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Il risarcimento danni da diffamazione tramite mass-media: analisi e riflessioni sui criteri orientativi proposti dell’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano (edizione 2018)

14 novembre 2018 -
Il risarcimento danni da diffamazione tramite mass-media: analisi e riflessioni sui criteri orientativi proposti dell’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano (edizione 2018)

Di Sabrina Peron

 

1. Premessa

I mass-media inteso come macro insieme di giornali, riviste, televisione, radio e reti telematiche (con tutto ciò che vi sta dentro in termini di riviste on-line, blog, social network, etc. etc.) permeano la visione e comprensione del mondo in cui viviamo, tanto da portesi affermare che veniamo a contatto con il mondo sostanzialmente attraverso la mediazione dei mezzi di comunicazione di massa e, quindi, della visuale che, di volta in volta, ci propongono[1].

Sia a livello individuale che a livello collettivo, venivamo costantemente “bombardati” da messaggi provenienti da una moltitudine di fonti, dove un’informazione caccia via l’altra, amplificandola, confondendola, obliandola, in una girandola di notizie vere, inchieste, interviste, notizie strillate, bufale (più o meno) innocue e fake news che influenzano attitudini, opinioni e stati d’animo, alimentano polemiche e discorsi d’odio e, last but not least, promuovono prodotti.

 

2. La libertà di manifestazione del pensiero e la libertà di informazione

La libertà di manifestazione del pensiero è una libertà nella cui natura ancipite è connaturato sia l’aspetto di diffondere liberamente delle informazioni e/o esprimere delle opinioni, sia l’aspetto di ricevere liberamente tali informazioni e/o opinioni. Essa è, altresì, una libertà che si declina negativamente, ossia come libertà che non dovrebbe subire compressioni da indebiti vincoli esterni[2].

I vantaggi e gli svantaggi che questa libertà inevitabilmente reca con sé, rappresentano il tema fondamentale dell’individuazione del perimetro dei suoi limiti. Perimetro che si tenta di tracciare tenendo conto che, nelle sue radici, la libertà di manifestazione del pensiero «talvolta è inseparabile dalla fede, dall’arte, dall’esercizio della democrazia, dalla difesa dei diritti»[3], giovando al «progresso delle conoscenze e del vivere civile». In altri casi, invece, è «fine a sé stessa non recando alcun apporto a valori universalmente condivisisi o fatti propri dall’ordinamento»[4]. In altri casi ancora, infine, reca addirittura apporti potenzialmente negativi, si pensi alle fattispecie diffamatorie e/o di hate speech.

Ai fini della disagevole e delicata individuazione dei (mobili) limiti della libertà di manifestazione del pensiero, soprattutto nella sua declinazione di libertà di informazione, vengono com’è noto in rilievo due norme fondamentali: l’art. 10 CEDU e l’art. 21 Cost.

In estrema sintesi, l’art. 10 CEDU viene interpretato nel senso che eventuali interferenze da parte degli Stati alla libertà di manifestazione del pensiero, «devono comunque sempre essere: i) proporzionate allo scopo legittimo perseguito ai sensi del secondo comma dell’art. 10; ii) giustificate da decisioni giudiziarie che offrono motivazioni pertinenti e sufficienti»[5]e, soprattutto, fondate sul principio generale che la libertà di espressione, garantisce la non solo la circolazione di «idee e di opinioni largamente condivise nella società», ma anche la circolazione di idee e opinioni che urtano e «contrastano con il sentire di una parte più o meno ampia della popolazione dello stato»[6].

L’art. 21 Cost. viene interpretato nel senso che la libertà di informazione (intesa nel senso della libertà di diffondere attraverso i mass-media notizie e commenti), dev’essere controbilanciata con il rispetto dei diritti individuali della persona riconosciuti dall’art. 2 Cost. Ne segue che, la libertà di manifestazione del pensiero,in linea di principio, dovrebbe esercitarsi senza offese all’onore o la reputazione e senza lesioni all’immagine o alla riservatezza altrui.

Da queste contrapposte necessità di tutelare adeguatamente e paritariamente diritti e libertà fondamentali, i limiti della libertà di parola vengono definiti attraverso la verifica di quelli che ne sono i presupposti legittimanti, ossia: a)l’utilità sociale dell’informazione; b)la verità (oggettiva, o anche soltanto putativa, ma in questo caso risultato di un lavoro di ricerca serio e diligente); c)la forma civile dell’esposizione dei fatti e/o della loro valutazione, ovvero in una forma non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire e tale da escludere un deliberato intento denigratorio[7].

L’assenza di uno dei sopradescritti criteri determina che il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (solitamente declinato nella forma del diritto di cronaca o del diritto di critica), non è più coperto dalla scriminante del suo legittimo esercizio, con conseguente non scriminata lesione (e, in quanto tale, punibile e risarcibile) dei diritti della persona che sono stati violati. Viceversa, la presenza dei sopramenzionati criteri rende lecita la condotta ed esclude qualsivoglia forma di punizione e/o di risarcimento di ipotetici danni.

 

3. Il risarcimento del danno

Il termine danno indica il pregiudizio arrecato da un’altrui azione illecita, sia essa contrattuale o extracontrattuale. Anche qui, brevemente, si ricorda che secondo autorevole dottrina il danno «si specifica in tre distinte nozioni: come evento lesivo, come effetto economico negativo, come liquidazione pecuniaria dell’effetto economico negativo»[8]. Come evento lesivo, il danno è «risultato materiale, o giuridico, in cui si concreta la lesione di un interesse giuridicamente apprezzabile». Dopodiché, in ragione della «natura patrimoniale o non patrimoniale dell’interesse leso, il danno può essere patrimoniale o non patrimoniale»[9].

Articolo pubblicato in: Diritto penale, Diritto civile


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Tribunale Bologna 24.07.2007,
n.7770 - ISSN 2239-7752

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