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Seifert: "La morte cerebrale è un inganno: vi spiego perché"

06 luglio 2018 -
Seifert:

Di Benedetta Frigerio

 

Il noto filosofo cattolico Josef Seifert spiega alla NuovaBQ.it «l'utilitarismo che ha prodotto la nuova definizione di "morte cerebrale" per l'espianto di organi», il discorso di Giovanni Paolo II e lo scambio di idee con Benedetto XVI. Chiarendo: «La persona (l'anima) ha un essere sostanziale che non può essere ridotto all'uso della coscienza. Soprattutto è stata scientificamente confutata la tesi per cui il cervello è il centro della vita integrale».

Dopo la scoperta dell'uso strumentale della nuova definizione di "morte cerebrale" per espiantare organi e le interviste ad un medico e un filosofo, che hanno spiegato la storia di questo nuovo criterio varato ad Harvard nel '68 insieme alle conseguenze nefaste prodotte, il noto filosofo austriaco Josef Seifert, amico di Benedetto XVI ed ex membro della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), spiega l'errore scientifico che ci sta dietro e perché i cattolici non sono tenuti a credere in questa "falsa morte".

Professor Seifert, lei fu uno dei primi a sollevare obiezioni circa il criterio della morte cerebrale all’interno della Chiesa. Perché?
Sin dal primo momento in cui ho sentito parlare di questa nuova definizione di morte durante l’Essener Conversations on State and Church, ero convinto che la nuova definizione o i nuovi criteri di morte in termini di disfunzioni irreversibili del cervello fossero profondamente sbagliati. Le mie ragioni erano e sono molto semplici e comprensibili da chiunque: 

1. Un anno dopo il primo trapianto di cuore riuscito, l’interesse pragmatico in questa ridefinizione della morte al fine di ottenere organi era ovvia e ammessa palesemente (si veda "Report of the Ad Hoc Committee of the Harvard Medical School to Examine the Definition of Brain Death" - Journal of the American Medical Association/JAMA, 209, pp.337-43). L’intenzione di espiantare organi motivò chiaramente la commissione di Harvard nel ridefinire la morte. Il rapporto di Harvard non dava alcuna singola ragione, a parte due di tipo pragmatico, sul perché i pazienti “morti cerebralmente” fossero morti. Ci sono molti segni e prove del fatto che le definizioni di “morte cerebrale” fossero particolarmente fondate sull’utilità piuttosto che sulla verità. Proprio il fatto che la commissione di Harvard dà solo due ragioni pragmatiche per questa ridefinizione della morte la rende molto sospetta. La convenienza di dichiarare qualcuno morto per una motivazione utilitarista o per “il bisogno di avere i suoi organi” non rende quella persona morta. Ma molte altre ragioni mi facevano dubitare.

2. Come può qualcuno dichiarare una persona “morta” se il suo cuore batte, la sua respirazione (sebbene non sia spontanea ma sostenuta dalla ventilazione) è pienamente funzionale nei polmoni e in tutte le cellule del corpo e mostra molti altri segni di vita? Come si può dichiarare morta una mamma “cerebralmente morta”, che porta in grembo un bambino e che lo partorisce nove mesi dopo averlo concepito? Disconnettere forzatamente la ventilazione ucciderebbe sia lei sia il bambino.

Articolo pubblicato in: Filosofia e sociologia del diritto


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