

Investimenti in persone e tecnologia: più personale qualificato e strumenti all’avanguardia per snellire i processi.

Digitalizzazione vera: addio carta, benvenuta giustizia online, intuitiva e trasparente.

Meno costi per la giustizia: abbattere le barriere economiche per un accesso universale.