La laicità come principio contro-maggioritario: tradizione religiosa e neutralità dello Stato nel costituzionalismo multilivello

crocifisso
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La laicità come principio contro-maggioritario: tradizione religiosa e neutralità dello Stato nel costituzionalismo multilivello

 

La decisione della Corte d’appello per il Quinto circuito che ha ritenuto conforme al Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti la legge della Louisiana sull’affissione obbligatoria dei Dieci Comandamenti nelle scuole pubbliche non può essere letta come un episodio contingente di legislazione identitaria. Essa è sintomo di una trasformazione strutturale del costituzionalismo americano, dove la tradizione religiosa emerge come nuovo criterio di legittimazione, e rappresenta un banco di prova per la funzione contro-maggioritaria della laicità. Storicamente la Establishment Clause è stata interpretata quale presidio strutturale contro la confessionalizzazione del potere. Engel v. Vitale, 370 U.S. 421 (1962), School District of Abington Township v. Schempp, 374 U.S. 203 (1963), e Lemon v. Kurtzman, 403 U.S. 602 (1971), avevano costruito un impianto normativo nel quale la neutralità religiosa dello Stato assumeva una funzione di garanzia della libertà individuale, positiva e negativa, configurando la scuola pubblica come spazio costituzionalmente sensibile, immune da messaggi confessionali. Il superamento del Lemon test in Kennedy v. Bremerton School District, 597 U.S. (2022), introduce un paradigma fondato sulla “history and tradition”. Il parametro non è più la separazione funzionale tra Stato e religione, ma la continuità storica della pratica contestata. La legge della Louisiana, che attribuisce ai Dieci Comandamenti una funzione normativa simbolica nelle scuole, si inscrive in questa prospettiva: la neutralità cessa di essere distanza strutturale e diviene compatibilità con la tradizione maggioritaria, riducendo la dimensione contro-maggioritaria propria della Establishment Clause. In Europa la laicità si è strutturata diversamente. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 203 del 1989, l’ha elevata a principio supremo dell’ordinamento. Gli articoli 2 e 3 della Costituzione garantiscono la dignità della persona e l’eguaglianza sostanziale; gli articoli 7 e 8 regolano i rapporti tra Stato e confessioni, tutelando autonomia e pluralismo; l’articolo 19 protegge la libertà di coscienza, anche negativa; l’articolo 20 vieta discriminazioni legislative fondate sul carattere religioso di un ente. La giurisprudenza costituzionale ha rafforzato il concetto di libertà negativa, ossia il diritto a non subire imposizioni religiose nell’azione pubblica (sentenze n. 508/2000 e 327/2002). La laicità agisce quindi come limite strutturale all’autorità, impedendo che la maggioranza storica si traduca in identità confessionale dello Stato. L’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato n. 18 del 2021 ha affrontato la questione dei simboli religiosi nelle scuole pubbliche italiane, escludendo l’imposizione generalizzata del crocifisso e valorizzando un criterio di bilanciamento ragionevole. Il simbolo religioso può essere presente solo come riconoscimento culturale, non come strumento di condizionamento educativo, coerente con la laicità come principio di inclusione e pluralismo. A livello sovranazionale, l’articolo 9 CEDU e l’articolo 2 del Protocollo n. 1 forniscono parametri essenziali, ribaditi dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Lautsi e altri c. Italia (Grande Camera, 18 marzo 2011), secondo cui gli Stati godono di un margine di apprezzamento nella gestione dei simboli religiosi purché siano garantiti pluralismo e neutralità dell’insegnamento. Il diritto UE, attraverso l’articolo 10 della Carta dei diritti fondamentali e l’articolo 17 TFUE, riafferma la competenza statale, subordinata al rispetto dei diritti fondamentali e dell’identità costituzionale ex art. 4 TUE, preservando il nucleo essenziale della libertà di coscienza. Il confronto europeo evidenzia un denominatore comune: la tradizione religiosa può essere riconosciuta come elemento culturale, ma non può costituire parametro normativo vincolante dell’istruzione pubblica. In Francia la legge 1905 e la legge 2004 stabiliscono la neutralità rigorosa; in Germania il Bundesverfassungsgericht (16 maggio 1995) ha tutelato la libertà negativa di religione; in Spagna l’articolo 16 della Costituzione sancisce la non confessionalità, pur consentendo forme di cooperazione con le confessioni. In nessuno dei casi la tradizione religiosa legittima da sola l’imposizione normativa. La vicenda della Louisiana evidenzia la divergenza paradigmatica tra costituzionalismo americano e europeo. Se la tradizione prevale come criterio di legittimazione, la laicità perde la sua funzione di limite strutturale al potere. L’identità culturale rischia di diventare autorità, trasformando la maggioranza storica in parametro normativo e comprimendo la libertà di coscienza. Nel costituzionalismo multilivello la laicità resta presidio della libertà e dell’eguaglianza. Essa garantisce che lo Stato non si identifichi con la fede, anche quando essa abbia contribuito alla formazione dell’ordinamento. La forza di una democrazia non si misura nel riconoscimento delle radici storiche, ma nella capacità di impedire che esse diventino vincolo per le coscienze individuali. La domanda centrale è chiara: lo Stato può assumere la tradizione religiosa come fondamento normativo dell’educazione civica senza violare il principio di neutralità? L’esperienza europea risponde negativamente. La nuova giurisprudenza americana tende invece a reinterpretare la neutralità come compatibilità con la tradizione maggioritaria. In questo confronto paradigmatico, la laicità emerge come il principio più sofisticato e decisivo per proteggere la libertà dalla tentazione dell’identificazione tra fede e potere. In ultima analisi, la sua applicazione non è un’opzione: è il presidio che distingue la democrazia dalla semplice maggioranza culturale.