La “Giustizia” di Venezia nel Settecento estrapolata dagli atti di un processo

A Florindo Cavazzoli padre e nonno esemplare

Cortesi lettori, ciò che vi accingete a leggere non è un avvincente racconto giallo ma è un esempio duro e crudo di come veniva, veramente, amministrata la Giustizia nella Venezia del Settecento. La narrazione si snoda attraverso gli atti di un processo: leggerete dell’arresto dei presunti colpevoli e li seguirete sino... e non aggiungiamo altro per non togliervi il piacere della lettura. Dovete sapere che per la stesura dello scritto ci sono voluti due anni di giornaliera ricerca presso l’Archivio di Stato di Venezia perchè trovare un processo integro e di tale interesse e decifrare calligrafie impossibili non è stata un’impresa da poco, ma ciò che ci ha spinto a tale fatica è stata la curiosità: volevamo appurare, con le nostre forze e non condizionati da letture altrui, se veramente la Giustizia della Serenissima era così “umana” se confrontata con quella esercitata negli altri Stati come è stato ventilato in parecchi testi. Dobbiamo aggiungere che non dovrete stupirvi se non troverete una corposa bibliografia ma citati solo due codici penali ed un solo testo dell’Ottocento, infatti, per noi, ciò che deve parlare sono i soli fatti, in questo modo, anche i lettori potranno, autonomamente, giudicare.

Alle sei del mattino del 17 Maggio 1763, su ordine di Mattio Varutti, Capitan Grande, dietro “spiata” di una persona confidente, gli Sbirri fanno irruzione nella casa del Boia di Venezia, Antonio Preto e con lui arrestano anche le persone che si trovavano, in quel momento, a cenare, nella sua casa [1].

Rifferisco umilmente all’E.E. V.V. come col mezzo di persona confidente attrovarsi una truppa di persone che vanno rubando e che tutto portano a vendere al Boia, così in casa dello stesso fecci ritener tutte dette persone e fatta diligente perquisizione per la casa di esso, se li ritrovò settantatre fazzoletti di varie sorti, trè scatole di legno, una d’argento, due orologi d’argento, et altro fazzoletto con dentro tre camise da uomo e un commesso bianco [2]; e perciò fecci ritener tutte dette persone e condotte nelli camerotti all’obbedienza di V.V. E.E., come pure fecci ritener anco il Boia e condotto nelli camerotti delli Eccellmi Capi Con.io di X.ci. Le persone ritente sono Antonio Palmarin, Piero Ballotta,Giovanni Maria Pisciuta, Rinaldo del Luocco della Pietà, Zuanne Sgualdini, Giovanni Maria Mellan, Vittorio Antonio del Luocco della Pietà, Marin Canao detto Naso, Anzolo Buttafuoco e Nane Colombo; tanto riferisco umilmente e col più profondo oseq.o m’inchino.

Mattio Varutti Capitan Grande [3]

Già dalla lettura della “rifferta”, possiamo presagire che ci troviamo di fronte, ad un processo decisamente interessante. In anni di letture processuali non c’eravamo mai imbattuti non solo in un processo completo, vale a dire dall’arresto degli indagati sino alla loro eventuale condanna, ma nemmeno in uno che mettesse in campo ben tre magistrature: i Signori di Notte al Criminal, i tre Capi del Consiglio dei Dieci e i tre Capi della Quarantia al Criminal [4]. L’accusato di spicco è il Boia di Venezia, un “pubblico ufficiale” della Repubblica. L’imputazione a suo carico è infamante: essere contemporaneamente, capo di una banda di ladri “borsaroli” i quali avevano cominciato la loro attività criminale rubando, con destrezza, “per le scarselle” dalle feste del Doge e, ricettatore della refurtiva. Gli arrestati vengono portati, in stato di fermo, nei camerotti in attesa del primo interrogatorio: ma mentre il Boia, essendo alle dipendenze della Serenissima, viene rinchiuso in uno di quelli di competenza dei tre Capi del Consiglio dei Dieci, i quali affiancheranno i Signori di Notte in tutto il di lui processo, gli altri inquisiti, invece, vengono segregati in quelli “utilizzati” dai Signori di Notte, competenti, tra l’altro a giudicare i reati di furto anche se, nell’emissione della sentenza, questi veranno affiancati dai N.N. H.H. Zaccaria Morosini e Angelo Gabriel Zanchi Capi della Quarantia al Criminal. I camerotti, dove i nostri, vengono tenuti in stato di arresto sono quelli, così detti, “all’oscuro”, al buio, senza pertugi atti a far passare la luce [5]. I nostri vengono messi in questi cubicoli, divisi gli uni dagli altri, al fine di evitare collusioni, ma, in questi tristissimi luoghi non sono soli, bensì in compagnia di altri sventurati o anch’essi in attesa di giudizio od anche condannati con sentenza definitiva. Quest’ultimi, sopratutto non si facevano scrupolo di provocare disordini e scandali tanto che il capitano delle Forze, Zuanne Bottacin, in una “refertata” inviata ai Signori dice:

Due Marzo 1763

Ricoro al’questo Tribunalle del’e.e.v.v. io capitan Zuanne Bertacin, acciò rimediar possano à vari disordini, e scandili che nascono nel mezà serato di sue prigioni, che il loro nome si chiama Tita Fosse, Andrea Coseto, e Nicolò Suselan due di questi poco giovani e così à me pare il far notto al venerato Tribunalle acciò rimediar possino al poco rispeto che h ’anno al’immagine sacrate; così lecelle.e v.v. con loro venerati comandi siolgier faranno li stessi, acciò non passino più oltre li scandali, contro le leggi divine et umane, come spero di ottener le Grassie.

Le persone stipate in queste “cellette” potevano arrivare anche a trenta ed indescrivibili erano le condizioni in cui versavano quei poveri cristi.

La permanenza nei pozzi era terribile e di ciò danno riprova tre lettere scritte: la prima di Zuanne Colombo, indirizzata al padre e da lui consegnata, fiduciosamente, ad uno dei guardiani delle carceri, per fargliela recapitare ed invece da questi, prontamente portata ai Signori i quali, dietro ballottazione [6], decisero di trattenerla e di conseguenza non giunse mai a destinazione ma fu messa in atti e ancor oggi, si trova diligentemente inserita tra le carte del processo; la seconda, scritta da Antonio Palmarin ed indirizzata alla sorella, che manco a dirlo, fece la stessa fine della prima, ed infine l’ultima, scritta dal Boia, ma, in questo caso, il destinatario non era un familiare bensì i tre Capi del Consiglio dei Dieci e, meraviglia, questa arrivò ma, guarda caso, non ricevette mai un riscontro.

1763 - 19 - Maggio

Compare avanti S.S. Ill.me alla Banca Antonio Maffaroli uno dè guardiani di queste Carceri, et espone che fù in questa parte chiamato alla finestrella del camerotto, nel quale esiste custodita la persona di Zuanne Colombo, dal quale fù pregato di portare lettera a Bartolo Colombo di lui padre, che però lui per sua delicatezza la presenta attendendo li comandi di S.S. E.E. se abbia a portarla o nò, et hoc dicens presentò una lettera comincia Car.mo, e termina 1763

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

1763 -19- -Maggio

Li Ill.mi Sig.i di Notte al Criminal tutti sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno terminato, che la lettera presentata da Antonio Maffarioli sia trattenuta in processo

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

Nel Bianco per la parte ------- 0

Nel Verde di nò -------- 6

Le trascriviamo tutte e tre perchè ci forniscono una testimonianza de visu su cosa fosse realmente la detenzione nelle carceri veneziane nel Settecento.

Carissimo Padre 1763 - 19 - Mag.o

...... per pietà son insopportabile stato di miseria che muoio dalla fame onde per pietà mandatemi qualche cossa quel che vol darmi al lator della presente e per pietà e per Gesù Cristi par atto di misericordia atendo qualche sollievo in amor di gesù cristo che son in un cameroto a scuro e sono due giorni che moro dalla fame onde per pietà movetevi a compassione di spedirmi qualche cossa e salutossomi di cuore con tutti di casa sua.

Vos.o Af.o figlio

Zuanne Colombo

Carissima sorella 28 Mgio

Carissima sorella io vi saluto di buon cuore salutando anche Elisabetta et anche mie sior Amie ed anche il Barba ed anche tutti della Toletta e vi prego di mandarmi una straseta di camisa da mudarme che li patroni mi variscono dalla rogna et anche vi prego di mandarmi uno straseto di petene da petenarme che mi vengono la tegna dalli pidocchi e anche vi prego di mandarmi quaranta soldi da pagar l’aggio acciochè non mi tormentano più e varate di farli a un poco a paromo ed anche vi prego per carità di mandar per qualche Cavalier di veder di farmi andar al Chiaro per carità ed anche vi prego di aiutarmi di qualche paneto che al Signor vela remunerarà al mondo dé là e vela mantegno che se vengo fora de sta miseria di far giuditio e di vardar di farmi omo e di tender al sodo e di non far più basilar nisuno e con questa ve auguro un felicissimo Anno salutandovi.

Carissimamente Antonio Palmarin vostro fedelissimo fratello.

Illmi, et Eccmi Sig.ri Capi dell’Eccmo Consiglio di Xci. La pietà, e carità inesplicabili dell’E.E. V.V. in ogni incontro sempre pronta à sollievo degli oppressi; massime quando questi sono tali per false calunnie, non per propria reità, ò colpa. In talle stato mi ritrovo io povero et infelice Antonio Preto ministro di questa Santa Giustizia, essendo il corso di mesi otto, che peno in questo camerotto, per aver ricevuto in pegno vari fasoleti da persone à me affato ignote, e in niun conto consapevole dell’esser suo, ma solo di vista, per esser state qualche volta in mia casa à bere, e in tale incontro, non avendo soldi da soddisfarmi, mi lasciarono li detti fazzoletti in pegno. La dimora in questi infelici luogi à quel infelice stato di salute, e di forze mi abbia ridoto, lo provai pur troppo, quasi per mia fatal disgrazia, il martedì scorso, cioè li ventiquattro del presente mese, avendo dovuto per comando di questo Eccso Con.o, adempir il mio ministero nel far morir nella Pubblica piazza persona, à tal supplizio destinata da questa Santa Giustizia: mi ritrovai si debole di forze, e oppresso dall’aria e confuso dalla luce del sole, e dalla varietà d’oggetti, che non fù al certo altro, che l’assistenza di Dio, che mi diede coraggio, e forza di adempiere il ministero, e che non mi sia accaduta qualche funesta disgrazia si per me, e per quell’anima che doveva sacrificar la sua vita alla Giustizia di Dio, e del Principe. Ricorro genuflesso à questo Ecc.mo Tribunal implorando per atto di Pietà, e Carità in breve la mia desiderata libertà, conoscendo purtroppo per prova, che se continuo a dimorar in questi infelici luoghi, se non sacrifico la vita affato, mi pregiudico la salute e le forze, così che se dovendo per pubblici comandi adempir il mio ministero, di ritrovarmi in peggior stato di quello fui al presente. Fidato nella Pia Carità di V.V. E.E. e spero la mia redenzione, e conoscendo la mia innocenza. mi doneranno la libertà. Grazie

La lettura delle tre lettere ci ha lasciato trasecolati, ma non dovevamo rimanerne stupiti, in fin dei conti conoscevamo bene la crudezza della condizione carceraria settecentesca sia veneziana che non, ma un conto è leggerla nei libri ed altra cosa è sentirla descrivere da quei poveri sventurati che la stavano vivendo in prima persona. Ciò che ci ha maggiormente lasciato sconcertati, poi, è stato il comportamento opportunista e cinico tenuto dai Capi dei Dieci i quali non hanno esitato ad esigere, da un detenuto minato nel fisico e nel morale da ben otto mesi di detenzione in un camerotto al buio, l’espletamento del suo ministero di Boia. Che dire poi dei Signori di Notte, che d’innanzi alla disperazione dei due poveri Colombo e Palmarin, che chiedevano solamente che il loro grido di dolore fosse fatto giungere ai loro congiunti, chiediamo venia, ai lettori, per il termine, un pò sui generis, se ne sono bellamente, “fregati”. Giunge quindi evidente che, anche nel Settecento, il corpo giudicante, vuoi Signori di Notte, Quarantia e Consiglio dei Dieci, si ergeva come un semidio e giudicava la vita e le sostanze dei sudditi senza un minimo d’umanità ben sapendo di non dover rispondere, del proprio operato, a nessuno, forse neanche a Dio.

Nel nostro processo come in ogni altro, il passo successivo, all’incarcerazione, è la costituzione dell’imputato.

“ Gli Illmi Sig.i di Notte al Criminal sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno comminato che li sud.i ritenti siano de plano costituti ”

Il Costituto de plano non è altro che il primo interrogatorio. Gli imputati venivano “estratti” dal camerotto, in catene, per essere portati, “nel luogo solito delle Cantinelle” [7] alla presenza dei Signori e del Nodaro, odierno Cancelliere, il quale, aveva l’incarico della formazione del processo; qui, uno dei Signori, nella duplice veste di Giudice ma anche di quella di Pubblico Ministero, iniziava ad interrogare il reo tenendo conto degli indizi contenuti negli atti , attenendosi solamente al fatto, alle circostanze emerse e anticipiamo non tenendo praticamente in alcun conto, le risposte ricevute; il verbale, controfirmato dal Signor interrogante, era redatto dal Nodaro. Il Giudice, in teoria, molto in teoria, con “ogni studio”, doveva cercare la verità sul delitto con distacco, senza utilizzare “inganni”, “frodi” o “pratiche diaboliche”, ma se il reo, protervamente, si sottraeva alle interrogazioni, o diceva di non sapere o di ricordare quelle circostanze, che ragionevolmente doveva conoscere, o se cercava di dissimulare il nome, padre, patria, questi era portato, senza indugio ai tormenti. E’ da notare che in tutte e due le Pratiche Criminali [8], sia in quella del Priori del Seicento che quella del Barbaro del Settecento, si parla sempre di “Reo” mai di presunto reo. Ciò dimostra come il sistema giuridico veneziano abbia come sua base il principio di presunzione di colpevolezza. Siamo nel sistema inquisitorio puro. Il processo è scritto e segreto, la figura del Giudice è dominante, assorbente le due funzioni dell’inquisizione e del giudizio e fanno capo a lei la ricerca, l’acquisizione e la valutazione delle prove: di fronte al Giudice-Accusatore non è concepibile una parità tra accusa e difesa, ne è realizzabile un contradditorio così definibile. Ad evitare che la preminenza dei poteri del Giudice-Inquisitore si risolvesse in mero arbitrio nei confronti del “reo”, a tutela di quest’ultimo (innocentem non condemnari) si elaborò una rigida disciplina delle prove (criteri di prove legali e formali), giungendosi, però, a subordinare l’affermazione di colpevolezza dello stesso, alla sua convinzione, ossia alla sua confessione e per conseguirla non si esitava a ricorrere anche alla tortura. La Giustizia, secondo il Priori, si serviva per acquisire la notizia di reato di tre atti d’impulso: la denuncia, la querela e l’inquisizione, alle quali il Barbaro ne aggiunge un altro, l’accusa, la quale poteva essere segreta o palese a seconda che l’accusante volesse o no essere reso noto. Nel processo da noi analizzato, la Giustizia è attivata grazie al quarto modo: l’accusa. L’accusa cade sopra i delitti pubblici quei delitti, cioè, che provocano allarme sociale e “mettono in ansia anche il Principe-Doge”. Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un accusa segreta, ciò lo si deduce dal fatto che, mentre in atti troviamo sia la “notizia di reato” che il nome dell’accusatore, tal Vincenzo Falconi, questo nome, invece, non appare nelle memorie difensive presentate dagli inquisiti. Nel Processo, il Capitan Grande afferma di essersi attivato per mezzo “della soffiata” di una persona definita “confidente”, alias spia che, guarda caso, non era altro che uno Sbirro alle sue dipendenze, proprio quel Vincenzo Falconi, il quale, come diremmo oggi, si mette ad indagare, sotto copertura, per conto del suo Capo al fine di sgominare una “presunta” banda di ladri borsaroli [9]. Il Boia, invece, nel suo opposizionale, accuserà, senza mezzi termini e coraggiosamente, il Capitan Grande, Mattio Varutti, di averlo fatto arrestare e di aver fornito valenza a prove precostituite, al solo fine di sua “maggior gloria”.

Che sopra la semplice propria opinazione in fatto fui rettento dal Vitio [10] - Senza Decreto della Giustizia, senza la scorta della Legge “in fragranti” [11], senza verun Leggale sospetto, per solo suo arbitrio, per darsi merito, per render famoso il suo arresto perchè si dica, ch’ Egli hà fatto una insigne scoperta, che hà rettento perfino il Ministro di Giustizia- in fatto hà Egli condotto per la Pub.ca Piazza li rettenti con li Orivolli et altri effetti, ch’esistevano presso di mè in pegno, come se fossero Furti, e Spoglie del suo valore.

Con la costituzione - interrogatorio del reo, inizia il processo. [12]

1763 - 17 - Maggio

Estratto fù e fatto venire al solito luogo delle Cantinelle l’infrascritto rettento uomo dell’età di anni 19 - come disse e dall’aspetto dimostrante, statura alta, carnaggione comune, capelli tagliati e biondi vestito con camisiola verdastra, comesso bianco, palagremo di canevassa, braghessa di tela beretina [13], calze e scarpe, quale venendo in costituto de plano fù.

Interr: del di lui nome e cognome, padre, patria, professione e domicilio.

R.de: Piero Ballotta di Marco veneziano, facevo il Remer all’Arsenal, e abitavo in casa di Iseppo Mastella alla Bragora.

Interr: quando, dove, e da chi sia stato rettento, e se sappia la causa della sua rettenzione.

R.de: fui menato via ieri sera alle sei c.a. mentre ero in casa del Ministro di Giust.a con altri otto che conosco puramente di vista, e non conosco di nome se non Zuanne Sgualdini, et un tal detto Matto Grando ma non sò che nome, ne che cognome abbia, da Sbirri dè quali conobbi il Vice, e non sò il motivo della mia rettenzione.

Interr: se almeno possa immaginaselo.

R.de: nemmeno posso immaginarmelo.

Interr: cosa lui Cost.o fosse andato a fare ieri sera in casa del Ministro di Giust.a. R.de: siccomeio abito in casa col suddetto Sgualdini alla Bragora, così lui ieri dopo pranzo mi invitò ad andare, in Campalto con lui e tutti gli altri che furono rettenti onde andavimo in Campalto insieme, ove merendavimo, anzi, che io spesi un da vinti all’ osteria di Pena a Mestre. et indi tornavimo a Venezia, ove giunti mi disse detto Sgualdini e un tal Vincenzo, del quale non sò il cognome, che andassi dal Boggia perchè dovevano venire ancor essi a cena, e che avrei cenato con loro, arrivai a casa del detto Boggia alle ore 23 - e mezza e mi fermai finchè vennero gli Sbirri e menarono via tutti a riserva di quel tal Vincenzo.

Interr: se sappia dove diceva essere smontati dalla barca quando giunsero a Venezia. R.de: smontavimo slle Fondamente Nove e siccome io ero bagnato perchè ero caduto in acqua, così andai a casa di mia madre di nome Rosa, che sta in corte della Stua a San Cassian, e li altri andarono giù per li Gesuitti ma non sò dove siano andati perchè io non li viddi se non nel momento che fui con loro rettento, perchè siccome io ero addormentato quando loro arrivarono così non li ho veduti se non d’uscire da un camerino se non nel momento, appunto, che giusero gli Sbirri.

Interr: se sappia per qual motivo li Sbirri abbiano menato via li di lui nominati compagni.

R.de: mi non sò niente se non che ho veduto gli Sbirri a guardare sotto la tola, e portar via dei fagotti, ma non sò cosa vi fosse in detti fagotti.

Interr: se oltre di ieri sera, come disse, sia egli già stato in casa del Ministro di Giust.a. R.de: fui altre tre o quattro volte con loro che mi davano da mangiare perchè li servivo in tola.

Interr: se sappia per qual raggiro li di lui compagni si portassero in casa del Ministro di Giust.a.

R.de: andavano per mangiare e bevere.

Interr: se lui Costituito o alcuno delli di lui compagni abbiano mai fatto alcun contratto col detto Boggia.

R.de: io non ho mai fatto alcuno contratto, ne ho mai veduto alcuno delli miei compagni a vendere ne comprare niente dal Boggia.

Interr: a quali ore fosse solito, lui Costituito, e li di lui compagni a portarsi in detta casa.

R.de: tanto io, che li miei compagni andavimo a tutte le ore.

Interr: se lui Costituito sappia come li di lui compagni avessero avuto quel fagotto, che disse che fù, dalli Sbirri, asportato nell’atto, che praticarono il di lui arresto.

R.de: io ho veduto a portare via il fagotto ma non lò hò veduto a portare.

Interr: se sappia qual genere di vita facessero li suddetti di lui compagni.

R.de: mi non sò niente.

Et fattoli vedere li fazzoletti ut ante presentati et

Interr: R.de: quelli fazzoletti io non li conosco, ne li hò mai veduti.

Et fattogli vedere l’involto con dentro le camise, et

Interr: R.de: quello era il fagotto che era sotto la tola e che fù tolto dal Vice.

Et fattigli vedere li orologi, e scatole ut ante presentate, et

Interr: R.de: io non ho mai veduto, ne gli orologi, ne le scatole, che da lei mi vengono dimostrate.

Interr: se sappia dove sia presentemente il Ministro di Giust.a.

R:de: ho veduto che lo menavano via anche lui, ma non sò per qual motivo. Ammonito a dire la verità sopra quanto fu interrogato.

R.de: ho detto la verità, e non so di più di così, ne io ho mai rubbato niente ne venduto niente al Ministro di Giust.a, ne ho veduto nemmeno alcuno delli miei compagni a vendere niente.

Quibus Habitis Lectus Confirmavit [14] et fu rimandato a suo luoco.

Bertucci Trivisan Sig.e di Notte al Criminal.

Con la firma di uno dei Signori di Notte, apposta sotto l’atto del Cancelliere, si chiude il Costituto del Ballotta. Come si evince dalla sua lettura, l’interrogatorio inizia con l’acquisizione delle generalità: s’interroga sul nome, cognome, padre, patria, professione, dopo di ciò si passa ad una puntuale descrizione somatica dello stesso, per giungere, infine a quella degli abiti che portava al momento dell’arresto. Quest’ultimo punto è importante perchè, in fattispecie di “delitto”, l’abito potrebbe essere lo stesso che il reo indossava nel momento del “delinquere” e quindi, poteva rendere più agevole il suo riconoscimento da parte d’eventuali testimoni. Infatti, se egli non era conosciuto da loro per nome, ma solamente somaticamente, o per gli abiti o per qualsiasi altro segno e se i testimoni aff A Florindo Cavazzoli padre e nonno esemplare

Cortesi lettori, ciò che vi accingete a leggere non è un avvincente racconto giallo ma è un esempio duro e crudo di come veniva, veramente, amministrata la Giustizia nella Venezia del Settecento. La narrazione si snoda attraverso gli atti di un processo: leggerete dell’arresto dei presunti colpevoli e li seguirete sino... e non aggiungiamo altro per non togliervi il piacere della lettura. Dovete sapere che per la stesura dello scritto ci sono voluti due anni di giornaliera ricerca presso l’Archivio di Stato di Venezia perchè trovare un processo integro e di tale interesse e decifrare calligrafie impossibili non è stata un’impresa da poco, ma ciò che ci ha spinto a tale fatica è stata la curiosità: volevamo appurare, con le nostre forze e non condizionati da letture altrui, se veramente la Giustizia della Serenissima era così “umana” se confrontata con quella esercitata negli altri Stati come è stato ventilato in parecchi testi. Dobbiamo aggiungere che non dovrete stupirvi se non troverete una corposa bibliografia ma citati solo due codici penali ed un solo testo dell’Ottocento, infatti, per noi, ciò che deve parlare sono i soli fatti, in questo modo, anche i lettori potranno, autonomamente, giudicare.

Alle sei del mattino del 17 Maggio 1763, su ordine di Mattio Varutti, Capitan Grande, dietro “spiata” di una persona confidente, gli Sbirri fanno irruzione nella casa del Boia di Venezia, Antonio Preto e con lui arrestano anche le persone che si trovavano, in quel momento, a cenare, nella sua casa [1].

Rifferisco umilmente all’E.E. V.V. come col mezzo di persona confidente attrovarsi una truppa di persone che vanno rubando e che tutto portano a vendere al Boia, così in casa dello stesso fecci ritener tutte dette persone e fatta diligente perquisizione per la casa di esso, se li ritrovò settantatre fazzoletti di varie sorti, trè scatole di legno, una d’argento, due orologi d’argento, et altro fazzoletto con dentro tre camise da uomo e un commesso bianco [2]; e perciò fecci ritener tutte dette persone e condotte nelli camerotti all’obbedienza di V.V. E.E., come pure fecci ritener anco il Boia e condotto nelli camerotti delli Eccellmi Capi Con.io di X.ci. Le persone ritente sono Antonio Palmarin, Piero Ballotta,Giovanni Maria Pisciuta, Rinaldo del Luocco della Pietà, Zuanne Sgualdini, Giovanni Maria Mellan, Vittorio Antonio del Luocco della Pietà, Marin Canao detto Naso, Anzolo Buttafuoco e Nane Colombo; tanto riferisco umilmente e col più profondo oseq.o m’inchino.

Mattio Varutti Capitan Grande [3]

Già dalla lettura della “rifferta”, possiamo presagire che ci troviamo di fronte, ad un processo decisamente interessante. In anni di letture processuali non c’eravamo mai imbattuti non solo in un processo completo, vale a dire dall’arresto degli indagati sino alla loro eventuale condanna, ma nemmeno in uno che mettesse in campo ben tre magistrature: i Signori di Notte al Criminal, i tre Capi del Consiglio dei Dieci e i tre Capi della Quarantia al Criminal [4]. L’accusato di spicco è il Boia di Venezia, un “pubblico ufficiale” della Repubblica. L’imputazione a suo carico è infamante: essere contemporaneamente, capo di una banda di ladri “borsaroli” i quali avevano cominciato la loro attività criminale rubando, con destrezza, “per le scarselle” dalle feste del Doge e, ricettatore della refurtiva. Gli arrestati vengono portati, in stato di fermo, nei camerotti in attesa del primo interrogatorio: ma mentre il Boia, essendo alle dipendenze della Serenissima, viene rinchiuso in uno di quelli di competenza dei tre Capi del Consiglio dei Dieci, i quali affiancheranno i Signori di Notte in tutto il di lui processo, gli altri inquisiti, invece, vengono segregati in quelli “utilizzati” dai Signori di Notte, competenti, tra l’altro a giudicare i reati di furto anche se, nell’emissione della sentenza, questi veranno affiancati dai N.N. H.H. Zaccaria Morosini e Angelo Gabriel Zanchi Capi della Quarantia al Criminal. I camerotti, dove i nostri, vengono tenuti in stato di arresto sono quelli, così detti, “all’oscuro”, al buio, senza pertugi atti a far passare la luce [5]. I nostri vengono messi in questi cubicoli, divisi gli uni dagli altri, al fine di evitare collusioni, ma, in questi tristissimi luoghi non sono soli, bensì in compagnia di altri sventurati o anch’essi in attesa di giudizio od anche condannati con sentenza definitiva. Quest’ultimi, sopratutto non si facevano scrupolo di provocare disordini e scandali tanto che il capitano delle Forze, Zuanne Bottacin, in una “refertata” inviata ai Signori dice:

Due Marzo 1763

Ricoro al’questo Tribunalle del’e.e.v.v. io capitan Zuanne Bertacin, acciò rimediar possano à vari disordini, e scandili che nascono nel mezà serato di sue prigioni, che il loro nome si chiama Tita Fosse, Andrea Coseto, e Nicolò Suselan due di questi poco giovani e così à me pare il far notto al venerato Tribunalle acciò rimediar possino al poco rispeto che h ’anno al’immagine sacrate; così lecelle.e v.v. con loro venerati comandi siolgier faranno li stessi, acciò non passino più oltre li scandali, contro le leggi divine et umane, come spero di ottener le Grassie.

Le persone stipate in queste “cellette” potevano arrivare anche a trenta ed indescrivibili erano le condizioni in cui versavano quei poveri cristi.

La permanenza nei pozzi era terribile e di ciò danno riprova tre lettere scritte: la prima di Zuanne Colombo, indirizzata al padre e da lui consegnata, fiduciosamente, ad uno dei guardiani delle carceri, per fargliela recapitare ed invece da questi, prontamente portata ai Signori i quali, dietro ballottazione [6], decisero di trattenerla e di conseguenza non giunse mai a destinazione ma fu messa in atti e ancor oggi, si trova diligentemente inserita tra le carte del processo; la seconda, scritta da Antonio Palmarin ed indirizzata alla sorella, che manco a dirlo, fece la stessa fine della prima, ed infine l’ultima, scritta dal Boia, ma, in questo caso, il destinatario non era un familiare bensì i tre Capi del Consiglio dei Dieci e, meraviglia, questa arrivò ma, guarda caso, non ricevette mai un riscontro.

1763 - 19 - Maggio

Compare avanti S.S. Ill.me alla Banca Antonio Maffaroli uno dè guardiani di queste Carceri, et espone che fù in questa parte chiamato alla finestrella del camerotto, nel quale esiste custodita la persona di Zuanne Colombo, dal quale fù pregato di portare lettera a Bartolo Colombo di lui padre, che però lui per sua delicatezza la presenta attendendo li comandi di S.S. E.E. se abbia a portarla o nò, et hoc dicens presentò una lettera comincia Car.mo, e termina 1763

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

1763 -19- -Maggio

Li Ill.mi Sig.i di Notte al Criminal tutti sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno terminato, che la lettera presentata da Antonio Maffarioli sia trattenuta in processo

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

Nel Bianco per la parte ------- 0

Nel Verde di nò -------- 6

Le trascriviamo tutte e tre perchè ci forniscono una testimonianza de visu su cosa fosse realmente la detenzione nelle carceri veneziane nel Settecento.

Carissimo Padre 1763 - 19 - Mag.o

...... per pietà son insopportabile stato di miseria che muoio dalla fame onde per pietà mandatemi qualche cossa quel che vol darmi al lator della presente e per pietà e per Gesù Cristi par atto di misericordia atendo qualche sollievo in amor di gesù cristo che son in un cameroto a scuro e sono due giorni che moro dalla fame onde per pietà movetevi a compassione di spedirmi qualche cossa e salutossomi di cuore con tutti di casa sua.

Vos.o Af.o figlio

Zuanne Colombo

Carissima sorella 28 Mgio

Carissima sorella io vi saluto di buon cuore salutando anche Elisabetta et anche mie sior Amie ed anche il Barba ed anche tutti della Toletta e vi prego di mandarmi una straseta di camisa da mudarme che li patroni mi variscono dalla rogna et anche vi prego di mandarmi uno straseto di petene da petenarme che mi vengono la tegna dalli pidocchi e anche vi prego di mandarmi quaranta soldi da pagar l’aggio acciochè non mi tormentano più e varate di farli a un poco a paromo ed anche vi prego per carità di mandar per qualche Cavalier di veder di farmi andar al Chiaro per carità ed anche vi prego di aiutarmi di qualche paneto che al Signor vela remunerarà al mondo dé là e vela mantegno che se vengo fora de sta miseria di far giuditio e di vardar di farmi omo e di tender al sodo e di non far più basilar nisuno e con questa ve auguro un felicissimo Anno salutandovi.

Carissimamente Antonio Palmarin vostro fedelissimo fratello.

Illmi, et Eccmi Sig.ri Capi dell’Eccmo Consiglio di Xci. La pietà, e carità inesplicabili dell’E.E. V.V. in ogni incontro sempre pronta à sollievo degli oppressi; massime quando questi sono tali per false calunnie, non per propria reità, ò colpa. In talle stato mi ritrovo io povero et infelice Antonio Preto ministro di questa Santa Giustizia, essendo il corso di mesi otto, che peno in questo camerotto, per aver ricevuto in pegno vari fasoleti da persone à me affato ignote, e in niun conto consapevole dell’esser suo, ma solo di vista, per esser state qualche volta in mia casa à bere, e in tale incontro, non avendo soldi da soddisfarmi, mi lasciarono li detti fazzoletti in pegno. La dimora in questi infelici luogi à quel infelice stato di salute, e di forze mi abbia ridoto, lo provai pur troppo, quasi per mia fatal disgrazia, il martedì scorso, cioè li ventiquattro del presente mese, avendo dovuto per comando di questo Eccso Con.o, adempir il mio ministero nel far morir nella Pubblica piazza persona, à tal supplizio destinata da questa Santa Giustizia: mi ritrovai si debole di forze, e oppresso dall’aria e confuso dalla luce del sole, e dalla varietà d’oggetti, che non fù al certo altro, che l’assistenza di Dio, che mi diede coraggio, e forza di adempiere il ministero, e che non mi sia accaduta qualche funesta disgrazia si per me, e per quell’anima che doveva sacrificar la sua vita alla Giustizia di Dio, e del Principe. Ricorro genuflesso à questo Ecc.mo Tribunal implorando per atto di Pietà, e Carità in breve la mia desiderata libertà, conoscendo purtroppo per prova, che se continuo a dimorar in questi infelici luoghi, se non sacrifico la vita affato, mi pregiudico la salute e le forze, così che se dovendo per pubblici comandi adempir il mio ministero, di ritrovarmi in peggior stato di quello fui al presente. Fidato nella Pia Carità di V.V. E.E. e spero la mia redenzione, e conoscendo la mia innocenza. mi doneranno la libertà. Grazie

La lettura delle tre lettere ci ha lasciato trasecolati, ma non dovevamo rimanerne stupiti, in fin dei conti conoscevamo bene la crudezza della condizione carceraria settecentesca sia veneziana che non, ma un conto è leggerla nei libri ed altra cosa è sentirla descrivere da quei poveri sventurati che la stavano vivendo in prima persona. Ciò che ci ha maggiormente lasciato sconcertati, poi, è stato il comportamento opportunista e cinico tenuto dai Capi dei Dieci i quali non hanno esitato ad esigere, da un detenuto minato nel fisico e nel morale da ben otto mesi di detenzione in un camerotto al buio, l’espletamento del suo ministero di Boia. Che dire poi dei Signori di Notte, che d’innanzi alla disperazione dei due poveri Colombo e Palmarin, che chiedevano solamente che il loro grido di dolore fosse fatto giungere ai loro congiunti, chiediamo venia, ai lettori, per il termine, un pò sui generis, se ne sono bellamente, “fregati”. Giunge quindi evidente che, anche nel Settecento, il corpo giudicante, vuoi Signori di Notte, Quarantia e Consiglio dei Dieci, si ergeva come un semidio e giudicava la vita e le sostanze dei sudditi senza un minimo d’umanità ben sapendo di non dover rispondere, del proprio operato, a nessuno, forse neanche a Dio.

Nel nostro processo come in ogni altro, il passo successivo, all’incarcerazione, è la costituzione dell’imputato.

“ Gli Illmi Sig.i di Notte al Criminal sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno comminato che li sud.i ritenti siano de plano costituti ”

Il Costituto de plano non è altro che il primo interrogatorio. Gli imputati venivano “estratti” dal camerotto, in catene, per essere portati, “nel luogo solito delle Cantinelle” [7] alla presenza dei Signori e del Nodaro, odierno Cancelliere, il quale, aveva l’incarico della formazione del processo; qui, uno dei Signori, nella duplice veste di Giudice ma anche di quella di Pubblico Ministero, iniziava ad interrogare il reo tenendo conto degli indizi contenuti negli atti , attenendosi solamente al fatto, alle circostanze emerse e anticipiamo non tenendo praticamente in alcun conto, le risposte ricevute; il verbale, controfirmato dal Signor interrogante, era redatto dal Nodaro. Il Giudice, in teoria, molto in teoria, con “ogni studio”, doveva cercare la verità sul delitto con distacco, senza utilizzare “inganni”, “frodi” o “pratiche diaboliche”, ma se il reo, protervamente, si sottraeva alle interrogazioni, o diceva di non sapere o di ricordare quelle circostanze, che ragionevolmente doveva conoscere, o se cercava di dissimulare il nome, padre, patria, questi era portato, senza indugio ai tormenti. E’ da notare che in tutte e due le Pratiche Criminali [8], sia in quella del Priori del Seicento che quella del Barbaro del Settecento, si parla sempre di “Reo” mai di presunto reo. Ciò dimostra come il sistema giuridico veneziano abbia come sua base il principio di presunzione di colpevolezza. Siamo nel sistema inquisitorio puro. Il processo è scritto e segreto, la figura del Giudice è dominante, assorbente le due funzioni dell’inquisizione e del giudizio e fanno capo a lei la ricerca, l’acquisizione e la valutazione delle prove: di fronte al Giudice-Accusatore non è concepibile una parità tra accusa e difesa, ne è realizzabile un contradditorio così definibile. Ad evitare che la preminenza dei poteri del Giudice-Inquisitore si risolvesse in mero arbitrio nei confronti del “reo”, a tutela di quest’ultimo (innocentem non condemnari) si elaborò una rigida disciplina delle prove (criteri di prove legali e formali), giungendosi, però, a subordinare l’affermazione di colpevolezza dello stesso, alla sua convinzione, ossia alla sua confessione e per conseguirla non si esitava a ricorrere anche alla tortura. La Giustizia, secondo il Priori, si serviva per acquisire la notizia di reato di tre atti d’impulso: la denuncia, la querela e l’inquisizione, alle quali il Barbaro ne aggiunge un altro, l’accusa, la quale poteva essere segreta o palese a seconda che l’accusante volesse o no essere reso noto. Nel processo da noi analizzato, la Giustizia è attivata grazie al quarto modo: l’accusa. L’accusa cade sopra i delitti pubblici quei delitti, cioè, che provocano allarme sociale e “mettono in ansia anche il Principe-Doge”. Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un accusa segreta, ciò lo si deduce dal fatto che, mentre in atti troviamo sia la “notizia di reato” che il nome dell’accusatore, tal Vincenzo Falconi, questo nome, invece, non appare nelle memorie difensive presentate dagli inquisiti. Nel Processo, il Capitan Grande afferma di essersi attivato per mezzo “della soffiata” di una persona definita “confidente”, alias spia che, guarda caso, non era altro che uno Sbirro alle sue dipendenze, proprio quel Vincenzo Falconi, il quale, come diremmo oggi, si mette ad indagare, sotto copertura, per conto del suo Capo al fine di sgominare una “presunta” banda di ladri borsaroli [9]. Il Boia, invece, nel suo opposizionale, accuserà, senza mezzi termini e coraggiosamente, il Capitan Grande, Mattio Varutti, di averlo fatto arrestare e di aver fornito valenza a prove precostituite, al solo fine di sua “maggior gloria”.

Che sopra la semplice propria opinazione in fatto fui rettento dal Vitio [10] - Senza Decreto della Giustizia, senza la scorta della Legge “in fragranti” [11], senza verun Leggale sospetto, per solo suo arbitrio, per darsi merito, per render famoso il suo arresto perchè si dica, ch’ Egli hà fatto una insigne scoperta, che hà rettento perfino il Ministro di Giustizia- in fatto hà Egli condotto per la Pub.ca Piazza li rettenti con li Orivolli et altri effetti, ch’esistevano presso di mè in pegno, come se fossero Furti, e Spoglie del suo valore.

Con la costituzione - interrogatorio del reo, inizia il processo. [12]

1763 - 17 - Maggio

Estratto fù e fatto venire al solito luogo delle Cantinelle l’infrascritto rettento uomo dell’età di anni 19 - come disse e dall’aspetto dimostrante, statura alta, carnaggione comune, capelli tagliati e biondi vestito con camisiola verdastra, comesso bianco, palagremo di canevassa, braghessa di tela beretina [13], calze e scarpe, quale venendo in costituto de plano fù.

Interr: del di lui nome e cognome, padre, patria, professione e domicilio.

R.de: Piero Ballotta di Marco veneziano, facevo il Remer all’Arsenal, e abitavo in casa di Iseppo Mastella alla Bragora.

Interr: quando, dove, e da chi sia stato rettento, e se sappia la causa della sua rettenzione.

R.de: fui menato via ieri sera alle sei c.a. mentre ero in casa del Ministro di Giust.a con altri otto che conosco puramente di vista, e non conosco di nome se non Zuanne Sgualdini, et un tal detto Matto Grando ma non sò che nome, ne che cognome abbia, da Sbirri dè quali conobbi il Vice, e non sò il motivo della mia rettenzione.

Interr: se almeno possa immaginaselo.

R.de: nemmeno posso immaginarmelo.

Interr: cosa lui Cost.o fosse andato a fare ieri sera in casa del Ministro di Giust.a. R.de: siccomeio abito in casa col suddetto Sgualdini alla Bragora, così lui ieri dopo pranzo mi invitò ad andare, in Campalto con lui e tutti gli altri che furono rettenti onde andavimo in Campalto insieme, ove merendavimo, anzi, che io spesi un da vinti all’ osteria di Pena a Mestre. et indi tornavimo a Venezia, ove giunti mi disse detto Sgualdini e un tal Vincenzo, del quale non sò il cognome, che andassi dal Boggia perchè dovevano venire ancor essi a cena, e che avrei cenato con loro, arrivai a casa del detto Boggia alle ore 23 - e mezza e mi fermai finchè vennero gli Sbirri e menarono via tutti a riserva di quel tal Vincenzo.

>A Florindo Cavazzoli padre e nonno esemplare

Cortesi lettori, ciò che vi accingete a leggere non è un avvincente racconto giallo ma è un esempio duro e crudo di come veniva, veramente, amministrata la Giustizia nella Venezia del Settecento. La narrazione si snoda attraverso gli atti di un processo: leggerete dell’arresto dei presunti colpevoli e li seguirete sino... e non aggiungiamo altro per non togliervi il piacere della lettura. Dovete sapere che per la stesura dello scritto ci sono voluti due anni di giornaliera ricerca presso l’Archivio di Stato di Venezia perchè trovare un processo integro e di tale interesse e decifrare calligrafie impossibili non è stata un’impresa da poco, ma ciò che ci ha spinto a tale fatica è stata la curiosità: volevamo appurare, con le nostre forze e non condizionati da letture altrui, se veramente la Giustizia della Serenissima era così “umana” se confrontata con quella esercitata negli altri Stati come è stato ventilato in parecchi testi. Dobbiamo aggiungere che non dovrete stupirvi se non troverete una corposa bibliografia ma citati solo due codici penali ed un solo testo dell’Ottocento, infatti, per noi, ciò che deve parlare sono i soli fatti, in questo modo, anche i lettori potranno, autonomamente, giudicare.

Alle sei del mattino del 17 Maggio 1763, su ordine di Mattio Varutti, Capitan Grande, dietro “spiata” di una persona confidente, gli Sbirri fanno irruzione nella casa del Boia di Venezia, Antonio Preto e con lui arrestano anche le persone che si trovavano, in quel momento, a cenare, nella sua casa [1].

Rifferisco umilmente all’E.E. V.V. come col mezzo di persona confidente attrovarsi una truppa di persone che vanno rubando e che tutto portano a vendere al Boia, così in casa dello stesso fecci ritener tutte dette persone e fatta diligente perquisizione per la casa di esso, se li ritrovò settantatre fazzoletti di varie sorti, trè scatole di legno, una d’argento, due orologi d’argento, et altro fazzoletto con dentro tre camise da uomo e un commesso bianco [2]; e perciò fecci ritener tutte dette persone e condotte nelli camerotti all’obbedienza di V.V. E.E., come pure fecci ritener anco il Boia e condotto nelli camerotti delli Eccellmi Capi Con.io di X.ci. Le persone ritente sono Antonio Palmarin, Piero Ballotta,Giovanni Maria Pisciuta, Rinaldo del Luocco della Pietà, Zuanne Sgualdini, Giovanni Maria Mellan, Vittorio Antonio del Luocco della Pietà, Marin Canao detto Naso, Anzolo Buttafuoco e Nane Colombo; tanto riferisco umilmente e col più profondo oseq.o m’inchino.

Mattio Varutti Capitan Grande [3]

Già dalla lettura della “rifferta”, possiamo presagire che ci troviamo di fronte, ad un processo decisamente interessante. In anni di letture processuali non c’eravamo mai imbattuti non solo in un processo completo, vale a dire dall’arresto degli indagati sino alla loro eventuale condanna, ma nemmeno in uno che mettesse in campo ben tre magistrature: i Signori di Notte al Criminal, i tre Capi del Consiglio dei Dieci e i tre Capi della Quarantia al Criminal [4]. L’accusato di spicco è il Boia di Venezia, un “pubblico ufficiale” della Repubblica. L’imputazione a suo carico è infamante: essere contemporaneamente, capo di una banda di ladri “borsaroli” i quali avevano cominciato la loro attività criminale rubando, con destrezza, “per le scarselle” dalle feste del Doge e, ricettatore della refurtiva. Gli arrestati vengono portati, in stato di fermo, nei camerotti in attesa del primo interrogatorio: ma mentre il Boia, essendo alle dipendenze della Serenissima, viene rinchiuso in uno di quelli di competenza dei tre Capi del Consiglio dei Dieci, i quali affiancheranno i Signori di Notte in tutto il di lui processo, gli altri inquisiti, invece, vengono segregati in quelli “utilizzati” dai Signori di Notte, competenti, tra l’altro a giudicare i reati di furto anche se, nell’emissione della sentenza, questi veranno affiancati dai N.N. H.H. Zaccaria Morosini e Angelo Gabriel Zanchi Capi della Quarantia al Criminal. I camerotti, dove i nostri, vengono tenuti in stato di arresto sono quelli, così detti, “all’oscuro”, al buio, senza pertugi atti a far passare la luce [5]. I nostri vengono messi in questi cubicoli, divisi gli uni dagli altri, al fine di evitare collusioni, ma, in questi tristissimi luoghi non sono soli, bensì in compagnia di altri sventurati o anch’essi in attesa di giudizio od anche condannati con sentenza definitiva. Quest’ultimi, sopratutto non si facevano scrupolo di provocare disordini e scandali tanto che il capitano delle Forze, Zuanne Bottacin, in una “refertata” inviata ai Signori dice:

Due Marzo 1763

Ricoro al’questo Tribunalle del’e.e.v.v. io capitan Zuanne Bertacin, acciò rimediar possano à vari disordini, e scandili che nascono nel mezà serato di sue prigioni, che il loro nome si chiama Tita Fosse, Andrea Coseto, e Nicolò Suselan due di questi poco giovani e così à me pare il far notto al venerato Tribunalle acciò rimediar possino al poco rispeto che h ’anno al’immagine sacrate; così lecelle.e v.v. con loro venerati comandi siolgier faranno li stessi, acciò non passino più oltre li scandali, contro le leggi divine et umane, come spero di ottener le Grassie.

Le persone stipate in queste “cellette” potevano arrivare anche a trenta ed indescrivibili erano le condizioni in cui versavano quei poveri cristi.

La permanenza nei pozzi era terribile e di ciò danno riprova tre lettere scritte: la prima di Zuanne Colombo, indirizzata al padre e da lui consegnata, fiduciosamente, ad uno dei guardiani delle carceri, per fargliela recapitare ed invece da questi, prontamente portata ai Signori i quali, dietro ballottazione [6], decisero di trattenerla e di conseguenza non giunse mai a destinazione ma fu messa in atti e ancor oggi, si trova diligentemente inserita tra le carte del processo; la seconda, scritta da Antonio Palmarin ed indirizzata alla sorella, che manco a dirlo, fece la stessa fine della prima, ed infine l’ultima, scritta dal Boia, ma, in questo caso, il destinatario non era un familiare bensì i tre Capi del Consiglio dei Dieci e, meraviglia, questa arrivò ma, guarda caso, non ricevette mai un riscontro.

1763 - 19 - Maggio

Compare avanti S.S. Ill.me alla Banca Antonio Maffaroli uno dè guardiani di queste Carceri, et espone che fù in questa parte chiamato alla finestrella del camerotto, nel quale esiste custodita la persona di Zuanne Colombo, dal quale fù pregato di portare lettera a Bartolo Colombo di lui padre, che però lui per sua delicatezza la presenta attendendo li comandi di S.S. E.E. se abbia a portarla o nò, et hoc dicens presentò una lettera comincia Car.mo, e termina 1763

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

1763 -19- -Maggio

Li Ill.mi Sig.i di Notte al Criminal tutti sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno terminato, che la lettera presentata da Antonio Maffarioli sia trattenuta in processo

Bertucci Trivisan Sig.r di Notte al Criminal

Nel Bianco per la parte ------- 0

Nel Verde di nò -------- 6

Le trascriviamo tutte e tre perchè ci forniscono una testimonianza de visu su cosa fosse realmente la detenzione nelle carceri veneziane nel Settecento.

Carissimo Padre 1763 - 19 - Mag.o

...... per pietà son insopportabile stato di miseria che muoio dalla fame onde per pietà mandatemi qualche cossa quel che vol darmi al lator della presente e per pietà e per Gesù Cristi par atto di misericordia atendo qualche sollievo in amor di gesù cristo che son in un cameroto a scuro e sono due giorni che moro dalla fame onde per pietà movetevi a compassione di spedirmi qualche cossa e salutossomi di cuore con tutti di casa sua.

Vos.o Af.o figlio

Zuanne Colombo

Carissima sorella 28 Mgio

Carissima sorella io vi saluto di buon cuore salutando anche Elisabetta et anche mie sior Amie ed anche il Barba ed anche tutti della Toletta e vi prego di mandarmi una straseta di camisa da mudarme che li patroni mi variscono dalla rogna et anche vi prego di mandarmi uno straseto di petene da petenarme che mi vengono la tegna dalli pidocchi e anche vi prego di mandarmi quaranta soldi da pagar l’aggio acciochè non mi tormentano più e varate di farli a un poco a paromo ed anche vi prego per carità di mandar per qualche Cavalier di veder di farmi andar al Chiaro per carità ed anche vi prego di aiutarmi di qualche paneto che al Signor vela remunerarà al mondo dé là e vela mantegno che se vengo fora de sta miseria di far giuditio e di vardar di farmi omo e di tender al sodo e di non far più basilar nisuno e con questa ve auguro un felicissimo Anno salutandovi.

Carissimamente Antonio Palmarin vostro fedelissimo fratello.

Illmi, et Eccmi Sig.ri Capi dell’Eccmo Consiglio di Xci. La pietà, e carità inesplicabili dell’E.E. V.V. in ogni incontro sempre pronta à sollievo degli oppressi; massime quando questi sono tali per false calunnie, non per propria reità, ò colpa. In talle stato mi ritrovo io povero et infelice Antonio Preto ministro di questa Santa Giustizia, essendo il corso di mesi otto, che peno in questo camerotto, per aver ricevuto in pegno vari fasoleti da persone à me affato ignote, e in niun conto consapevole dell’esser suo, ma solo di vista, per esser state qualche volta in mia casa à bere, e in tale incontro, non avendo soldi da soddisfarmi, mi lasciarono li detti fazzoletti in pegno. La dimora in questi infelici luogi à quel infelice stato di salute, e di forze mi abbia ridoto, lo provai pur troppo, quasi per mia fatal disgrazia, il martedì scorso, cioè li ventiquattro del presente mese, avendo dovuto per comando di questo Eccso Con.o, adempir il mio ministero nel far morir nella Pubblica piazza persona, à tal supplizio destinata da questa Santa Giustizia: mi ritrovai si debole di forze, e oppresso dall’aria e confuso dalla luce del sole, e dalla varietà d’oggetti, che non fù al certo altro, che l’assistenza di Dio, che mi diede coraggio, e forza di adempiere il ministero, e che non mi sia accaduta qualche funesta disgrazia si per me, e per quell’anima che doveva sacrificar la sua vita alla Giustizia di Dio, e del Principe. Ricorro genuflesso à questo Ecc.mo Tribunal implorando per atto di Pietà, e Carità in breve la mia desiderata libertà, conoscendo purtroppo per prova, che se continuo a dimorar in questi infelici luoghi, se non sacrifico la vita affato, mi pregiudico la salute e le forze, così che se dovendo per pubblici comandi adempir il mio ministero, di ritrovarmi in peggior stato di quello fui al presente. Fidato nella Pia Carità di V.V. E.E. e spero la mia redenzione, e conoscendo la mia innocenza. mi doneranno la libertà. Grazie

La lettura delle tre lettere ci ha lasciato trasecolati, ma non dovevamo rimanerne stupiti, in fin dei conti conoscevamo bene la crudezza della condizione carceraria settecentesca sia veneziana che non, ma un conto è leggerla nei libri ed altra cosa è sentirla descrivere da quei poveri sventurati che la stavano vivendo in prima persona. Ciò che ci ha maggiormente lasciato sconcertati, poi, è stato il comportamento opportunista e cinico tenuto dai Capi dei Dieci i quali non hanno esitato ad esigere, da un detenuto minato nel fisico e nel morale da ben otto mesi di detenzione in un camerotto al buio, l’espletamento del suo ministero di Boia. Che dire poi dei Signori di Notte, che d’innanzi alla disperazione dei due poveri Colombo e Palmarin, che chiedevano solamente che il loro grido di dolore fosse fatto giungere ai loro congiunti, chiediamo venia, ai lettori, per il termine, un pò sui generis, se ne sono bellamente, “fregati”. Giunge quindi evidente che, anche nel Settecento, il corpo giudicante, vuoi Signori di Notte, Quarantia e Consiglio dei Dieci, si ergeva come un semidio e giudicava la vita e le sostanze dei sudditi senza un minimo d’umanità ben sapendo di non dover rispondere, del proprio operato, a nessuno, forse neanche a Dio.

Nel nostro processo come in ogni altro, il passo successivo, all’incarcerazione, è la costituzione dell’imputato.

“ Gli Illmi Sig.i di Notte al Criminal sei in numero a Bossoli, e Ballotte hanno comminato che li sud.i ritenti siano de plano costituti ”

Il Costituto de plano non è altro che il primo interrogatorio. Gli imputati venivano “estratti” dal camerotto, in catene, per essere portati, “nel luogo solito delle Cantinelle” [7] alla presenza dei Signori e del Nodaro, odierno Cancelliere, il quale, aveva l’incarico della formazione del processo; qui, uno dei Signori, nella duplice veste di Giudice ma anche di quella di Pubblico Ministero, iniziava ad interrogare il reo tenendo conto degli indizi contenuti negli atti , attenendosi solamente al fatto, alle circostanze emerse e anticipiamo non tenendo praticamente in alcun conto, le risposte ricevute; il verbale, controfirmato dal Signor interrogante, era redatto dal Nodaro. Il Giudice, in teoria, molto in teoria, con “ogni studio”, doveva cercare la verità sul delitto con distacco, senza utilizzare “inganni”, “frodi” o “pratiche diaboliche”, ma se il reo, protervamente, si sottraeva alle interrogazioni, o diceva di non sapere o di ricordare quelle circostanze, che ragionevolmente doveva conoscere, o se cercava di dissimulare il nome, padre, patria, questi era portato, senza indugio ai tormenti. E’ da notare che in tutte e due le Pratiche Criminali [8], sia in quella del Priori del Seicento che quella del Barbaro del Settecento, si parla sempre di “Reo” mai di presunto reo. Ciò dimostra come il sistema giuridico veneziano abbia come sua base il principio di presunzione di colpevolezza. Siamo nel sistema inquisitorio puro. Il processo è scritto e segreto, la figura del Giudice è dominante, assorbente le due funzioni dell’inquisizione e del giudizio e fanno capo a lei la ricerca, l’acquisizione e la valutazione delle prove: di fronte al Giudice-Accusatore non è concepibile una parità tra accusa e difesa, ne è realizzabile un contradditorio così definibile. Ad evitare che la preminenza dei poteri del Giudice-Inquisitore si risolvesse in mero arbitrio nei confronti del “reo”, a tutela di quest’ultimo (innocentem non condemnari) si elaborò una rigida disciplina delle prove (criteri di prove legali e formali), giungendosi, però, a subordinare l’affermazione di colpevolezza dello stesso, alla sua convinzione, ossia alla sua confessione e per conseguirla non si esitava a ricorrere anche alla tortura. La Giustizia, secondo il Priori, si serviva per acquisire la notizia di reato di tre atti d’impulso: la denuncia, la querela e l’inquisizione, alle quali il Barbaro ne aggiunge un altro, l’accusa, la quale poteva essere segreta o palese a seconda che l’accusante volesse o no essere reso noto. Nel processo da noi analizzato, la Giustizia è attivata grazie al quarto modo: l’accusa. L’accusa cade sopra i delitti pubblici quei delitti, cioè, che provocano allarme sociale e “mettono in ansia anche il Principe-Doge”. Nel nostro caso ci troviamo di fronte ad un accusa segreta, ciò lo si deduce dal fatto che, mentre in atti troviamo sia la “notizia di reato” che il nome dell’accusatore, tal Vincenzo Falconi, questo nome, invece, non appare nelle memorie difensive presentate dagli inquisiti. Nel Processo, il Capitan Grande afferma di essersi attivato per mezzo “della soffiata” di una persona definita “confidente”, alias spia che, guarda caso, non era altro che uno Sbirro alle sue dipendenze, proprio quel Vincenzo Falconi, il quale, come diremmo oggi, si mette ad indagare, sotto copertura, per conto del suo Capo al fine di sgominare una “presunta” banda di ladri borsaroli [9]. Il Boia, invece, nel suo opposizionale, accuserà, senza mezzi termini e coraggiosamente, il Capitan Grande, Mattio Varutti, di averlo fatto arrestare e di aver fornito valenza a prove precostituite, al solo fine di sua “maggior gloria”.

Che sopra la semplice propria opinazione in fatto fui rettento dal Vitio [10] - Senza Decreto della Giustizia, senza la scorta della Legge “in fragranti” [11], senza verun Leggale sospetto, per solo suo arbitrio, per darsi merito, per render famoso il suo arresto perchè si dica, ch’ Egli hà fatto una insigne scoperta, che hà rettento perfino il Ministro di Giustizia- in fatto hà Egli condotto per la Pub.ca Piazza li rettenti con li Orivolli et altri effetti, ch’esistevano presso di mè in pegno, come se fossero Furti, e Spoglie del suo valore.

Con la costituzione - interrogatorio del reo, inizia il processo. [12]

1763 - 17 - Maggio

Estratto fù e fatto venire al solito luogo delle Cantinelle l’infrascritto rettento uomo dell’età di anni 19 - come disse e dall’aspetto dimostrante, statura alta, carnaggione comune, capelli tagliati e biondi vestito con camisiola verdastra, comesso bianco, palagremo di canevassa, braghessa di tela beretina [13], calze e scarpe, quale venendo in costituto de plano fù.

Interr: del di lui nome e cognome, padre, patria, professione e domicilio.

R.de: Piero Ballotta di Marco veneziano, facevo il Remer all’Arsenal, e abitavo in casa di Iseppo Mastella alla Bragora.

Interr: quando, dove, e da chi sia stato rettento, e se sappia la causa della sua rettenzione.

R.de: fui menato via ieri sera alle sei c.a. mentre ero in casa del Ministro di Giust.a con altri otto che conosco puramente di vista, e non conosco di nome se non Zuanne Sgualdini, et un tal detto Matto Grando ma non sò che nome, ne che cognome abbia, da Sbirri dè quali conobbi il Vice, e non sò il motivo della mia rettenzione.

Interr: se almeno possa immaginaselo.

R.de: nemmeno posso immaginarmelo.

Interr: cosa lui Cost.o fosse andato a fare ieri sera in casa del Ministro di Giust.a. R.de: siccomeio abito in casa col suddetto Sgualdini alla Bragora, così lui ieri dopo pranzo mi invitò ad andare, in Campalto con lui e tutti gli altri che furono rettenti onde andavimo in Campalto insieme, ove merendavimo, anzi, che io spesi un da vinti all’ osteria di Pena a Mestre. et indi tornavimo a Venezia, ove giunti mi disse detto Sgualdini e un tal Vincenzo, del quale non sò il cognome, che andassi dal Boggia perchè dovevano venire ancor essi a cena, e che avrei cenato con loro, arrivai a casa del detto Boggia alle ore 23 - e mezza e mi fermai finchè vennero gli Sbirri e menarono via tutti a riserva di quel tal Vincenzo.

Interr: se sappia dove diceva essere smontati dalla barca quando giunsero a Venezia. R.de: smontavimo slle Fondamente Nove e siccome io ero bagnato perchè ero caduto in acqua, così andai a casa di mia madre di nome Rosa, che sta in corte della Stua a San Cassian, e li altri andarono giù per li Gesuitti ma non sò dove siano andati perchè io non li viddi se non nel momento che fui con loro rettento, perchè siccome io ero addormentato quando loro arrivarono così non li ho veduti se non d’uscire da un camerino se non nel momento, appunto, che giusero gli Sbirri.

Interr: se sappia per qual motivo li Sbirri abbiano menato via li di lui nominati compagni.

R.de: mi non sò niente se non che ho veduto gli Sbirri a guardare sotto la tola, e portar via dei fagotti, ma non sò cosa vi fosse in detti fagotti.

Interr: se oltre di ieri sera, come disse, sia egli già stato in casa del Ministro di Giust.a. R.de: fui altre tre o quattro volte con loro che mi davano da mangiare perchè li servivo in tola.

Interr: se sappia per qual raggiro li di lui compagni si portassero in casa del Ministro di Giust.a.

R.de: andavano per mangiare e bevere.

Interr: se lui Costituito o alcuno delli di lui compagni abbiano mai fatto alcun contratto col detto Boggia.

R.de: io non ho mai fatto alcuno contratto, ne ho mai veduto alcuno delli miei compagni a vendere ne comprare niente dal Boggia.

Interr: a quali ore fosse solito, lui Costituito, e li di lui compagni a portarsi in detta casa.

R.de: tanto io, che li miei compagni andavimo a tutte le ore.

Interr: se lui Costituito sappia come li di lui compagni avessero avuto quel fagotto, che disse che fù, dalli Sbirri, asportato nell’atto, che praticarono il di lui arresto.

R.de: io ho veduto a portare via il fagotto ma non lò hò veduto a portare.

Interr: se sappia qual genere di vita facessero li suddetti di lui compagni.

R.de: mi non sò niente.

Et fattoli vedere li fazzoletti ut ante presentati et

Interr: R.de: quelli fazzoletti io non li conosco, ne li hò mai veduti.

Et fattogli vedere l’involto con dentro le camise, et

Interr: R.de: quello era il fagotto che era sotto la tola e che fù tolto dal Vice.

Et fattigli vedere li orologi, e scatole ut ante presentate, et

Interr: R.de: io non ho mai veduto, ne gli orologi, ne le scatole, che da lei mi vengono dimostrate.

Interr: se sappia dove sia presentemente il Ministro di Giust.a.

R:de: ho veduto che lo menavano via anche lui, ma non sò per qual motivo. Ammonito a dire la verità sopra quanto fu interrogato.

R.de: ho detto la verità, e non so di più di così, ne io ho mai rubbato niente ne venduto niente al Ministro di Giust.a, ne ho veduto nemmeno alcuno delli miei compagni a vendere niente.

Quibus Habitis Lectus Confirmavit [14] et fu rimandato a suo luoco.

Bertucci Trivisan Sig.e di Notte al Criminal.

Con la firma di uno dei Signori di Notte, apposta sotto l’atto del Cancelliere, si chiude il Costituto del Ballotta. Come si evince dalla sua lettura, l’interrogatorio inizia con l’acquisizione delle generalità: s’interroga sul nome, cognome, padre, patria, professione, dopo di ciò si passa ad una puntuale descrizione somatica dello stesso, per giungere, infine a quella degli abiti che portava al momento dell’arresto. Quest’ultimo punto è importante perchè, in fattispecie di “delitto”, l’abito potrebbe essere lo stesso che il reo indossava nel momento del “delinquere” e quindi, poteva rendere più agevole il suo riconoscimento da parte d’eventuali testimoni. Infatti, se egli non era conosciuto da loro per nome, ma solamente somaticamente, o per gli abiti o per qualsiasi altro segno e se i testimoni aff