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Certezza del diritto e altro ancora: commento della giurisprudenza penale di legittimità del 2016

18 maggio 2017 -
Certezza del diritto e altro ancora: commento della giurisprudenza penale di legittimità del 2016

Premessa

Come d’abitudine, l’ufficio del Massimario della Cassazione ha pubblicato ad inizio anno la relazione in cui sintetizza e ordina gli orientamenti espressi dalla Suprema Corte nell’anno precedente.

È un’occasione preziosa che ha un duplice pregio: mette a disposizione una raccolta ragionata di scelte interpretative e chiarisce il senso che i giudici di legittimità attribuiscono alla propria funzione.

È la stessa relazione a riconoscerlo: “Si tratta di una analisi della giurisprudenza non limitata alla mera rappresentazione delle sentenze, con elencazione delle massime. Lo sforzo compiuto è stato quello di individuare le ragioni “intrinseche” delle decisioni intervenute, con riguardo alle esigenze sostanziali sottese ed alle tecniche argomentative utilizzate”.

Ciò perché “i principi e la loro ordinata registrazione possono contribuire a realizzare l’esigenza costituzionale della certezza del diritto, intesa come strumento per l’attuazione del superiore principio della uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (…) rispetto al quale mal si concilia la possibilità che classi omogenee di fatti siano decise in senso asimmetrico” (pag. 24 della relazione).

La relazione, per il solo fatto di essere pubblicata e offerta al pubblico, acquisisce poi un’ulteriore valenza: non solo strumento di lavoro ad uso interno ma mezzo di comunicazione  esterna e di sollecitazione al confronto: la giurisdizione dà conto di sè e consente che i suoi prodotti vengano verificati e condivisi o criticati.

È giusto raccogliere questo invito perché le decisioni di legittimità non solo rendono concrete e individualizzano le previsioni astratte e generali del legislatore ma influenzano in modo rilevante la vita dei cittadini, indicandogli ciò che è permesso e ciò che è vietato e definendo la dimensione delle loro libertà.

Si guarderà allora con attenzione agli spunti più significativi della relazione.

Tutte le volte che sarà necessario, si spingerà lo sguardo più oltre nella convinzione che le decisioni giudiziarie e la giurisprudenza complessiva non possano esaurire in se stesse la loro giustificazione. Occorrono termini di comparazione esterni, scelti in modo da verificare la tenuta dell’opera complessiva dei giudici e la loro capacità di attribuire un senso accettabile alle norme.

Si procederà senza alcun pregiudizio positivo o negativo. Le decisioni di giustizia meritano il più alto rispetto in quanto espressioni di una funzione statuale fondamentale. Ma è giusto guardarle per quelle che sono, opere umane, influenzate – e non potrebbe essere altrimenti - da una congerie di fattori: visioni personali, spirito dei tempi, spinte sociali, input mediatici e quant’altro ancora.

Di questo si parlerà nei paragrafi che seguono. Lo si farà selettivamente, privilegiando gli orientamenti che, più degli altri, permettono di comprendere se i giudici di legittimità abbiano assicurato non solo la certezza del diritto ma anche una visione costituzionalmente orientata, un adeguato coordinamento con la legislazione sovranazionale che influenza il nostro ordinamento e, ultimo ma non meno importante, il rispetto dei limiti oltre i quali l’attività interpretativa si trasforma in una vera e propria creazione di diritto.

Si presterà attenzione anche alle parole: quelle che i giudici interpretano e le altre che usano per motivare le decisioni. Non certo per un’inutile analisi stilistica ma perché il linguaggio non è mai neutro ed esprime visioni, al pari dei concetti di cui è veicolo.

 

La messa alla prova: in particolare l’impugnazione del provvedimento di rigetto

L’istituto della messa alla prova, disciplinato dagli artt. 168 bis e ss. Cod. pen., è stato introdotto dalla Legge 67/2014 che lo ha configurato come una causa estintiva del reato.

La sua funzione è chiarissima: agevolare la deflazione dei procedimenti penali e offrire in chiave rieducativa un percorso di reinserimento a coloro che subiscano un procedimento per un reato di non elevata offensività.

La messa alla prova è parte integrante del pacchetto di misure legislative che dovrebbero ovviare alle critiche impietose mosse dalla Corte europea dei diritti umani al nostro Paese per la sua incapacità di far fronte al cronico sovraffollamento carcerario.

La novità dello strumento e l’insufficiente chiarezza di talune delle norme che lo disciplinano hanno reso necessari plurimi interventi della giurisprudenza di legittimità.

La questione qui esaminata riguarda l’impugnazione dell’ordinanza predibattimentale di rigetto della domanda di ammissione alla messa in prova.

Come spesso accade, si erano formati due orientamenti contrapposti, il primo favorevole all’immediata ricorribilità per cassazione (con la facoltà aggiuntiva di ripresentare la richiesta nel successivo grado di giudizio), il secondo che invece ravvisava la necessità di appellare il provvedimento solo unitamente alla sentenza di primo grado.

Inevitabile il ricorso alle Sezioni unite che hanno risolto la questione con la sentenza n. 33216 del 31 marzo 2016, Rigacci, aderendo al secondo indirizzo.

Il collegio di legittimità si è mostrato consapevole della divergenza della sua scelta rispetto alle caratteristiche essenziali che il legislatore ha attribuito all’istituto: ammissione di un nuovo esame in secondo grado della domanda di messa alla prova a fronte di una chiarissima indicazione legislativa volta a contenere la fase valutativa al più tardi entro la dichiarazione di apertura del dibattimento; conseguente depotenziamento dell’idoneità deflattiva dell’istituto.

Ciò nonostante, ha ritenuto prevalente l’interesse dell’accusato al riesame nel merito della sua domanda.

C’è ancora un altro aspetto degno di nota: nella vicenda processuale sottostante la domanda di accesso al beneficio era stata proposta per la prima volta nella fase predibattimentale, sebbene si fosse tenuta l’udienza preliminare. Ciò perché la pubblica accusa aveva riqualificato il fatto e contestato una diversa fattispecie di reato che, a differenza della precedente, rientrava nei limiti edittali fissati dall’art. 168 bis.

La relazione del Massimario (pag. 67) ammette candidamente che “A rigore, dunque, l'istanza sarebbe stata inammissibile” (la contestazione iniziale comportava la necessità dell’udienza preliminare e in tal caso la domanda di messa alla prova, ai sensi dell’art. 464 c.p.p., avrebbe dovuto essere presentata entro la discussione conclusiva dell’udienza stessa e sarebbe stata dichiarata inammissibile per le ragioni già chiarite).

Articolo pubblicato in: Diritto penale, Procedura penale


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