Il Trust nella Crisi d’Impresa: da strumento di segregazione a dispositivo di governance. Il modello sammarinese

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Il Trust nella Crisi d’Impresa: da strumento di segregazione a dispositivo di governance. Il modello sammarinese

 

Quando un’impresa entra in tensione finanziaria, il concetto di segregazione patrimoniale, da solo, non basta più. In uno scenario di crisi non serve un contenitore che si limiti a "nascondere" i beni; serve piuttosto un meccanismo capace di governarli in modo credibile, tracciabile e compatibile sia con gli interessi dei creditori che con le regole del sistema. È in questo perimetro che il trust evolve: non più scudo difensivo, ma dispositivo di governance fondato su tre pilastri: fiducia, regole e strumenti.
 

Un ecosistema di regole: il valore della legge sammarinese

L’esperienza pratica maturata con imprenditori italiani e internazionali suggerisce che il trust diventa una risorsa strategica quando è inserito in un ordinamento che offre non solo principi astratti, ma un ecosistema di rimedi. In questo contesto, la legge di San Marino viene percepita non come una semplice norma, ma come un sistema organico e completo.

Tre sono gli elementi che rendono questo ordinamento particolarmente "bancabile" e apprezzato anche dalle controparti istituzionali. Primo, la responsabilizzazione del trustee: il trust funziona solo se chi amministra è realmente accountable, soggetto a standard di condotta e obblighi di rendicontazione precisi. Secondo, la presenza di un registro dei trust che garantisce ordine, tracciabilità e compliance, gestendo la riservatezza secondo una logica di "need to know" e non di opacità. Terzo, l’esistenza di una Corte sui trust competente: la possibilità di avere un giudice specializzato offre prevedibilità nella risoluzione dei conflitti, un fattore decisivo per chi investe nella struttura.
 

Il "Trust Liquidatorio" nel Codice della Crisi

Svoltando verso l’applicazione nel Codice della Crisi d'Impresa e dell'Insolvenza (CCII), la domanda corretta non è se il trust protegge, ma quale funzione svolge nel percorso di regolazione della crisi. Si delinea così la figura del cosiddetto "trust liquidatorio", una tecnica di governo del riparto che introduce un programma unitario per migliorare i realizzi attraverso vendite più efficienti.

L’efficacia dello strumento cresce significativamente quando esso diventa un tassello esecutivo di un accordo di ristrutturazione o di un concordato. Un vantaggio cruciale riguarda la gestione del tempo: le misure protettive del Codice hanno natura temporanea, ma le ristrutturazioni richiedono spesso tempi lunghi. Il trust può prolungare la capacità del progetto di rimanere ordinato, evitando che alla scadenza della finestra protettiva si scateni la corsa alle azioni individuali.
 

Governance e la natura del trust: beneficiari, non scopo

La credibilità della struttura si gioca sull'assetto di governance e sulla sua corretta qualificazione giuridica. È fondamentale evitare un errore concettuale frequente: l’idea di qualificare queste strutture come "trust di scopo". Il trust liquidatorio va invece inquadrato correttamente come un trust con beneficiari. Anche se il destinatario economico finale è il ceto creditorio, la sostanza giuridica è che ci sono soggetti beneficiari determinati (i creditori) e questo comporta precise esigenze di trasparenza, rendicontazione e controllo che la natura "di scopo" rischierebbe di disperdere.

Nel contesto del concordato preventivo, soprattutto in presenza di apporto di beni da parte di terzi, il trust si integra con le figure previste dal CCII. In linea con l'art. 114 CCII, che impone la nomina di un liquidatore, l'assetto più coerente vede il liquidatore giudiziale rivestire anche l'ufficio di trustee, garantendo che la liquidazione segua regole concorsuali e non privatistiche. Parallelamente, l'ufficio di guardiano si presta naturalmente ad essere attribuito al commissario giudiziale, che già esercita funzioni di vigilanza.

Per rendere l'operazione solida, è prassi inserire clausole specifiche: condizioni sospensive legate all'omologa (per evitare effetti anticipati incerti) e condizioni risolutive collegate alla mancata omologa o alla liquidazione giudiziale.
 

Conclusioni

In definitiva, il trust nella crisi d'impresa non è un'alternativa al Codice della Crisi, ma uno strumento che funziona quando è integrato nel percorso concorsuale. La chiave di lettura è il passaggio dalla promessa di schermatura alla garanzia di governo: attraverso la trasparenza, la responsabilità del trustee e l'uso di presidi di controllo reali, il trust trasforma un impianto giuridico in un'operatività efficace e sostenibile agli occhi dei creditori.