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Una pronuncia problematica in tema di responsabilità del gestore del sito web per i commenti dei lettori

12 ottobre 2017 -

Di Carlo Melzi d’Eril

 

1. Il principio

La Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi di un tema di non semplice soluzione e che costituisce un buon esempio delle nuove questioni aperte con l’avvento e la massiccia diffusione di Internet, anche come veicolo della libertà di manifestazione del pensiero. Stiamo parlando della possibilità di attribuire al gestore del sito web o della piattaforma una qualche forma di responsabilità per i contenuti prodotti da terzi ed ospitati nella pagina web.
La sentenza che qui segnaliamo, emessa dalla V sezione della Cassazione, sembrerebbe ritenere che il gestore di un sito web risponda per i contributi diffamatori pubblicati da altri, anche se firmati dall’autore, qualora sia a conoscenza dalla pubblicazione. Per di più, parrebbe sufficiente ad emettere una condanna in concorso con l’autore materiale del fatto, una presunzione di conoscenza derivante dal fatto che il gestore dello spazio sia stato avvisato con una e-mail da un privato – in questo caso lo stesso autore – della diffusione.

 

2. La vicenda

Non è semplice dalla motivazione della sentenza capire tutte le sfaccettature del fatto utili ad apprezzare le ragioni della decisione. Proviamo qui a sintetizzarle. Nell’agosto del 2009 un lettore pubblicava su un sito specializzato in notizie relative al gioco del calcio un commento offensivo nei confronti di un soggetto che stava per ricoprire una carica importante a livello nazionale. Più precisamente, tra l’altro, lo apostrofava come “emerito farabutto” e “pregiudicato doc”, allegando il certificato penale della persona in questione. A quanto si è inteso, i commenti sul sito in questione erano liberi, cioè i lettori potevano introdurli senza alcun preventivo filtro da parte della redazione.

Non molti giorni dopo, l’autore delle frasi “incriminate” inviava questa volta per e-mail al “direttore” del sito il certificato penale già accluso al commento.

Mentre in primo grado veniva esclusa la responsabilità del titolare del blog, la Corte d’Appello, riformando la sentenza, lo condannava per concorso nel delitto di diffamazione a mezzo internet (articolo 595 co. 3 c.p.), riconoscendo altresì alla parte civile un risarcimento non irrilevante. La condotta rimproverata sembra unicamente quella di non avere provveduto alla cancellazione del contenuto oggetto di querela, nonostante la conoscenza del suo tenore, o almeno di non averlo fatto fino a quando l’autorità giudiziaria non ne disponeva il sequestro preventivo.

La tesi del ricorrente che chiedeva l’annullamento della sentenza si basava su due argomenti.

Articolo pubblicato in: Diritto penale


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