La drammatica situazione delle carceri e l’insostenibile sovraffollamento
La drammatica situazione delle carceri e l’insostenibile sovraffollamento
La Procura di Firenze ha ottenuto dal giudice per le indagini preliminari il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano. Sotto sigilli sono finite le sezioni 1, 2 e 7 del reparto giudiziario maschile, le sezioni 9, 10 e 12 del reparto penale maschile e la sezione “Accoglienza”. I detenuti che vi erano ristretti, oltre duecento, vengono trasferiti in altre carceri con i tempi fissati dal provvedimento. Certamente non una soluzione, visto che dove verranno traferiti finiranno sovraffollati e in condizioni al limite dell’umano stante la canicola estiva e certo la condizione di ristrettezza nella capienza in cui versano tutte le carceri. Ma certo, quella della Procura gigliata, è una denuncia e una provocazione alle istituzioni ministeriali affinché si esca dai proclami e si affronti l’emergenza presente unitamente a soluzioni strutturali per il futuro.
Ciò che rende la decisione diversa sta nella norma usata per arrivarci. La procuratrice Rosa Volpe ha contestato la violazione del decreto legislativo 81 del 2008, il Testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Gli articoli richiamati riguardano la pulizia dei locali, l'abitabilità dei dormitori e la sicurezza degli impianti elettrici. Le celle sono state lette come ambienti di lavoro che non rispettano gli standard minimi per chi quegli spazi li abita e per chi ci lavora, a partire dalla polizia penitenziaria.
Non è la prima volta che un pezzo di carcere viene sequestrato, ma è la prima volta che accade per l'invivibilità di una parte così ampia. L'unico altro caso ricordato riguarda Regina Coeli, a Roma, dove però all'origine c'era stato un crollo. La questione Sollicciano, ricordiamo, è finita anche davanti alla Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi a settembre dopo che il Presidente del Tribunale di Sorveglianza aveva sollevato il dubbio di legittimità accogliendo il ricorso di un detenuto visto il degrado nel quale vive. Sul dato pesa il contesto. A Sollicciano, con la sezione femminile, restano oltre seicento persone in sovraffollamento. Nel 2025 quattro detenuti si sono tolti la vita nell'istituto, un altro caso si è verificato il 29 gennaio scorso. Il Dap ha fatto sapere di aver finanziato nove milioni di euro per la riqualificazione complessiva, con la progettazione aggiudicata il 15 maggio. La magistratura è arrivata prima.
L’8 giugno è una data che nei bollettini ufficiali del Ministero della Giustizia non compare. Ma chi segue il sistema penitenziario italiano sa già cosa è successo quel lunedì: il tasso di affollamento reale delle carceri italiane ha valicato il 140 per cento. A registrarlo è il sito sovraffollamentocarcerario.it, progetto del giornalista investigativo e ricercatore di dati Marco Dalla Stella, che da ottobre 2024 aggiorna ogni giorno i numeri che lo stesso Ministero pubblica sulle schede di trasparenza degli istituti, ma che nessuno aveva mai messo insieme in modo così sistematico e pubblicamente accessibile.
La cifra che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) certifica nei suoi bollettini mensili è diversa: 126,3 per cento. Si tratta del rapporto tra i 64.741 detenuti presenti al 31 maggio e la capienza regolamentare di 51.269 posti. Ma quel denominatore racconta una storia parziale. Dalla Stella attinge anche alle 190 schede di trasparenza degli istituti penitenziari, documenti aggiornati più frequentemente rispetto ai bollettini. Lì dentro c’è un’informazione che i bollettini mensili non riportano: i posti non disponibili, ovvero quelli che esistono sulla carta ma che di fatto non sono accessibili. Sezioni chiuse per inagibilità, camere di pernottamento fuori uso, strutture in attesa di manutenzione che non arriverà presto. Quando si sottraggono quelle unità, dai 51.269 posti teorici si scende a circa 46.300 posti realmente utilizzabili. Quasi cinquemila posti esistono nei registri, ma non nella vita quotidiana delle sezioni. Da quel denominatore più onesto nasce il 140 per cento.
Dentro quella media nazionale si nascondono situazioni che nessuna percentuale riesce a descrivere da sola. Il caso più eclatante del mese di maggio è quello di Regina Coeli a Roma. Il 30 aprile ospitava 848 detenuti per 628 posti regolamentari. Al 31 maggio erano diventati 1.004. Centocinquantasei persone in più in un mese in una delle prigioni più antiche, disastrate e sovraffollate d’Italia, già abbondantemente oltre soglia. Per capire la misura del dato: in trenta giorni Regina Coeli ha assorbito una quantità di detenuti equivalente all’intera popolazione di un carcere di medie dimensioni. Il tasso ufficiale ora è al 160 per cento, quello reale ben oltre. Il Garante delle persone private della libertà del Lazio, Stefano Anastasia, ha denunciato che nella regione il tasso di affollamento è del 143 per cento, con picchi del 200 per cento nel carcere di Latina.
«Penso che entro il 2026 il problema del sovraffollamento sarà risolto», aveva dichiarato il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Siamo al 9 giugno 2026 e il tasso reale ha appena superato il 140 per cento. Il piano carceri del governo prevedeva 5.739 nuovi posti nel corso di quest’anno. Ma i posti effettivamente disponibili, dall’inizio del 2025 ad oggi, sono diminuiti di 537 unità rispetto al punto di partenza. Non aumentati: diminuiti. La cabina di regia per l’edilizia penitenziaria si riunisce a Palazzo Chigi, i comunicati arrivano, il commissario straordinario Marco Doglio opera. Dentro le sezioni, però, i numeri raccontano altro. L’edilizia penitenziaria non è deflazione: costruire o ristrutturare celle non riduce i detenuti di un solo giorno.
Nessuna misura deflattiva è stata varata. La parola indulto resta impronunciabile. L’amnistia è un tabù. Eppure sono strumenti previsti dalla legge italiana, ma si preferisce continuare ad essere aguzzini a dispetto del dettato constituzionale. Il disegno di legge sulla detenzione domiciliare per tossicodipendenti e alcoldipendenti è ancora bloccato in commissione al Senato: il sottosegretario Alfredo Mantovano ha dovuto fare appello alle opposizioni affinché venga approvato almeno prima della fine della legislatura. Nel frattempo, lo stesso governo ha introdotto negli ultimi anni oltre 55 nuovi reati, 60 nuove aggravanti e 65 inasprimenti sanzionatori. Le carceri si riempiono mentre i reati calano: nel primo semestre del 2025 le denunce erano il 4,8 per cento in meno rispetto all’anno precedente. La pressione sulle celle non dipende da un’ondata criminale. Dipende da scelte legislative che spingono verso la detenzione come risposta a qualsiasi forma di conflitto sociale.
Le interrogazioni presentate dalla senatrice Ilaria Cucchi e dalla deputata Stefania Ascari, dopo i suicidi al carcere Due Palazzi di Padova a fine gennaio, sono rimaste senza risposta da parte di Nordio. Senza parlare delle numerose interrogazioni di Giachetti. La garante regionale della Sardegna, Irene Testa, ha chiesto una convocazione straordinaria della Camera per il grave problema che affligge l’isola. Dall’inizio del 2026 si sono già contati 27 suicidi, dopo gli 82 del 2025, per un totale di 108 persone morte suicide in diciotto mesi. E il caldo è arrivato. Ogni estate, nelle prigioni italiane, i mesi tra giugno e agosto producono un’impennata di suicidi, autolesionismo e disordini. In molti istituti mancano i ventilatori, le finestre sono schermate, in cella non c’è la doccia. Con un tasso reale al 140 per cento e senza misure deflattive all’orizzonte, la domanda non è se la situazione peggiorerà nelle prossime settimane. È già realtà.
Nel 2026 siamo arrivati a 24 suicidi ed uno è stato sventato da un Agente di polizia penitenziaria nel carcere di Torino. L’episodio riporta ancora una volta al centro il ruolo degli operatori penitenziari nella gestione quotidiana non solo della sicurezza, ma anche delle emergenze legate al disagio psichico e sanitario dei detenuti.
«La polizia penitenziaria continua a essere il presidio indispensabile della legalità e della sicurezza nelle carceri italiane», afferma Capece (segretario generale del Sappe). «I nostri appartenenti, spesso lontano dai riflettori, salvano vite umane, gestiscono emergenze di ogni tipo e garantiscono il funzionamento degli istituti nonostante croniche carenze di personale e mezzi».
Alle interrogazioni parlamentari sulla situazione venutasi a creare a Sollicciano il Ministro della Giustizia Carlo Nordio ha risposto ad un atto di sindacato ispettivo cui lo “interrogava” sull’emergenza sovraffollamento e suicidi negli istituti di pena e sul recente sequestro da parte del tribunale di Firenze di sette sezioni del carcere toscano di Sollicciano.
A far scattare l’indagine numerosi ricorsi ai Magistrati di Sorveglianza da vari detenuti in ordine alle condizioni igienico sanitarie delle celle di detenzione e di alcuni spazi comuni all’interno dei vari reparti. Com’è noto, proprio il 22 settembre la Corte costituzionale si pronuncerà su giudizio promosso dal Tribunale di Sorveglianza di Firenze a seguito di un ricorso di un recluso che pur non avendo i requisiti ha chiesto di scontare la pena fuori dal penitenziario a causa delle condizioni degradanti della prigione, infestata da cimici del letto, scarafaggi, celle ammuffite, priva spesso di acqua calda. Non si sa al momento se il fascicolo sia contro ignoti o ci siano degli iscritti nel registro degli indagati, anche perché la procura ha negato ad alcuni giornalisti un accesso al decreto di sequestro ritenendo che basti il comunicato stampa emesso due giorni fa e anche in adempimento della nuova circolare del Csm sulla comunicazione istituzionale.
Il Guardasigilli ha poi aggiunto che «sicuramente il Piano carceri vedrà per prima questa struttura essere ridotta o svuotata, appena avremo i posti disponibili, probabilmente entro fine anno». Intanto, pur avendolo chiesto al Ministero, non si conosce ancora il numero esatto di detenuti che saranno trasferiti, dove saranno trasferiti, visto che le altre carceri toscane sono sempre sovraffollate, se il trasferimento è concluso.
Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino: “Ho chiesto all’IA il modo giusto per definire la pagina web del GNPL riguardante il Report delle visite effettuate nelle carceri dal 2024 al 2026. Ho trovato il numero delle visite e i km percorsi, ma non una parola su ciò che ogni volta hanno visto e sulle azioni che hanno messo in piedi dopo aver visto. La relazione annuale che per legge dovrebbero fare al Parlamento, l’hanno depositata oggi (ieri, ndr), dopo i rilievi di Valentina Angela Stella. Forse il modo giusto per definire tutto ciò è nella categoria ‘Popolari e Volgari’ come sinonimo di ‘Presa per i fondelli’”. Intanto è assordante il silenzio del Collegio del Garante su quanto avvenuto a Sollicciano, dove la magistratura ha sequestrato sette sezioni. Sulla questione però è arrivato il comunicato dell’Unione Camere Penali: “Il sequestro certifica il fallimento dello Stato nel garantire una detenzione umana e dignitosa e impone l’adozione di interventi risolutivi alla catastrofe umanitaria nelle carceri. Non possiamo ignorare le inevitabili ricadute sul piano pratico, umano e relazionale che il sequestro produce attraverso lo spostamento forzoso di centinaia di detenuti, come pacchi postali, da un capo all’altro della nazione, magari in altri istituti già sovraffollati e, quindi, ben oltre il limite tollerabile”. Nel frattempo il procuratore capo di Firenze Rosa Volpe interpellata dal Fatto Quotidiano ha spiegato il perché non abbia diffuso il decreto di sequestro alla stampa: “Se trasmettessi il decreto, voi pubblichereste dei nomi e questo mi obbligherebbe a redigere successivamente comunicati di aggiornamento”.
“In un Paese in cui sul carcere si parla, si straparla, si studia, si denuncia, si fa letteratura, si piange, ci si commuove senza incidere in “nulla” sulle condizioni dei detenuti, l’unico provvedimento che interviene sulla realtà e la modifica – il decreto del GIP di sequestro di alcune sezioni del carcere di Sollicciano in ragione delle disastrose condizioni igieniche del carcere – è ancora ignoto nelle sue motivazioni. Non chiarite neppure le ragioni del silenzio. Eccesso di zelo? Produzione di effetti opposti a quelli desiderati? Confusione degli operatori storditi dalla enfatica ed alluvionale prosa consiliare della circolare CSM sulla comunicazione? Speriamo solo che alla fine sia reso pubblico un atto pubblico. Per comprenderlo, per commentarlo, per valutarne la portata intrinseca e di precedente. E speriamo che il CSM intervenga per fare chiarezza”.
Tutto chiuso. È il titolo scelto da Antigone per il suo XXII Rapporto sulle condizioni di detenzione in Italia, presentato il 19 maggio 2026 dopo 102 visite di monitoraggio negli istituti penitenziari di tutta la penisola. Non è una metafora retorica. È la fotografia esatta di un sistema che si è serrato su sé stesso, sbarre dentro le sbarre, circolari su circolari, con oltre il sessanta per cento dei detenuti italiani che trascorre quasi l'intera giornata chiuso in cella. Un titolo che arriva la stessa settimana in cui, a Milano, cinque persone si sono tolte la vita dietro le sbarre, tra cui un detenuto di San Vittore ben conosciuto dagli educatori della Fondazione Casa della Carità, portando il contatore dei suicidi dall'inizio del 2026 a ventiquattro. Due operatori penitenziari si sono aggiunti a quel numero, senza clamori.
«Per noi le persone private della libertà non sono numeri o soggetti anonimi», dice don Paolo Selmi, presidente della Fondazione Casa della Carità. «Ma individui con una storia, una fragilità, una sofferenza.» Gli educatori della Fondazione entrano regolarmente a San Vittore, parlano con i detenuti, costruiscono relazioni. Da qualche mese, in accordo con la direzione del carcere, hanno avviato in via sperimentale una presenza educativa nella sezione riservata alle persone ad alto rischio suicidario. Quattro operatori condividono un pomeriggio alla settimana con quei detenuti, in momenti semplici di ascolto. L'ultima persona che si è uccisa lì dentro la conoscevano bene.”
Quando arrivò la sentenza Torreggiani contro l'Italia, la condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo che costrinse l'Italia a riformare il sistema penitenziario, i ricorsi presentati erano stati circa quattromila. Oggi siamo sette volte oltre quella soglia, e il Paese tace.
Il sovraffollamento non dipende da un'ondata criminale. I reati in Italia sono sostanzialmente stabili: i delitti registrati nel 2024 ammontano a circa 2,4 milioni, pressoché identici ai 2,37 milioni del 2018, con una variazione dell'1,2 per cento in sei anni. Nei primi sette mesi del 2025 i reati denunciati sono addirittura calati dell'otto per cento. Gli omicidi volontari continuano a diminuire, 326 nel 2024, contro i 341 del 2023, e anche i femminicidi mostrano una flessione nel primo trimestre del 2026. La criminalità non spiega le carceri piene. Le pene sempre più lunghe, sì.
Il Governo, dall'inizio della legislatura, ha introdotto oltre cinquantacinque nuovi reati, più di sessanta nuove aggravanti e oltre sessantacinque inasprimenti sanzionatori. Sommando i massimi edittali previsti per le nuove fattispecie, si superano complessivamente i quattrocento anni di reclusione aggiuntivi. Un'architettura repressiva che, come scrive Antigone, «non ha eguali nella storia recente». Il risultato è che in carcere non entrano più persone, gli ingressi dalla libertà sono in calo, passati da 43.489 nel 2024 a 42.005 nel 2025, ma chi ci sta, ci resta più a lungo. Le pene si allungano. Il sistema si intasa.
E il sistema delle misure alternative, che avrebbe potuto alleggerire la pressione, inizia per la prima volta a rallentare. Le prese in carico degli Uffici per l'esecuzione penale esterna per l'affidamento in prova ai servizi sociali sono state nel 2025 24.627, in calo rispetto alle 26.151 del 2024. La detenzione domiciliare ha registrato un analogo arretramento: dai 14.247 nuovi casi del 2024 ai 13.519 del 2025. Eppure, alla fine di quell'anno, 24.348 persone detenute avevano un residuo pena inferiore ai tre anni e avrebbero potuto teoricamente accedere a una misura alternativa. Di queste, 7.790 avevano meno di un anno ancora da scontare. Sono murati vivi, per usare le parole del rapporto, non per necessità di giustizia, ma per inerzia di un sistema che non vuole aprirsi.
Dal 2022 al 2025, attraverso una serie di circolari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il carcere si è fisicamente serrato. I detenuti del circuito dell'alta sicurezza non possono più fare socialità nei corridoi delle sezioni. Quelli della media sicurezza nemmeno. In aprile 2026 sono arrivate persino circolari che vietano di collocare i frigoriferi nei corridoi delle sezioni, prescrivendone la sistemazione in «stanze all'uopo adibite», difficili da trovare in un sistema che scoppia al 139 per cento. Ogni iniziativa che preveda l'ingresso di persone esterne in un carcere con almeno una sezione di alta sicurezza, e sono circa settanta su centottantanove, deve essere autorizzata dall'amministrazione centrale. Un terzo degli istituti italiani si è così chiuso alla società civile. A Padova sono state ostacolate le attività della storica redazione di Ristretti Orizzonti. A Saluzzo è stato vietato un incontro tra detenuti e studenti nell'ambito del Salone del Libro. A Milano Opera è stato cancellato un laboratorio di lettura.
Le circolari avrebbero dovuto aumentare la sicurezza. I dati dimostrano il contrario. Le aggressioni contro il personale di polizia penitenziaria sono passate da 2.154 nel 2024 a 2.423 nel 2025, con un incremento del 12,4 per cento. Le aggressioni tra detenuti sono quasi raddoppiate negli ultimi quattro anni: da 3.356 nel 2021 a 5.812 nel 2025, più 73 per cento. Gli atti turbativi dell'ordine e della sicurezza sono cresciuti del 27,6 per cento. Un carcere chiuso non è più sicuro. È solo più violento, più solo, più disperato.
«Una società che pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri», osserva don Selmi della Casa della Carità, «non si interroga sulle cause profonde dell'esclusione sociale e del disagio.» La Fondazione che lui presiede opera da anni dentro e fuori gli istituti penitenziari milanesi con progetti educativi, culturali, di reinserimento. La sua esperienza, come quella di Antigone, come quella di decine di organizzazioni del terzo settore che bussano ogni giorno alle porte degli istituti, dimostra che le misure alternative funzionano, che lo scambio tra il dentro e il fuori riduce la recidiva, che la dignità non è un lusso sentimentale ma uno strumento di sicurezza pubblica.
L'arcivescovo di Milano Mario Delpini, nel suo ultimo Discorso alla città, aveva denunciato come le condizioni di detenzione rischino di tradire il dettato costituzionale e di alimentare rabbia, umiliazioni e risentimento invece di favorire responsabilità e recupero. L'articolo 27 della Costituzione non dice che la pena deve punire. Dice che deve tendere alla rieducazione del condannato. Quel verbo, tendere, è diventato in Italia un'ironia.
«Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità», conclude don Selmi. «Occorre mettere realmente al centro la dignità della persona detenuta, la cura della sofferenza mentale, il reinserimento e la responsabilità condivisa. Perché parlare di carcere significa parlare anche della qualità della nostra democrazia.»
Il silenzio che avvolge le carceri italiane non è neutrale. È una scelta. Ed è una scelta che ha un costo, in vite umane, in recidiva, in sicurezza perduta. «Tutto chiuso» non è solo il titolo di un rapporto. È la diagnosi di un Paese che ha deciso di non guardare, d voltarsi dall’altra parte.